venerdì, 28 agosto 2009


L'arrivo al Roque de Los Muchachos lascia perplessi e stupefatti. In cima ad un vulcano ormai estinto ed eroso, su strati di roccia lavica porosa, tra arbusti d'alta quota, come impenetrabili vascelli alieni poggiano le cupole metalliche dell'Istituto di Astrofisica delle Canarie.


L'altitudine, il silenzio, le aspre rocce vulcaniche ed i fantascientifici manufatti, l'oceano tutt'intorno ed il cielo azzurro, bloccano la mente in una condizione di totale straniamento. La percezione di qualcosa di bizzarro ed incomprensibile afferra le corde vocali e, senza alcuna necessità, ogni parola prende la forma di un sussurro.

Lo stupore attonito che ci avvolge rimanda alla mente l'immagine dei Moai dell'isola di Pasqua. Figure massicce e totemiche quanto enigmatiche, idoli innalzati a divinità immote ed incomprensibili immersi in un contesto che nella sua immobilità racconta la furia della natura e degli elementi.

A pochi passi dal bordo della caldera la montagna precipita verso il basso, lasciando svettare mastodontici e friabili pinnacoli di roccia vulcanica, giganti di sassi e polvere modellati dall'erosione in strati e strati caratterizzati da diverse sfumature di grigio ed ocra.

Ed il senso religioso del silenzio appare immediatamente tangibile. Quassù, a migliaia di metri sopra l'oceano, l'uomo ha innalzato templi ad una fede di cui non è neppure pienamente consapevole. Cattedrali di vetro ed acciaio consacrate alla conoscenza ultima, alla sfida ai misteri del Cosmo, alla potenza inarrestabile del pensiero creatore.

Nei millenni trascorsi dall'acquisizione di una postura eretta, dalla scoperta del fuoco all'invenzione dell'agricoltura, dalle caverne alla nascita delle prime città, l'uomo ha elevato in mille forme templi votivi a divinità sovrumane, possenti ed incomprensibili, sacrari del Mistero e di una Conoscenza rivelata dall'alto a pochi eletti, luoghi dedicati al Sapere incarnato nelle divinità, menhir, piramidi, ziqqurat, pagode, chiese, totem, obelischi, amuleti.

Finché non si è sentito pronto a prendere tra le proprie mani la fiaccola della conoscenza, a farsi carico in prima persona della definizione di sapere, e del sapere in sé, attraverso il metodo scientifico. Da quel momento ogni nuova costruzione, ogni nuovo artefatto, canta il potere della conoscenza dell'Uomo, racconta il dominio della mente sul mondo materiale, la grandezza della scimmia nuda che ha saputo imprigionare gli elettroni e far disintegrare gli atomi al proprio comando.

Ora questi immensi occhi meccanici scrutano il Cosmo sempre più lontano nello spazio e nel tempo, alla ricerca di un sapere più antico della nostra stessa specie, dell'origine dell'Universo. Sono gli occhi dell'Umanità rivolti verso le stelle, gli sconfinati e vuoti spazi intergalattici, solo per misurare e descrivere la nostra infinita solitudine, la perenne insoddisfazione che ci muove, l'inesausta spinta a protenderci oltre i nostri umani limiti.

Ma questi templi aggrappati alla montagna raccontano anche la nostra incompletezza, la nostra fragilità. Il bisogno d'infinito non è che la proiezione di una finitezza tanto ineluttabile quanto inaccettabile ed inaccettata, la fame di sapere null'altro che un'ammissione di ignoranza, ed il piccolo e fragile Uomo solo una scimmia, nuda e supponente, intenta a lanciare il suo grido di sfida al vuoto cosmico.
mercoledì, 19 agosto 2009


Isola di La Palma, Canarie, 19 agosto 2009


Stanotte, sul Roque del Los Muchachos, accanto alle cupole dell'Osservatorio Astronomico Internazionale, la mia ricerca del "cielo perfetto" ha segnato un ulteriore passo in avanti. Tuttavia non risolutivo.

Uno degli obiettivi di questo viaggio alle isole Canarie, che ci ha regalato passeggiate sui vulcani, bagni da sogno circondati da banchi di pesci multicolori, l'ebrezza di salire ai 3500 metri del monte Teide e molto altro ancora, era proprio l'osservazione del cielo stellato da uno dei siti osservativi più famosi dell'emisfero nord, il luogo dove è stato recentemente collocato il telescopio ottico più grande del mondo, il G.T.C. Gran Telescopio de Canarias, 10m di apertura.

Dopo una prima "puntata esplorativa", effettuata la mattina del 16 agosto, che ci ha tenuti impegnati un paio d'ore ad ammirare increduli lo spettacolo naturale della Caldera de Taburiente, ieri sera, armati di vestiario pesante e del fido binocolo Vixen 10x50, io e Manu ci siamo arrampicati in auto fin sotto le cupole dell'osservatorio per ammirare uno spettacolo ormai desueto per gli abitanti del mondo civilizzato, quello della volta celeste.

E' stato incredibile verificare l'apparire della Via Lattea nel tardo crepuscolo: in un cielo ancora non completamente buio si mostrava già molto più definita di quanto appaia dai siti osservativi considerati "buoni" del centro Italia, per poi dispiegare tutta la sua ricchezza e complessità di strutture a buio completamente raggiunto.

Si fa fatica a spiegare l'emozione data dall'osservazione di questo fitto ricamo di nubi chiare ed oscure, la filigrana di strutture ciclopiche eppure impalpabili creata dai gas e dalle polveri interstellari illuminate dalle fornaci nucleari di astri lontanissimi, o il tappeto di stelle che si percorre spostando il binocolo lungo il piano galattico.

Gli stessi oggetti che da noi si fatica ad individuare nel lucore di fondo prodotto dai riflessi delle luci cittadine: ammassi aperti, globulari, nebulose, galassie, appaiono qui non solo evidentissimi, ma surclassati in fascino ed interesse da strutture a larga scala che sotto i nostri cieli non sono neppure immaginabili. Il "bulge" della Via Lattea, oscurato dalle nubi di polveri del "Braccio del Sagittario", è di per sé l'oggetto piu' incredibile che abbia osservato fin qui, e l'umile binocolo che da anni mi accompagna si è rivelato lo strumento adatto ad esplorarlo.

Avrei potuto restare per ore col naso all'insù, ad osservare le tenui strutture della nostra galassia, se la stanchezza e l'aspettativa di dover guidare per più di un'ora su strade serpeggianti giù per i fianchi della montagna non mi avessero indotto a chiudere la serata osservativa poco prima di mezzanotte. Avessi avuto con me un piccolo telescopio probabilmente sarei rimasto fino all'alba, crollando stremato a dormire in macchina alle prime luci del giorno.

Ma, come dicevo all'inizio, anche questo cielo per me straordinario non è esente dagli effetti nefasti dell'inquinamento luminoso. I fenomeni descritti da Bortle ed altri osservatori caratteristici di siti perfettamente bui (luce zodiacale, airglow, gegenschein) non risultavano visibili, ed anche il bordo delle montagne appariva nettamente più scuro del fondo cielo sovrastante.

Indubbiamente, mi sono detto, la scelta di collocare qui il G.T.C. è stata dettata da considerazioni diverse che non un cielo assolutamente buio: la relativa vicinanza all'Europa, la percentuale di notti osservative "utili", la collocazione geografica complementare agli altri strumenti dell'emisfero nord, ovvero i due strumenti da 8 metri collocati sula cima del Mauna Kea, alle Hawaii (quando è giorno sull'oceano Pacifico è notte sull'Atlantico, e viceversa), la distanza di sicurezza da fenomeni meteorologici nefasti per le meccaniche di precisione dei telescopi (p.e. le tempeste di sabbia del deserto), e soprattutto la relativa insensibilità delle riprese fotografiche e delle misure strumentali ai bassi livelli di inquinamento luminoso, che invece penalizzano fortemente l'osservazione ad occhio nudo.

Così la mia ricerca continua. Ho salito, probabilmente, il penultimo gradino della scala di Bortle, mi resta l'ultimo, e non so dire se, quando e dove questo accadrà. In Nordafrica, in Namibia, luoghi persi nel nulla a migliaia di chilometri da casa, a centinaia dalla "civiltà" che ha fatto fuggire la notte, e l'ha spinta a nascondersi ai margini del mondo.
mercoledì, 27 maggio 2009


Molti mesi fa, venendo a conoscenza che la tappa più impegnativa del Giro d'Italia sarebbe passata per Pianello di Cagli, il mio amato paesello nelle Marche, decisi che avrei organizzato una spedizione "ciclo-montanara" con gli amici del forum. Così è stato: da sabato 23 a lunedì 25 non abbiamo fatto altro che scorrazzare su e giù per le montagne del massiccio del Catria e Nerone e le colline limitrofe, ingozzarci di ottimo cibo, ridere e scherzare. Itinerari in mountain bike sicuramente impegnativi (3.800 metri di dislivello "a salire" nell'arco di tre giorni...) culminati domenica 24 con l'attacco al monte Catria: quota massima 1700mslm con scollinamenti di riscaldamento ed inizio della salita dal fondovalle (Cantiano) a circa 250mslm, in pratica si sale fino allo sfinimento, poi si continua ad andar su, ognuno come può, fino alla grande croce sulla cima.




Il lunedì (preso di ferie) è stato dedicato al monte Nerone, la "mia" montagna, dove per le tre del pomeriggio era atteso il passaggio del Giro d'Italia e sul quale avevo già scelto il "mio" punto panoramico. Siamo saliti in bici, da una strada sterrata secondaria sul versante più esposto al sole, abbiamo pranzato al rifugio (mai visto così affollato), poi ci siamo andati a trovare un posto per goderci lo spettacolo. Da non appassionato di gare e competizioni devo dire che il clima di attesa e le centinaia di persone presenti per fare il tifo ai corridori hanno contagiato anche me. Vederli salire su a velocità inverosimile, grondanti sudore e con smorfie di sofferenza sul volto mi ha ridato il senso di uno sport in cui anche le diffusissime (e deprecabilissime) pratiche dopanti non possono comunque cancellare l'enorme fatica e sofferenza degli atleti.



L'unica nota stonata di una "vacanza perfetta
", in cui anche gli imprevisti sono riusciti a stupirci piacevolmente, si è verificata nel finale, quando siamo tornati giù in paese per seguire in televisione le fasi finali della gara e l'arrivo di tappa. Dopo tre giorni di bicicletta no-stop guardare delle figurine pedalare su uno schermo, con le voci dei commentatori a fare da sottofondo, mi ha dato un senso di forte fastidio. Nulla di quello che stavo vedendo aveva per me la minima attinenza con ciò che, da ciclista, avevo vissuto e sperimentato nei tre giorni precedenti. Il guadagnare quota, i panorami che mutano sotto gli occhi ogni poche decine di metri, la vegetazione che cambia, le variazioni di temperatura dell'aria, il calore del sole, la fatica, la sete, il sentire la forza del proprio corpo mentre spinge sui pedali, l'aria che pompa dentro e fuori dai polmoni... niente di tutto questo.

Così mi è tornato in mente McLuhan, e quella sua sentenza sul fatto che "il mezzo è il messaggio", l'inevitabilità che il "medium" usato per raccontare un fatto, un evento, finisca col rappresentare più il mezzo scelto che non l'evento in sé. Così il ciclismo, portato in televisione, smette di essere ciclismo per diventare televisione, ovvero qualcosa che non significa quasi più nulla, immagini che restituiscono solo un'ombra dell'esperienza reale, mescolata e confusa con le specificità del mezzo stesso che finiscono con l'essere soverchianti.

Incredibile era stata la pienezza, l'emozione, del viaggiare in bici nei giorni e nelle ore immediatamente precedenti se confrontata con la pochezza del seguire, da un monitor, le vicende di figurine astratte e tristemente svuotate di senso. E se questo accadeva a me, ragionavo, che quelle esperienze ce le avevo vivide nella memoria, con i "neuroni specchio" al lavoro per trasmettermi empatia con i corridori inquadrati, cosa poteva arrivare ai "non ciclisti"? Probabilmente immagini senza senso di uomini in tutine colorate, su assurdi e costosissimi trabiccoli, intenti a sfidarsi a chi spinge di più sui pedali, con l'unica finalità consistente nell'ordine d'arrivo al traguardo: vincitori e vinti, trionfatori e sconfitti, un esito lungamente atteso e sempre in forse ma del tutto svuotato della ricchezza e della complessità dell'esperienza reale. Una "narrazione" talmente impoverita da risultare un puro e vuoto tentativo di spettacolarità.

Devo dire la verità, ho provato rabbia, rabbia e fastidio. Per l'ennesima squallida mercificazione di un'attività emozionante come il correre in bicicletta, per me paradigma di libertà, e per come siamo ormai abituati al "vivere per delega", sprofondati in poltrona, anche le esperienze più vitali ed esaltanti. Ho provato tristezza per le moltitudini ormai incapaci perfino di comprendere la distanza siderale tra l'esperienza vera e la "vita rappresentata", prigionieri di una incessante mistificazione, rimpinzati di finte emozioni alla stessa maniera in cui le vacche di un allevamento industriale sono rimpinzate fino a scoppiare di mangimi artificiali. Quello che facciamo agli altri, quello che facciamo al mondo, inevitabilmente, finiamo col farlo anche a noi stessi.

Oggi il mio corpo è qui, ma il cuore è ancora lassù, in cima al Nerone, in cima al Catria, nel vento e nel silenzio, sotto il sole e sopra il mondo, sospeso nella bellezza.

giovedì, 07 maggio 2009
Saranno anche piccole cose, ma non manco di rimanere colpito quando trovo in giro "tracce del mio passaggio". È una cosa che mi emoziona, ed anche un po' mi imbarazza, come quando si viene presentati a degli sconosciuti per essere "quello che ha fatto la tal cosa" (che in genere pare una roba talmente minima da non sembrare degna di menzione). Stavolta mi sono "ritrovato" citato da Cecilia Gentile, giornalista e scrittrice ("Buongiorno Senegal", Ediciclo editore), che in un suo racconto intitolato "Pag e le pannocchie di Marco P." (sic!) rievoca un episodio risalente ad un lontano viaggio in bici. Parte di questo racconto è stata pubblicata nel Blog dell'editore Ediciclo.

Scrive Cecilia:
"Ricordo il mio primo viaggio a pedali tanti anni fa in Bretagna, Francia. Eravamo in quattro. Avevamo programmato la prima settimana a nord per poi spostarci con il treno a sud, zona più turistica, raccomandata dalla guida. Ad un certo punto Marco P. propose di non prendere il treno, per rimanere ad esplorare la zona in cui già ci trovavamo, e affidarci solo alla bici. Ci fu una votazione. Ricordo che rimasi molto male, io volevo cambiare zona, e persi. “Ma qui ci sono solo pannocchie”, dicevo a Marco P. mentre pedalavo. “Magari potessi pedalare tutti i giorni in mezzo alle pannocchie”, mi rispose Marco P. Ecco, con il tempo, nei miei viaggi in bici, ho imparato a cercare e a trovare le mie pannocchie."

Devo essere onesto, questa frase sulle pannocchie proprio non me la ricordavo. Probabilmente perché mi sembrava, allora, una considerazione talmente ovvia da non meritare chissà quale attenzione. Direi, a posteriori, che in effetti lo era... ma altrettanto sintetizzava con estrema linearità ed efficacia un pensiero, un'idea. Ed è forse proprio questa capacità di sintesi che, sulla distanza, l'ha resa degna di menzione, capace di tratteggiare, nella sua essenzialità, un rudimentale abbozzo di "filosofia di vita".

Un'altra amica, in quegli stessi anni, mi tributava una cosiddetta "eleganza di pensiero", ovvero una capacità di semplificazione che, a suo dire, consentiva di arrivare alle soluzioni dei problemi ragionando "per linee rette" (la retta è, per definizione, la via più breve tra due punti). Non so se sia davvero così, ma mi capita spesso di dover faticare di più a spiegare concetti sostanzialmente semplici che non architetture logiche più complesse ed arzigogolate. Non saprei dire se questo mio "ragionare per linee rette" sia una forma di intelligenza o non, piuttosto, di stupidità. Comprendo facilmente il comportamento degli oggetti, non altrettanto bene le persone. So cosa è giusto per me ma ho grossi problemi a relazionarmi con un mondo di bisogni indotti, di conformismo, di opportunismo acritico come quello che mi circonda. L'uomo giusto al momento sbagliato, o forse solo l'uomo sbagliato, in un momento qualsiasi.

L'alternativa mi suggerisce che il mondo in cui viviamo, la cultura che assorbiamo, la maniera in cui la maggior parte delle persone organizza i propri pensieri è ancora molto lontana da una reale efficienza. La scuola si preoccupa molto più di riempirci la testa di concetti diversi, non di rado fra loro antitetici, che non di insegnarci la maniera di organizzarli. Un tempo lo si definiva col termine dispregiativo di "nozionismo", oggi è una parola che non si sente più. Il dubbio, o meglio, la preoccupazione, è che l'antico "nozionismo" abbia ceduto il passo non già ad una più adeguata forma di insegnamento, ma ad un nozionismo ancora più misero e scadente.

Sere fa mi hanno posto una domanda quantomeno bizzarra. Eravamo nel bel mezzo di una sessione di osservazioni astronomiche e stavo illustrando un po' di "rudimenti" ad una ragazza che si stava avvicinando all'astronomia. Questioni in prevalenza tecniche, finché non mi ha chiesto: "ma c'è una filosofia dietro tutto questo?" Penso di averle dapprima risposto che "filosofia", dal greco "philos sophos" significa "amore per la conoscenza", quindi l'astronomia è necessariamente "filosofia"... ma mi pareva di sfuggire la domanda.

Allora ho reinterpretato la frase in altri termini, immaginando che la questione fosse: "cosa mi dà l'osservazione del cielo". Ho parlato dell'esperienza diretta, non mediata, con l'infinito. Del divenire consapevole, lì ed in quel momento, del mio posto nell'Universo. Del comprendere, lì ed in quel momento, di far parte di una specie che si è elevata dai bisogni materiali per costruire macchine in grado di scrutare nell'immensità del Cosmo. Dell'osservare coi miei occhi e poco altro (lenti, specchi) oggetti antichi di miliardi di anni, posti a distanze incolmabili, inconcepibili.

Ed è, in fondo, la stessa filosofia che mi porta a pedalare in mezzo alle pannocchie, come se fossero una cosa nuova e mai vista. Perché la bellezza non è del mondo, ma del modo in cui lo guardi. La meraviglia non sta in quello che vedi, ma in quello che ti è dato di comprenderne. Non basta avere occhi se non si sa osservare. Non basta essere liberi, se della libertà non si sa che farsene. Non basta avere in dono il pensiero, se non si sa pensare.

Io ho questo modo di ragionare per linee rette. Nella vita di tutti i giorni non aiuta moltissimo, a volte è d'impiccio. Alle volte indica soluzioni che altri faticano a vedere. Ogni tanto, per fortuna, si rende utile.
lunedì, 05 gennaio 2009
Le feste dovrebbero essere occasione per riposarsi, ritrovare famiglie ed affetti, fermarsi a riflettere sulle cose importanti. Dovrebbero, sottolineo, perché ormai viviamo immersi in una perenne, inesausta, fuga iperattiva, ragion per cui anche dai pochi giorni a cavallo del capodanno si cerca di spremere una o più vacanze.

Perciò non mi è parsa troppo strana l'idea proposta dalla mia dolce metà di approfittare di un momento "poco gettonato" per regalarci qualche giorno alla scoperta di Barcellona. Partendo, in controtendenza, il giorno di Natale!

Purtroppo avevamo fatto i conti senza l'oste: quella stessa "crisi globale" che dappertutto sta producendo licenziamenti e disoccupazione si è manifestata in uno dei suoi risvolti più paradossali costringendomi in ufficio fino al tardo pomeriggio del 24 (la vigilia), in una corsa forsennata ad ultimare consegne in ritardo.

Tornato a casa e preparate le valige in stato semi confusionale, con Manu ci siamo trasferiti in fretta e furia dai suoi genitori, per il cenone, edi il successivo pranzo di Natale, contornati da una torma di nipoti sovreccitati ed euforici.

nipoti

Nel pomeriggio, ancora mezzi rintronati, volavamo in Spagna.

ala

Barcellona ha indossato per noi i panni freddi ed umidi di due giorni di pioggia quasi costante, che se da un lato non ci ha impedito di girarla in lungo e in largo, dall'altro ci ha lasciato sensazioni e ricordi sicuramente molto diversi da quelli di chi l'ha visitata col sole.

vicolo

Ai miei occhi è apparsa come un mix tra Genova e Parigi, una città dinamica che non ha voluto rinunciare alla sua storia, sospesa tra mediterraneo e mitteleuropa, tra le suggestioni moderniste di Gaudì e la modernità vera dei grattacieli, con abitanti orgogliosi che, nonostante il freddo e l'invasione di turisti, non rinunciano a danzare la Sardana di fronte alla loro cattedrale.

gaudì

Tre giorni intensi, ma che non bastano certo ad esaurire tutto quello che c'è da vedere. Anzi, bastano forse appena a farsi venire la voglia di tornarci, possibilmente con un clima più mite, e più calma e tempo a disposizione.

santa maria del mar

Domenica sera di nuovo a casa, con l'aereo in ritardo, e il giorno dopo in ufficio ancora a ritmi serrati fino al 31 dicembre, quando chiudo tutto e ci trasferiamo nuovamente: in Umbria, a Trevi, per un capodanno con amici ciclisti ed il successivo "codazzo" di escursioni e pedalate fino alla domenica successiva.

dance

Giorni confusi, di gente che va e viene, facce note e meno note, itinerari e pasti decisi là per là. Ci siamo ritrovati a pedalare immersi nella nebbia, o sotto un tiepido sole, a spingere le bici a mano su strade ghiacciate a 1200m di quota.

sassi

E poi correre in discesa a rotta di collo su ripide sterrate, "dopati" della nostra stessa adrenalina.

giù

E, ovviamente, a mangiare e bere abbondantemente, condendo di chiacchiere e racconti le tavolate fino a tarda ora, sorseggiando spumanti ed ottimo Sagrantino, cercando invano di far fuori tutto il cibo che avevamo portato.

Domani si chiude, con una "serata dell'Epifania" al teatro Piccolo Re di Roma, ai cui laboratori partecipiamo ormai da diversi anni, e sarà l'occasione di rivedere altri amici, altre persone care con cui abbiamo condiviso momenti belli ed importanti, altri "pezzi" della nostra vita.

E il riposo? Niente, come al solito! A dir la verità ormai ci ho rinunciato. Ho deciso che, al limite, mi riposerò da vecchio. Sempre se ci arrivo... e se non ci arrivo, pazienza: difficilmente me ne andrò con la convinzione di aver sprecato il mio tempo.

lampione

Ah, dimenticavo, buon anno a tutti/e!
martedì, 11 novembre 2008
In my beginning is my end. In succession
Houses rise and fall, crumble, are extended,
Are removed, destroyed, restored, or in their place
Is an open field, or a factory, or a by-pass.
Old stone to new building, old timber to new fires,
Old fires to ashes, and ashes to the earth
Which is already flesh, fur and faeces,
Bone of man and beast, cornstalk and leaf.
Houses live and die: there is a time for building
And a time for living and for generation
And a time for the wind to break the loosened pane
And to shake the wainscot where the field-mouse trots
And to shake the tattered arras woven with a silent motto.


Me lo avessero detto, a scuola, che un giorno mi sarei appassionato ai poeti inglesi, penso non ci avrei creduto. E forse "appassionato" non è la parola esatta, ma mi è accaduto di scoprire versi incredibili, che raramente ho incontrato nella mia madrelingua.

Magari è semplicemente per mia ignoranza, oppure il fascino di una lingua straniera, la cui parziale comprensione apre fantasia ed immaginazione a possibilità più ampie di quelle consentite da un testo perfettamente comprensibile, o forse ancora l'affinità dei temi trattati, e della forma, con la mia personale sensibilità. Non so.

In my beginning is my end. Now the light falls
Across the open field, leaving the deep lane
Shuttered with branches, dark in the afternoon,
Where you lean against a bank while a van passes,
And the deep lane insists on the direction
Into the village, in the electric heat
Hypnotised. In a warm haze the sultry light
Is absorbed, not refracted, by grey stone.
The dahlias sleep in the empty silence.
Wait for the early owl.


Sono incappato in T. S. Eliot, o per essere più precisi in questo "East Coker", seconda parte di "Four quartets", quasi casualmente, diversi mesi fa, grazie ad un blog. Appena cominciato a leggerlo mi colpì la musicalità dei versi, i suoni stessi delle parole, alcune erano note ed amiche, altre incomprensibili ed arcane, ma forse proprio per questo affascinanti.

Ricordo che, da solo, cominciai a leggerlo a voce alta solo per ascoltare quei suoni, con brandelli di significato, evocati dalle parole note, che si mescolavano in un caos turbinoso. Magari non sarà la maniera più ortodossa di approcciare la poesia, ma in quel momento un ponte era stato gettato, un'affinità sancita.

In that open field
If you do not come too close, if you do not come too close,
On a summer midnight, you can hear the music
Of the weak pipe and the little drum
And see them dancing around the bonfire
The association of man and woman
In daunsinge, signifying matrimonie—
A dignified and commodiois sacrament.
Two and two, necessarye coniunction,
Holding eche other by the hand or the arm
Whiche betokeneth concorde. Round and round the fire
Leaping through the flames, or joined in circles,
Rustically solemn or in rustic laughter
Lifting heavy feet in clumsy shoes,
Earth feet, loam feet, lifted in country mirth
Mirth of those long since under earth
Nourishing the corn. Keeping time,
Keeping the rhythm in their dancing
As in their living in the living seasons
The time of the seasons and the constellations
The time of milking and the time of harvest
The time of the coupling of man and woman
And that of beasts. Feet rising and falling.
Eating and drinking. Dung and death.


Eccoli, i miei temi: la vita, la morte, la danza delle emozioni. Quello che ho provato a raccontare, in estrema sintesi, con "creature di carne e sangue, ossa curvate dal tempo ...e sogni di felicità". Il susseguirsi dei giorni, delle stagioni, il ciclo della vita.

Dawn points, and another day
Prepares for heat and silence. Out at sea the dawn wind
Wrinkles and slides. I am here
Or there, or elsewhere. In my beginning.

Il primo movimento si chiude con l'alba, l'inizio. E ce ne sono altri quattro. Troppi per poterli anche solo raccontare senza scrivere un libro. Ascoltate come si chiude il secondo, ed inizia il terzo:

The only wisdom we can hope to acquire
Is the wisdom of humility: humility is endless.

The houses are all gone under the sea.

The dancers are all gone under the hill.

III

O dark dark dark. They all go into the dark,
The vacant interstellar spaces, the vacant into the vacant,
The captains, merchant bankers, eminent men of letters,
The generous patrons of art, the statesmen and the rulers,
Distinguished civil servants, chairmen of many committees,
Industrial lords and petty contractors, all go into the dark,
And dark the Sun and Moon, and the Almanach de Gotha
And the Stock Exchange Gazette, the Directory of Directors,
And cold the sense and lost the motive of action.
And we all go with them, into the silent funeral,
Nobody's funeral, for there is no one to bury.


Questo è ciò che ci attende: la morte, la scomparsa, la perdita di tutto, anche della memoria di ciò che siamo stati. E non solo noi, ma tutto ciò che è. Le case scomparse sotto il mare, i danzatori sotto la collina. Ed anche questa, a suo modo, è una danza, quantomeno la parte finale, il compimento.

Il terzo movimento si chiude con una profezia sul passaggio, sulla necessaria perdita di tutto quello che abbiamo per giungere a ciò che ci manca, sulla necessaria perdita di sé, per poter diventare ciò che non siamo, sulla necessaria perdita di ciò che abbiamo, per poter accedere a ciò che ci manca.

You say I am repeating
Something I have said before. I shall say it again.
Shall I say it again? In order to arrive there,
To arrive where you are, to get from where you are not,
You must go by a way wherein there is no ecstasy.
In order to arrive at what you do not know
You must go by a way which is the way of ignorance.
In order to possess what you do not possess
You must go by the way of dispossession.
In order to arrive at what you are not
You must go through the way in which you are not.
And what you do not know is the only thing you know
And what you own is what you do not own
And where you are is where you are not.


Il quarto movimento concerne la fede cristiana, ed è quello a me più lontano. Non sono portato per la trascendenza, ma c'è almeno una frase che mi fa riflettere: "per poter essere guarito, il nostro male deve prima peggiorare".

Nel quinto movimento c'è il ritorno al presente, la conclusione del viaggio che riporta al punto di partenza, il viaggio stesso.

    Home is where one starts from. As we grow older
The world becomes stranger, the pattern more complicated
Of dead and living. Not the intense moment
Isolated, with no before and after,
But a lifetime burning in every moment
And not the lifetime of one man only
But of old stones that cannot be deciphered.
There is a time for the evening under starlight,
A time for the evening under lamplight
(The evening with the photograph album).
Love is most nearly itself
When here and now cease to matter.
Old men ought to be explorers
Here or there does not matter
We must be still and still moving
Into another intensity
For a further union, a deeper communion
Through the dark cold and the empty desolation,
The wave cry, the wind cry, the vast waters
Of the petrel and the porpoise. In my end is my beginning.


Penso che un giorno mi piacerebbe cimentarmi con la traduzione di questo lavoro, ma dovrò prima trovare molto, molto tempo a disposizione. Chissà... Nel frattempo, se siete arrivati fin qui, potrei anche suggerire di leggervelo in versione integrale, in tutto il suo splendore.