martedì, 09 giugno 2009
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Alla fine, il laboratorio settimanale che mi ha tenuto impegnato negli scorsi mesi presso il teatro "Piccolo Re di Roma" ha partorito l'atteso saggio: "Istantanee". Siamo andati in scena con tre "corti" scritti da noi, come prevedeva il lavoro sulla drammaturgia propostoci all'inizio dell'anno da Giampiero Rappa, tre lavori molto diversi l'uno dall'altro.

Nel primo, "Fuori fuoco", io e Laura abbiamo messo in scena una coppia di amici alle prese con la crisi del matrimonio di lei e con una "resistibile" attrazione reciproca, che non sfocerà in un lieto fine. Nel secondo, "Zuppa zen", Sara, Cinzia e Rinalda hanno raccontato un frammento della vita di tre donne, una famiglia tutta al femminile, con due figlie in crisi coi rispettivi uomini e la madre, vedova da lungo tempo, che improvvisamente ritrova l'amore.

L'opera finale, "Soray", immaginata da Ilaria ed Annalisa, ha affrontato il delicato tema della follia e del doppio, con un uso molto più libero dello spazio e delle forme narrative, abbinando dialoghi e monologhi ad una gestualità fortemente simbolica, condita con momenti di danza.

È stato, a suo modo, un corso atipico rispetto ai precedenti. Il fatto di dividerci per sviluppare temi diversi ha dapprima frammentato il gruppo, ma col passare delle settimane la consapevolezza di stare lavorando ad un unico spettacolo ed il continuo feedback reciproco operato durante le prove ha finito col ricompattarci. Il pubblico ha apprezzato il risultato finale, gratificandoci con applausi e ringraziamenti non di circostanza. Tutto perfetto, quasi "da copione", se non fosse per un retrogusto amarognolo molto più intenso che negli anni passati, dovuto a diversi fattori.

In primis la sensazione di un ennesimo "capitolo chiuso", un'altra esperienza dietro le spalle cui non farà seguito nulla se non, forse, un nuovo laboratorio l'anno successivo che si aprirà e richiuderà su se stesso esattamente come i precedenti. D'altronde, che prospettive di crescita può avere un attore dilettante quando non c'è lavoro, o meglio non c'è pubblico, nemmeno per i professionisti? Il teatro è un'esperienza di cui questa società è ormai convinta di poter fare a meno, avendolo sostituito con cinema e dosi ipermassicce di televisione, e i risultati (ahinoi) sono sotto gli occhi di tutti.

Altra constatazione amara è legata a quella che potrei definire "la solitudine dell'artista". In tre serate, ed escludendo Emanuela, gli amici venuti espressamente a vedere il mio spettacolo sono stati solo quattro: Elena, Gianni, Fabrizio e Viviana che qui ringrazio formalmente. Altri non hanno potuto causa influenza, altri ancora per problemi familiari, ma la maggior parte, che si potrebbe stimare in diverse decine di persone, parecchie decine per la verità, è completamente mancata all'appello, scomparsa.

C'è un fatto, che probabilmente non è tanto chiaro a chi ha col teatro una frequentazione occasionale: uno spettacolo non è fatto solo dagli attori, non vive indipendentemente dal pubblico. La comunicazione che si sviluppa non è unidirezionale come quella del cinema o della televisione ma viaggia avanti e indietro. Lo spettacolo cambia a seconda di come il pubblico reagisce, perfino di come respira. Ho recitato per un pubblico estraneo, a posteriori me ne rendo conto. Un po' come dev'essere per gli attori professionisti... sensazione strana e non particolarmente piacevole.

C'è, inutile dirlo, una volontà comunicativa frustrata. Mettere in scena una "pièce" è come raccontare una storia, un pezzo di sé, ma con un investimento enormemente maggiore in termini di impegno, energie, organizzazione scenica. Serve un teatro con un palcoscenico, dei costumi, degli oggetti di scena, un tecnico che cambi le luci ed inserisca la musica, un regista... insomma una costruzione che dura settimane per uno spettacolo normale, e addirittura mesi per dei dilettanti come noi. Alla fine di tutto questo percorso chi c'era ad ascoltare la mia "storia", a viverla? Estranei. Chi ci sarà a discuterne con me? Quasi nessuno/a.

Sia ben chiaro, non voglio "buttare la croce addosso" a chicchessia: penso che di questa situazione la responsabilità sia in gran parte del sottoscritto. Mia la scelta, nel corso degli anni, di diluire le frequentazioni estendendole a gruppi di discussione on line, alle mailing list, ai forum, a decine se non centinaia di "presenze virtuali"... che alla fine virtuali restano. Mia la pretesa che contatti quotidiani via Facebook, o i Blog, o Cicloappuntamenti, potessero efficacemente sostituire una presenza concreta, un contatto interpersonale vero. Sbagliavo.

Mi è tornato in mente un film visto diversi anni fa, "Hello Denise", nel quale veniva rappresentata la vita quotidiana di un gruppo di amici sparpagliati in una grande città, New York, il loro incessante dialogare via telefono ad ogni ora del giorno e della notte ed il continuo rincorrersi e ripetersi reciproco: "dobbiamo vederci, dobbiamo vederci". Quando poi, alla fine del film, uno di loro organizza finalmente la cena per incontrarsi, gli altri non ci vanno: uno dopo l'altro arrivano fin sulla soglia della sua abitazione e non trovano il coraggio, o la motivazione, per suonare il campanello ed entrare.

A torto o a ragione mi sento esattamente così. La tentazione, in questa fase, è di azzerare tutto, ma non è così semplice... come pure non può esserlo continuare sulla stessa strada di sempre. Sarà l'ennesimo "momento di riflessione". Non preoccupatevi troppo se per un po' la mia "presenza virtuale" diventerà più evanescente, o se lo diventerà in via definitiva. Non è una minaccia, al più è una speranza.
mercoledì, 20 maggio 2009
Questo periodo dell'anno è particolarmente denso di attività che mi rendono difficile trovare il tempo di inserire nuovi post nel blog.



Il prossimo fine settimana, con partenza venerdì sera e ritorno lunedì, sarò al paesello nelle Marche per un po' di pedalate (tornerò sul leggendario monte Catria) e l'appuntamento con la tappa marchigiana del Giro d'Italia. Mi sono sempre chiesto cosa si provi ad aspettare la corsa in cima ad una montagna, ora forse lo scoprirò.



Il weekend successivo si terrà a Roma la quinta edizione della Ciemmona, per chi non sapesse di che si tratta consiglio la lettura di questa "fotocronaca" dell'edizione 2007.



Per chiudere "in bellezza", dal 5 al 7 giugno sarò in scena al teatro Piccolo Re di Roma per il saggio di fine corso. Quest'anno ci siamo cimentati con la scrittura teatrale, per cui metteremo in scena opere prime ed inedite di autori emergenti: noi.

Insomma, se nelle prossime settimane vi sembrerò "poco presente" non preoccupatevi troppo.
sabato, 31 gennaio 2009
Chi mi conosce sa che non ci si può mai aspettare esattamente come reagirò ad una determinata situazione. Perfino sul lavoro, dove comunque fra colleghi non ci si prende eccessivamente sul serio, al di là delle battute a volte mi capita di mimare gesti e modi di attori famosi. Ad esempio, giorni fa, la camminata di Alberto Sordi in un film degli anni '70.

Queste piccole forme di "clownerie" non sono esattamente tipiche del comportamento adulto, dove invece domina l'autocontrollo e si cerca di dare di sé un'immagine seriosa ed artefatta. Al punto che mi è sorta la domanda: "ma perché lo faccio?" Domanda non banale, che ha richiesto una risposta non banale, arrivata d'istinto: "perché sono un attore".

Ed in effetti è una risposta che ha stupito un po' anche me. Già sentivo una vocina in fondo alla testa obiettare: "ma a chi vuoi darla a bere, tu sei un disegnatore meccanico, un ciclo-escursionista, un fotografo dilettante, un appassionato di astronomia, forse, ma un attore! Dai, solo per aver fatto due o tre laboratori teatrali... ci vuol ben altro. Gli attori veri sono quelli che lo fanno per professione".

Proprio a quel punto mi è tornato in mente Tizzano Val di Parma, il concorso "L'Ermo Colle", il "Giardino dei ciliegi" di Checov, e quella pazza estate di due anni fa. Erano mesi che non ci pensavo più, come capita in genere per tutte le cose troppo incredibili che ci sono accadute, cancellate giorno dopo giorno dai comportamenti ripetitivi ed abituali, dai riti della quotidianità.

"Io sono un attore", ho realizzato a due anni di distanza "perché sono salito su quel palco, di fronte ad un pubblico sconosciuto, ho recitato e mi hanno applaudito". Sono un attore perché lo sono stato, e non si torna indietro. Probabilmente ero troppo esausto per capirlo allora, ma adesso mi è assolutamente evidente, lampante come una consapevolezza tardiva.

Gianluca Bondi, che aveva curato il nostro percorso artistico e ci aveva trascinato nell'impresa, aveva provato a farcelo capire. "Ora non ve ne rendete conto", ci disse, "ma questo per voi è un momento davvero importante". Era vero.


E appunto in questi giorni vanno in scena, al teatro Piccolo Re di Roma, le ultime repliche dello spettacolo "Pinocchio", di Ursula Bachler. È un lavoro bello, straniante e commovente, basato sull'opera di Collodi e sulla rilettura della stessa fatta da Carmelo Bene diversi anni or sono. Lo avevo visto rappresentare un paio d'anni fa, come saggio di fine corso, e mi era talmente piaciuto che, questa volta, oltre ad andarmelo a rivedere ho allargato l'invito ad un bel po' di amici e conoscenti.

Locandina Pinocchio

Il nuovo allestimento è, ovviamente, migliore. A differenza di un saggio di fine corso, in cui il livello tecnico degli attori è abbastanza variabile, la compagnia messa in piedi dal "Piccolo Re", pur composta da non professionisti, si muove compatta su livelli espressivi molto alti. Uno spettacolo sicuramente faticoso, sia sul piano fisico che su quello emotivo, una lunga sarabanda onirica che trasferisce i terrori infantili al mondo degli adulti, restituendoci una visione grottesca e deformata della fiaba, capace di dialogare direttamente col nostro inconscio.

È stata una curiosa rimpatriata, l'altra sera. Tra il pubblico i compagni "di bicicletta" da me coinvolti accanto ai corsisti del laboratorio del giovedì, ed in scena amici ed amiche con i quali ho calcato le scene negli anni passati. Una bella fetta delle cose migliori che ho vissuto negli ultimi tempi. Un'occasione per tirare un po' di bilanci.

In primo luogo, perché fare teatro? I motivi possono essere molti e diversi, ma al fondo di tutto c'è la spinta a cercare e scoprire qualcosa di nuovo, che non conosciamo ancora. Qualcosa di diverso, in noi e negli altri. E questa è la prima evidenza che mi ha colto: non c'è niente di più noioso del fare le cose che già sappiamo fare.

Poi ci metterei una componente di sana follia, il desiderio di ritrovare qualcosa che avevamo, e ci rendiamo conto di aver perso per strada. Si entra in questo gioco proprio per riscoprire l'importanza del gioco. E questo è un altro punto essenziale che ho capito. È una cosa che da bambini sappiamo benissimo, ma impieghiamo anni a disimparare: il gioco, nella vita, è l'unica cosa vera ed importante.
sabato, 04 ottobre 2008
Da quando ho aperto questo blog tutto quello che mi capita di leggere trova qui un suo spazio, dove cerco di raccontare anche un po' di quello che le idee dell'autore mi hanno lasciato. Fin qui l'unico romanzo a sfuggire a questa "regola" è stato Sezione Pi-quadro, un racconto di fantascienza ambientato in una Napoli "cyberpunk" che mi è parso un puro esercizio di stile, citazioni di genere e luoghi comuni, e che non mi ha comunicato nessuna emozione veramente profonda o idea particolarmente innovativa.

Ora la stessa cosa stava per accadere con La solitudine dei numeri primi, premio Strega 2008 dell'esordiente Paolo Giordano. Dopo più di una settimana dal completamento della lettura, non avrei saputo spiegare il fatto che questo libro non mi avesse sostanzialmente lasciato nulla da dire. Il perché mi si è chiarito in parte solo questa mattina.

Il romanzo narra le vite di due giovani, vittime di traumi profondi in tenerissima età, che scorrono parallele, si intersecano, ma non riescono mai a tramutarsi in qualcosa di soddisfacente, né per sé stessi, né per gli altri. Ognuno dei due vive il proprio disagio psichico alienandosi dal mondo emozionale e rifugiandosi in forme più o meno consapevoli di autolesionismo.

Il finale, poi, non risolve nulla della vicenda, limitandosi a riproporre, a ruoli invertiti, le stesse non-scelte che hanno guidato i protagonisti dall'inizio della storia. Un finale aperto, o più probabilmente un non-finale, che solleva l'autore dall'emettere un giudizio morale sull'intera questione.

Non nego di aver provato, nel corso della lettura, momenti di affinità spirituale coi personaggi. Come un guardarmi in uno specchio deformante e riuscire ugualmente a riconoscermi. Ma quello che a mio parere manca all'intera vicenda è un riscatto, una soluzione, qualcosa che consenta di apprezzare e provare empatia per questi personaggi, che al contrario appaiono semplicemente incompleti, freddi, già morti.

La chiave di lettura per comprendere il mio disagio nei confronti di questo libro mi è stata data giovedì scorso, al teatro "Piccolo Re di Roma". Dopo il mio "anno sabbatico" ho deciso infatti di ributtarmi nell'esperienza teatrale, constatando immediatamente quanto quello spazio di riflessione e confronto mi fosse mancato negli ultimi tempi.

Un esercizio in particolare mi ha messo di fronte alla difficoltà che potremmo definire di "essere altro da sé": a coppie di due abbiamo scritto un "mini testo" di quattro battute e l'abbiamo messo in scena. Quando il nostro insegnante ci ha proposto una chiave di lettura diversa della situazione che stavamo interpretando, invitandoci a dare ai nostri personaggi delle connotazioni leggermente differenti da quelle in cui li avevamo pensati, sono immediatamente andato in crisi.

In una situazione in cui io avrei reagito evadendo il conflitto mi si chiedeva di cercarlo, in una situazione in cui io avrei voluto allontanarmi per evitare il degenerare di una situazione mi si chiedeva di "sfidare". Non ero in grado di distinguere il mio personaggio da me, e questo per un attore è un limite grave.

A freddo mi sono reso conto che il problema consisteva nell'essermi calato in una "situazione", ma non in un personaggio, e quello che stavo facendo era in sostanza mettere in scena me stesso, le mie emozioni e le mie reazioni agli eventi che le battute di testo delineavano. Di fronte ad una identica situazione alcuni reagivano con più flessibilità, dando corpo ad emozioni e stati d'animo molto diversi, mentre altri, come me, rimanevano prigionieri delle reazioni loro proprie.

Stavo ragionando su questo, nell'intenzione di scriverci un post, mentre allo stesso tempo stavo ragionando sullo scrivere qualcosa riguardo al libro di Giordano, finché non mi sono reso conto che si trattava, in sostanza, di un unico argomento: l'incapacità di essere altro da sé, l'incapacità perfino di voler essere altro da sé.

I personaggi di Giordano hanno questa caratteristica: sono riluttanti al cambiamento. Riluttanti in maniera assoluta, patologica, rifiutano ostinatamente qualsiasi possibilità di essere diversi, ivi compresa la possibilità di poter essere felici, o quantomeno di provare ad esserlo.

Riconosco questa cosa perché incapace di cambiare lo sono stato anch'io, a lungo, ma ho anche compreso l'errore. E nonostante la riluttanza (che ancora, come già detto, trova modo di manifestarsi), penso di essere un po' più duttile alla trasformazione, anche se non mi è un processo troppo congeniale.

Allo stesso tempo mi resta utilissima l'esperienza dei laboratori teatrali, che emula a suo modo il meccanismo cerebrale dei "neuroni specchio": ci aiuta a comprendere gli altri mimando le loro azioni e reazioni. Comprensione che, al contrario, i protagonisti de "La solitudine dei numeri primi" pare non ricerchino mai, deliberatamente.

Ecco cosa non sono in grado di perdonare all'autore del libro ed ai personaggi che mette in scena: il fatto che siano sostanzialmente inutili, a sé stessi e agli altri (se non incidentalmente, attraverso una brillante scoperta matematica), scientemente, senza volontà né desiderio di cambiamento, in una fissità congelata che riflette una cupa e passiva attesa degli eventi, vissuti quasi in terza persona.

Questo libro lascia il lettore senza speranze, per i protagonisti come per le persone che orbitano loro intorno. Alla fine non si riesce a provare empatia e comprensione umana per individui che si trovano a proprio agio solo nello star male. Ed è per me il limite della storia: non offre strumenti né speranze di salvezza. Che invece ci sono eccome.
sabato, 16 febbraio 2008

A volte torno a visitare il "Mammifero" solo per rendermi conto che sono giorni che non inserisco nulla. Poi faccio mente locale e realizzo il motivo di questa "assenza": stanno accadendo troppe cose contemporaneamente.

La scorsa settimana è scoppiato il bubbone del "Bicycle Mobility Forum" e la gente che partecipa ed anima la CriticalMass romana è salita sulle barricate, ottenendo mercoledì scorso un incontro con la Città dell'Altra Economia che ha praticamente rimesso in discussione le date, la natura ed anche la collocazione fisica dell'evento. Ravvedimento tardivo, ma necessario. Ora seguiranno ulteriori passi a garanzia del massimo allargamento e della massima partecipazione e condivisione con tutta la comunità dei ciclisti romani.

Ieri sera abbiamo raccolto le energie per andare a vedere uno spettacolo teatrale al Piccolo Re di Roma: "L'età dell'ansia", tratto da W. H. Auden per la regia di Gianluca Bondi. Sarà che è stato nostro insegnante e regista, ma ormai io e Manu ci ritroviamo istintivamente sulla sua stessa lunghezza d'onda, e non possiamo che rimanere affascinati dal suo stile visionario ed onirico, e dall'uso che riesce a fare anche di un piccolo palcoscenico.

Spettacolo straniante ma miracolosamente coinvolgente, con un equilibrio magistrale di testo, gestualità e situazione scenica, racconta una non-storia, attraverso frammenti del romanzo di Auden, restituendo un affresco sulla condizione umana, i suoi drammi e la sua disperata ricerca della felicità. Un lavoro che meriterebbe ben altro successo e ben altra attenzione che la manciata di spettatori di ieri sera... ma purtroppo, come dice Manu, le cose migliori sono per pochi.

Altrettanto pochi erano stamattina all'appuntamento con CicloKidz, nel parco della Caffarella. Nonostante le numerose telefonate, i contatti personali e le assicurazioni di partecipazione, sembra che l'umanità sia stata, in questa settimana, flagellata dalle piaghe bibliche, sicché uno dopo l'altro tutti gli entusiasti sostenitori dell'iniziativa, adducendo motivazioni incontestabili, sono evaporati.

Questo fatto mi ha lasciato un amaro in bocca che invece non voleva proprio "evaporare". Tra ieri sera e stamattina ho rimuginato sul paradosso in cui tutti mi dicono: "iniziativa geniale, entusiasmante, da portare avanti!", e nessuno si fa poi carico di essere presente di persona. Un po' come dire: progetto bellissimo, ma fatelo senza di me.

Poi siamo partiti, e i bambini (tre!) mi hanno ripagato di tutta la fatica nel perorare la causa, hanno esplorato il parco con occhi sgranati, consapevoli dell'avventura cui stavano partecipando, hanno spinto le biciclettine sulle salite e si sono arrampicati sull'antica cisterna, che ho raccontato loro essere un castello.

I loro sorrisi hanno sciolto il mio malumore, ma non la rabbia per tutti quei genitori, zii, parenti ed amici che ad altrettanti bambini hanno negato quest'esperienza. CicloKidz proseguirà, ma per adesso io e Sergio ci prendiamo una pausa di riflessione, e magari i bambini li portiamo a pedalare lo stesso, senza necessariamente perseverare nell'estenuante ed infruttuoso tentativo di coinvolgere altra gente.

Mi sento di condividere con Gianluca Bondi questo destino infausto, spendere sforzi generosi ed inesausti per raccogliere solo le briciole, aggravato nel mio caso dal disastro che a lungo andare produco nel campo dei rapporti umani. Sembrerà paradossale, ma uno dei pensieri fissi della settimana è stato domandarmi come mai dalle persone riesco a tirar fuori il peggio. Un "peggio" che vorrebbe restarsene lì acquattato, nascosto, senza fare troppi danni, e che invece io stano fuori a produrre disastri.

La fotografia del momento attuale si può riassumere nelle due righe di un pensiero che formulai diversi anni fa, di fronte all'ennesimo disarmante sfacelo:

"Abbiamo camminato sulla Terra come Giganti
lasciando dietro di noi solo macerie"

venerdì, 03 agosto 2007
Castello.JPG

Tizzano val di Parma è l'ultima tappa estiva del nostro spettacolo, la seconda del concorso "L'Ermo Colle". Significa prendere un altro giorno e mezzo di ferie (alla fine diventati due) ed un'altra trasferta in macchina di più di 500km. Quindi sveglia alle 6.00, al teatro per caricare armi e bagagli (tanti) e quindi via di autostrada, sotto il sole di luglio.

Guidare in autostrada è una delle cose che personalmente detesto, ma in questo caso diventa inevitabile: troppe le cose da portare, compreso un baule pieno fino all'orlo di lenzuola, candelabri ed oggetti vari. Almeno si può dividere la fatica della guida e la spesa di benzina ed autostrada. Comunque fa meno caldo della scorsa settimana, la partenza anticipata ci dà il tempo per una sosta pranzo più che decente in quel di Parma, e riusciamo a raggiungere Tizzano relativamente presto ed ancora abbastanza freschi.

L'allestimento che ci si presenta di fronte è già del suo spettacolare, la scena è stata ricavata in un antico rudere (il castello) ed il palcoscenico si affaccia nel vuoto, ad una decina di metri (in orizzontale) dalla prima fila di sedie. Già solo questo basta a gasarci, e ce ne sarà bisogno, perché poco alla volta cominciamo a realizzare i vari problemi che dovremo risolvere.

Uno fra tutti l'entrata del "corto": l'accesso al palcoscenico è dalla parte opposta a dove lo abbiamo sempre fatto, e per un lavoro geometrico come quello che abbiamo approntato, con l'entrata che si sviluppa seguendo i lati di un quadrato, questo significa rivedere tempi, velocità e movimenti.

Poi c'è la novità dei microfoni: la scena, oltre ad essere all'aperto, è troppo lontana dagli spettatori, ragion per cui sono stati approntati dei microfoni tutt'intorno che amplificano, oltre alle voci, ogni altro suono, compreso quello dei passi sul palcoscenico e degli oggetti spostati in prossimità di essi. Ogni suono è catturato ed inesorabilmente restituito, anche i sussurri... Un conto è andare in scena in uno spazio nuovo, un altro è ritrovarsi a dover gestire un'amplificazione audio di cui non abbiamo alcuna esperienza.

Ma il peggio deve ancora venire, poiché Gianluca, il nostro insegnante/regista, ci annuncia che dobbiamo "tagliare" la lunghezza dello spettacolo di almeno dieci minuti, a rischio di essere squalificati, dal momento che le regole del concorso parlano chiaro.

Io non ci sto. Mi sembra una vessazione che non ha alcuna motivazione artistica. Già il lavoro di "potatura" del testo di Cechov è stato drastico, certosino e doloroso, lasciando solo l'essenziale. Togliere ancora significa restituire un qualcosa di profondamente incompleto, senza dar modo al pubblico di comprendere alcune delle relazioni tra i personaggi, e lasciando una sensazione di inconcludente incompletezza.

Io sarei per non tagliare niente, cercando solo di lavorare sui tempi, a rischio di essere squalificati (tanto nessuno pensa seriamente che abbiamo possibilità di vincere...), non foss'altro che per rispetto nei confronti del pubblico che ci vedrà, e del nostro lavoro degli ultimi mesi. Ma sono in minoranza, e mi devo adeguare alla decisione degli altri. Sui tagli non metto bocca, tanto a questo punto tagliare poco o tanto per me è lo stesso.

L'ultimo guaio inatteso ed imprevisto è il freddo: andiamo in scena alle nove passate, è già buio e nessuno ha tenuto conto del fatto che siamo ad 800m di quota. La temperatura scende ed i nostri costumi, nati per rappresentazioni in teatri al chiuso, sono troppo leggeri. Altro che "riscaldamento" prima dello spettacolo...

Comunque, nel bene o nel male, andiamo in scena. Ormai lo spettacolo vola via da solo, non ci fossero i cambiamenti dell'ultimo minuto viaggeremmo col "pilota automatico". Nonostante le mie riserve, però, alla fine il pubblico applaude con convinzione, ma io resto convinto che la versione senza tagli sarebbe arrivata di più. Peccato.

Del resto non c'è molto da raccontare: il buffet, come l'altra volta, sostituisce la cena; vediamo lo spettacolo dell'altro gruppo che, con l'amplificazione, diventa finalmente comprensibile (pur restando, a parere mio ed anche di qualcuno del pubblico, un po' troppo astratto...), si festeggia brevemente al bar e quindi in macchina fino all'albergo, dove ci schiantiamo sui letti.

Il giorno dopo (ieri), è un lungo rientro in auto, con l'iPod a farmi compagnia mentre Serena recupera il sonno perduto di due notti, un tentativo di conversazione sulle sorti del teatro continuamente interrotto dai reciproci cellulari, l'arrivo a casa e la rinuncia ad andare in ufficio. All'una di pomeriggio crollo sul letto a dormire, mi rialzerò alle cinque passate.