domenica, 27 settembre 2009
Per controbilanciare il post precedente mi sento in dovere di gettare una luce diversa sull'attività dell'astrofilo cittadino, o per meglio dire di un "visualista cittadino" come il sottoscritto. E già quest'affermazione richiede una precisazione per i "non addetti", non tutti gli astrofili condividono la stessa passione, o quantomeno non lo fanno alla stessa maniera.

La prima grossa divisione è tra "visualisti" ed "astroimagers" (una volta si diceva fotografi, ma era ai tempi della fotografia chimica, su pellicola). I visualisti sono appassionati della visione diretta, in quanto rapporto meno mediato col Cosmo, vogliono ricevere direttamente sulla propria retina i fotoni che provengono da corpi lontani, un po' alla S. Tommaso: "toccare con mano".

Gli astroimagers riprendono foto, le elaborano e le condividono. La loro "visione" degli oggetti è molto più approfondita ma meno "immediata", un po' come la "gallina domani" del famoso detto. Mentre i visualisti si arrabattano a puntare un oggetto dopo l'altro, cambiano gli oculari, si affannano con mappe cartacee o digitali, i fotografi montano l'attrezzatura, mettono a punto dettagli, poi lasciano la strumentazione a lavorare autonomamente anche per ore, un po' come dei pescatori che aspettano che il pesce abbocchi.

Ma anche tra le due principali categorie non mancano le sottoclassi. Infatti è molto diverso osservare galassie deboli al limite della visibilità rispetto al cercare dettagli sui pianeti o sulla Luna. Si usano in genere strumenti diversi (a specchio oppure a lenti) e differenti tecniche osservative. Per gli astroimagers questo significa attrezzature diverse sia dal lato ottico che da quello elettronico, e via scremando fino a scoprire delle "micro-nicchie" come ad esempio gli appassionati di stelle doppie.

Il problema principale per un visualista appassionato di "deep sky" (Cielo profondo, ovvero oggetti ai limiti della visibilità) come me è trovare un sito sufficientemente lontano da fonti di inquinamento luminoso, e nottate perfettamente serene. La prima condizione si realizza in genere sulle montagne, dove è però abbastanza facile che non si realizzi la seconda, dato che le nuvole si condensano quando l'aria umida viene spinta in quota.

Quindi non solo occorrere mettere in conto smacchinate chilometriche, ma anche il rischio di trovare "in situ", condizioni meteo sostanzialmente diverse da quelle di partenza. Venerdì è successo qualcosa di simile, quando nel tentativo di sfruttare l'ultima notte utile prima della lunazione (sì, c'è anche questo problema, quando la Luna è sopra l'orizzonte di fare "deep sky" non se ne parla proprio) mi sono mosso dopo una giornata di lavoro.

Immaginate la sveglia alle 6.40, una mezz'ora di traffico fino all'ufficio, la normale giornata lavorativa dalle 8.00 alle 17.00, un'altra mezz'ora di traffico fino a casa, e qui la mia giornata "solita" prende la piega di un comodo stravacco di fronte al pc per assorbire le ultime notizie, partecipare a social network, scambiare la posta, ecc. ecc. in attesa dell'ora di cena.

Venerdì, al contrario, una volta tornato a casa ho cominciato a metter mano all'attrezzatura per la nottata osservativa. Quindi fare il conto di tutti i "pezzi" del telescopio, la borsa degli accessori, verificare se c'è tutto (il binocolo, gli oculari, il puntatore, le mappe, il cacciavite per la collimazione delle ottiche, la torcia col filtro rosso, la matita per prendere appunti...). Altro discorso per l'abbigliamento pesante, scarponi da montagna, pile, piumino, cappuccio, guanti. Poi una doccia frettolosa, una tazza di té per aiutarsi a rimanere svegli e si parte.

Trasferisci tutto in macchina (più di 40kg, compresa la base del Dobson che non entra nell'ascensore e devo portarla giù per due piani di scale...) altra mezz'ora di traffico per raggiungere il luogo dell'appuntamento con un amico astrofilo, Nicola, che mi accompagnerà nell'impresa, trasferiamo tutto nell'auto di lui che è più comoda e capiente della mia scatoletta, ed imbocchiamo l'autostrada per i consueti 100km fino alle montagne dell'Abruzzo.

Vivere in una grande città significa doversi allontanare molto per sfuggire all'inquinamento luminoso. Campo Felice ha il vantaggio di trovarsi in prossimità di una direttrice "veloce", e lo svantaggio di trovarsi vicino ad un'altra città abbastanza grossa come L'Aquila. Finora un sito drammaticamente migliore non lo si è trovato, per cui dopo i 100km di autostrada si sale per un'altra decina e si raggiunge un parcheggio a quota 1400 mslm.

Arriviamo verso le nove di sera e troviamo altri astrofili già indaffarati con le riprese fotografiche, li salutiamo e cominciamo a montare la strumentazione. Il Dobson ha di bello che si mette in opera in una manciata di minuti, per contro altre operazioni, pur necessarie, richiedono più tempo e la collaborazione di due persone, come l'allineamento del cercatore e quello dello specchio primario, che a causa del tubo smontabile va ricentrato ogni volta (l'alternativa  è avere un tubo "sano" di un metro e mezzo di lunghezza e quaranta centimetri di diametro da trovare il modo di infilare in macchina).

Cominciamo ad osservare e ci rendiamo conto che le condizioni non sono delle migliori, c'è un vento freddo ed abbastanza fastidioso, con raffiche occasionali che muovono il telescopio, inoltre il "seeing" (ovvero la stabilità dell'aria, che consente di raggiungere alti ingrandimenti) è pessimo, l'immagine di Giove è impastata e traballante. Per il primo problema c'è poco da fare oltre a stringere un po' le frizioni ed indurire la scorrevolezza dei movimenti, in compenso il telo nero di protezione dalla luce circostante si piega tra le aste del "truss" ostruendo parte della luce in entrata nel tubo.

Cominciamo col cercare i pianeti esterni, Urano e Nettuno (che nemmeno si vedono ad occhio nudo...). Le mappe poggiate sul cofano dell'auto svolazzano spinte dal vento, che tende a far cadere anche un po' di oggettistica leggera come i contenitori degli oculari. Un po' a fatica riesco a puntare prima il secondo poi il primo, ma "senza alcuna soddisfazione", per parafrasare Cechov, il "seeing" pessimo impasta le immagini al punto da renderli quasi indistinguibili dalle stelle. Non è che su questi pianeti lontanissimi si veda poi granché, ma perfino la soddisfazione di distinguere il disco, al posto di un punto com'è per le immagini stellari, ci viene negata.

Nel frattempo aspettiamo le 23.00 quando il tramonto della Luna dovrebbe consentirci di osservare un po' di deep sky. Ne approfitto per migliorare l'allineamento degli specchi, ma è un'operazione scomoda e laboriosa, peggiorata dalla non ottimale forma e sistemazione delle viti di registro (che dovrò sostituire), ed anche la scarsa esperienza di Nicola non è in grado di aiutarmi più di tanto. Proviamo a puntare un po' di stelle doppie, ma ancora il seeing scadente ci fa desistere dopo pochi tentativi.

Poi la Luna tramonta, il cielo sembra buono ma non lo è più di tanto, o almeno non lo è abbastanza. Ci sono nubi che vanno e vengono, oltretutto luminescenti, segno che l'inquinamento luminoso prodotto da L'Aquila è ancora evidente, e probabilmente ci sono velature in quota non direttamente visibili ma che, illuminate anch'esse, producono un abbassamento del contrasto tra gli oggetti deep sky ed il fondo cielo. In buona sostanza una nottata di scarsa soddisfazione.

Per un'oretta ci arrabattiamo tra le mappe che svolazzano ed il telescopio che si sposta, riuscendo ad osservare una breve galleria di ammassi, nebulose e galassie. Per Nicola, abituato ad un telescopio molto più piccolo, è comunque una festa. Per me, che so come dovrebbero vedersi in condizioni ottimali, una mezza sofferenza. Realizzo anche un limite nel nuovo atlante che ho con me: le carte sono dettagliatissime ma troppo piccole, puntare oggetti non visibili ad occhio nudo senza un cercatore adeguato è molto scomodo.

A mezzanotte un astrofotografo camperista ci offre un té caldo, entriamo nel camper per scambiare quattro chiacchiere. Anche gli imagers soffrono la nottata scadente, vedendosi costretti a sospendere le pose e riprenderle al passaggio delle nubi in quota. Il nostro ospite contava di fare una ripresa a lunghissima posa con filtro H-Alfa di sei ore divise in due notti, ma pare abbastanza sconfortato.

Torniamo fuori e ci accorgiamo che il vento ha fatto volar via dal tavolo improvvisato sul cofano della macchina quasi tutto. Raccogliamo contenitori ed altro e riprendiamo a cercare oggetti, ma dopo pochi minuti comincio a tremare dal freddo, segno che il mio organismo è ormai "in riserva". Anche Nicola concorda che è ora di tornar giù.

Smontiamo tutto cercando di fare il conto dei pezzi mancanti, un tappo di un oculare è volato via e lo ritrova fortunosamente Nicola a più di quattro metri dall'auto, disperso nella ghiaia del piazzale. Mentre andiamo via stremati e poco lucidi, a luci spente per non disturbare i fotografi, imbocchiamo male il vialetto di uscita ed il muso della macchina si infila per metà in un fosso, con la ruota posteriore sinistra che resta sollevata di quindici centimetri da terra.

Dopo diversi tentativi infruttuosi di sbloccarla ci vengono in soccorso gli astrofotografi, uno di loro ha miracolosamente con sé un cavo di traino e con quello, tirando la macchina con un'altra e lavorando di retromarcia, riusciamo a liberarci ed avviarci finalmente verso casa.

Siamo a Roma dopo un'altra ora abbondante, previa sosta all'autogrill per un cappuccino ed un muffin, altro travaso di attrezzature da una macchina all'altra, alle due e mezza sono a casa e mi devo trascinare nuovamente il tutto  fino all'appartamento (compresa la base del Dobson in truciolato che non entra nell'ascensore). Crollo sfinito a dormire alle tre.

Diciamo che non è stata una "notte tipo", ma delle tre effettuate nelle ultime  due settimane nemmeno la peggiore. Il sabato prima avevamo rischiato la sorte in mezzo ad una perturbazione trovando solo una "finestra" utile verso le 23.00, dopo aver cenato al rifugio, e siamo tornati a casa sotto la pioggia. Diciamo anche che non è una passione facile da alimentare...
mercoledì, 16 settembre 2009
Dopo il viaggio alle Canarie ed il risveglio dell'antica passione per l'astronomia ho passato la fine di agosto e l'inizio di settembre a combattere con un tarlo che mi rosicchiava in testa. "Ti serve uno strumento più grande", diceva quel tarlo, "devi farti un dobson, è inutile insistere a spremer fuori da un 8" quello che non ti può più dare". Tutto vero, incontestabile, se non che i problemi logistici di gestione di un telescopio più pesante ed ingombrante mi parevano insormontabili.

Dobson, per chi non lo sapesse, è un modello di telescopio di una semplicità disarmante. Negli anni '60, constatato che al crescere del diametro dell'ottica (e del conseguente peso del tubo) le montature equatoriali finivano col costare molto più dell'ottica stessa, John Dobson decise che per osservare le stelle era sufficiente qualcosa che reggesse il tubo e consentisse di puntarlo in giro per il cielo. Niente meccaniche di precisione, niente stazionamenti polari, niente motori di inseguimento: un tubo ottico poggiato su uno scatolone, in grado di ruotare in orizzontale ed in verticale.

In questa maniera diventò possibile abbattere drammaticamente i costi, ridotti a quelli dei soli due specchi (con celle e ragni di supporto) e del fuocheggiatore. Per contro significò rinunciare anche a tante comodità, come ad esempio la compensazione della rotazione terrestre, che fa sì che gli oggetti osservati scivolino lentamente da un lato all'altro del campo inquadrato e dopo poco ne escano fuori. Altra cosa alla quale occorre rinunciare è l'idea di utilizzarlo per farci fotografie del cielo stellato.

Tormentato dal tarlo ho provato a chiedere consigli a chi c'era già passato interpellando il forum degli astrofili italiani, col solo risultato di vedermi piovere fra capo e collo un'offerta di quelle a cui è molto difficile resistere: un 12" usato in ottime condizioni messo in vendita da un astrofilo spinto dall'inquinamento luminoso ad abbandonare l'osservazione visuale per dedicarsi alla fotografia del cielo stellato.

Ci ho ragionato su un paio di giorni, solo per realizzare che era una decisione di fondo già presa. Ho mandato al diavolo i "problemi logistici" e mi sono fatto spedire il "mostro" da Crotone. Giovedì scorso me lo sono andato a prendere alla fermata del pullman, ho chiesto ospitalità ai miei cognati per poter disporre di una terrazza e l'ho tirato su di fronte ai miei nipoti esterrefatti. L'effetto era questo:
 
 
Il "collaudo" (se così si può definire) effettuato sotto un cielo inquinatissimo di classe Bortle 8, mi ha edotto sui principali problemi dello strumento: pesi, ingombri, necessità di un frequente riallineamento delle ottiche, e tuttavia fatto solo vagamente intuire le sue potenzialità osservative. Dovevo assolutamente procurarmi un cielo decente, e contavo di averne l'occasione nel weekend

Nella giornata di sabato ho monitorato fin dalla mattina una situazione meteo decisamente non entusiasmante. L'andirivieni di nuvole, il tempo variabile, le piogge sparse, non sono riusciti a dissuadermi dal desiderio di correre a Campo Felice per mettere alla prova il giocattolo nuovo. L'incertezza climatica ed il brevissimo preavviso mi hanno spinto a rinunciare all'idea di coinvolgere altre persone, e l'unica ad accompagnarmi fin lassù è stata la mia dolce metà, Emanuela, immagino più preoccupata di pensarmi da solo in cima ad una montagna di notte che entusiasta per l'idea di una nottata osservativa (con un telescopio, oltretutto, vissuto più che altro come un nuovo ingombro dentro casa).

La scommessa sulla situazione meteo è stata totale: al momento di caricare lo strumento in macchina i nuvoloni che si andavano addensando sulla città hanno prodotto un acquazzone estivo micidiale, che ha messo a dura prova la fiducia della consorte nelle mie estrapolazioni basate su meteosat e webcam. Tuttavia lungo la strada è apparso evidente che la coltre di nubi non si estendeva alle montagne circostanti. Avevamo tutte le premesse per una soddisfacente serata osservativa.

E lo è stata. Il cielo di Campo Felice ci è apparso in una serata di grazia, anche per merito delle piogge del pomeriggio che hanno ripulito l'aria. Potrei stimarlo di classe Bortle 4, se non fosse che ormai ritengo la scala di Bortle inadeguata per i cieli d'alta quota, dove la maggior trasparenza dell'aria rende alcuni oggetti più evidenti anche in presenza di inquinamento luminoso. Per fare un esempio, allo zenith la Via Lattea nel Cigno era poco dissimile da quella osservata alle Canarie, mentre la situazione peggiorava nettamente per la parte di cielo più prossima all'orizzonte.

Ma l'osservazione al telescopio, quella era decisamente da urlo.

Il passaggio ad uno strumento di diametro superiore è sempre del suo sconvolgente (mi era già successo passando dai 4,5" del vetusto newton Skymaster 114/900 ad un diametro quasi doppio), ma non potevo immaginare l'abisso tra il mio precedente 8", strumento peraltro onestissimo, ed il Lightbridge. Il mio cielo è cambiato, il mio modo di pensarlo è cambiato, le mie aspettative sono cambiate e nulla potrà più essere come prima.

Alcune cose andranno sicuramente messe a registro. Per la prima volta ho sperimentato i problemi della stabilizzazione termica dello specchio (evidenti all'inizio, sulle immagini sfocate, le celle convettive generate dalla superficie ancora calda dello specchio primario), ed anche l'adattamento ad un puntatore Red Dot ("...Chili Peppers", come suggeriva Manu) al posto del classico cercatore non è stato proprio banalissimo: puntare una crocetta rossa tra le stelle e trovarsi gli oggetti nel campo dell'oculare è qualcosa di inaspettato persino per un astrofilo navigato.

In compenso l'accoppiata tra maggior diametro dello strumento e gli oculari a largo campo ha cambiato in maniera irreversibile la mia percezione del cielo, e penso anche quella di Manu, che forse per la prima volta è rimasta davvero affascinata dagli oggetti che stavamo osservando.

La cosa più banale da constatare è stata la differenza in quello che le dicevo lasciandole l'oculare per farla osservare. Con il precedente 8" c'era tutta una serie di istruzioni: "osserva così e cosà, dovresti vedere un oggetto di questo tipo (piccolo, grande, concentrato, diffuso, ecc...)". Ora le dicevo solo: "guarda!", ed era lei a spiegarmi cosa stava vedendo. La differenza è principalmente questa: con un 12" gli oggetti si vedono, non vanno "cercati", non vanno "intravisti", non vanno "immaginati", stanno lì e basta, prepotentemente, al centro dell'oculare.

La carrellata ha viaggiato in fretta sugli oggetti "soliti" del cielo estivo, che ormai "soliti" non erano comunque più, mostrando nuovi dettagli, sfumature, ed un rapporto diverso col fondo stellato. Le nebulose Laguna, Trifida, Omega, la Ring nebula nella Lira, il Wild Duck cluster nello Scudo, la Dumbbell, il sontuoso ammasso globulare M13 in Ercole, la galassia di Andromeda M31 col suo contorno di compagne nane, il Velo nel Cigno, una spolverata di ammassi aperti in Cassiopea, la Whirlpool galaxy M51 purtroppo già bassa sull'orizzonte... e poi, per la prima volta dopo molti anni, è iniziata la caccia a cose mai viste.

Questa è un'altra sostanziale differenza rispetto all'8", non solo gli oggetti "classici" sono molto più dettagliati ed interessanti, ma quelli "minori" cominciano ad avere un loro perché. Le minuscole galassie e nebulose che in uno strumento più piccolo mi sorprendevo anche solo del fatto che "si vedessero" (all'inizio ci si accontenta davvero di poco), ora iniziavano a mostrare forme interessanti. Persino gli ammassi globulari, archiviati fino all'altro ieri come "tutti uguali, solo un po' più grandi o piccoli", e ridotti all'osservazione di M13 che "almeno si vede qualcosa" improvvisamente erano divenuti oggetti affascinanti: più concentrati o più diffusi, nascosti dietro un velo di stelle o sospesi nel vuoto, lontani, vicini... insomma è ripartita l'esplorazione.

Ho quindi aperto sul cofano dell'auto le fotocopie del "Tirion Sky Atlas 2000.0" (n.b.: ho anche l'originale, ma teme l'umidità...) vecchie di oltre vent'anni ed in disuso da più o meno altrettanto tempo. Avevo acquistato le mappe ai tempi lontani del "114/900" per trovare le sfuggenti nebulose usando le stelle di riferimento. Poi, con l'8" ed il computerino per il puntamento assistito avevo preso l'abitudine di portarmi dietro solo degli elenchi (ed in quel modo, ora me ne rendo conto, parte della "magia" era sparita).

Il vecchio atlante, riesumato, ora splendeva di una nuova luce. Ho iniziato a puntare tutti gli oggetti non stellari riportati sulle mappe per la prima volta senza preoccuparmi che fossero troppo deboli per il mio strumento. Ne sono usciti fuori la maggior parte! La quantità di oggetti osservabili è aumentata in maniera esponenziale.


Nebulose planetarie minuscole e brillantissime, ammassi globulari, ammassi aperti, galassie, oggetti che da anni non mi appartenevano più sono riemersi dall'inchiostro delle mappe per mostrarsi come diafani fantasmi galleggianti fra le stelle. Il mio cielo è cambiato, l'antica passione, alimentata dal nuovo strumento, si è riaccesa.

Purtroppo sabato avevamo sottovalutato il freddo montano ed i suoi deleteri effetti. Dopo solo un paio d'ore, passate saltellando da una meraviglia all'altra, un vento gelido e tagliente mal  contrastato da un abbigliamento troppo "ottimista" ha avuto ragione del mio entusiasmo. Quando ho iniziato a battere i denti mi sono dovuto arrendere all'impossibilità di proseguire le osservazioni.

Ma "c'est ne pas qu'un debut...", ora che ho assaporato l'osservazione "deep sky" con uno strumento finalmente adeguato penso che sarà molto difficile tornare indietro, ed almeno un fine settimana al mese finirà piacevolmente sacrificato alla rinata passione. "Dobson rules!"
venerdì, 28 agosto 2009


L'arrivo al Roque de Los Muchachos lascia perplessi e stupefatti. In cima ad un vulcano ormai estinto ed eroso, su strati di roccia lavica porosa, tra arbusti d'alta quota, come impenetrabili vascelli alieni poggiano le cupole metalliche dell'Istituto di Astrofisica delle Canarie.


L'altitudine, il silenzio, le aspre rocce vulcaniche ed i fantascientifici manufatti, l'oceano tutt'intorno ed il cielo azzurro, bloccano la mente in una condizione di totale straniamento. La percezione di qualcosa di bizzarro ed incomprensibile afferra le corde vocali e, senza alcuna necessità, ogni parola prende la forma di un sussurro.

Lo stupore attonito che ci avvolge rimanda alla mente l'immagine dei Moai dell'isola di Pasqua. Figure massicce e totemiche quanto enigmatiche, idoli innalzati a divinità immote ed incomprensibili immersi in un contesto che nella sua immobilità racconta la furia della natura e degli elementi.

A pochi passi dal bordo della caldera la montagna precipita verso il basso, lasciando svettare mastodontici e friabili pinnacoli di roccia vulcanica, giganti di sassi e polvere modellati dall'erosione in strati e strati caratterizzati da diverse sfumature di grigio ed ocra.

Ed il senso religioso del silenzio appare immediatamente tangibile. Quassù, a migliaia di metri sopra l'oceano, l'uomo ha innalzato templi ad una fede di cui non è neppure pienamente consapevole. Cattedrali di vetro ed acciaio consacrate alla conoscenza ultima, alla sfida ai misteri del Cosmo, alla potenza inarrestabile del pensiero creatore.

Nei millenni trascorsi dall'acquisizione di una postura eretta, dalla scoperta del fuoco all'invenzione dell'agricoltura, dalle caverne alla nascita delle prime città, l'uomo ha elevato in mille forme templi votivi a divinità sovrumane, possenti ed incomprensibili, sacrari del Mistero e di una Conoscenza rivelata dall'alto a pochi eletti, luoghi dedicati al Sapere incarnato nelle divinità, menhir, piramidi, ziqqurat, pagode, chiese, totem, obelischi, amuleti.

Finché non si è sentito pronto a prendere tra le proprie mani la fiaccola della conoscenza, a farsi carico in prima persona della definizione di sapere, e del sapere in sé, attraverso il metodo scientifico. Da quel momento ogni nuova costruzione, ogni nuovo artefatto, canta il potere della conoscenza dell'Uomo, racconta il dominio della mente sul mondo materiale, la grandezza della scimmia nuda che ha saputo imprigionare gli elettroni e far disintegrare gli atomi al proprio comando.

Ora questi immensi occhi meccanici scrutano il Cosmo sempre più lontano nello spazio e nel tempo, alla ricerca di un sapere più antico della nostra stessa specie, dell'origine dell'Universo. Sono gli occhi dell'Umanità rivolti verso le stelle, gli sconfinati e vuoti spazi intergalattici, solo per misurare e descrivere la nostra infinita solitudine, la perenne insoddisfazione che ci muove, l'inesausta spinta a protenderci oltre i nostri umani limiti.

Ma questi templi aggrappati alla montagna raccontano anche la nostra incompletezza, la nostra fragilità. Il bisogno d'infinito non è che la proiezione di una finitezza tanto ineluttabile quanto inaccettabile ed inaccettata, la fame di sapere null'altro che un'ammissione di ignoranza, ed il piccolo e fragile Uomo solo una scimmia, nuda e supponente, intenta a lanciare il suo grido di sfida al vuoto cosmico.
mercoledì, 19 agosto 2009


Isola di La Palma, Canarie, 19 agosto 2009


Stanotte, sul Roque del Los Muchachos, accanto alle cupole dell'Osservatorio Astronomico Internazionale, la mia ricerca del "cielo perfetto" ha segnato un ulteriore passo in avanti. Tuttavia non risolutivo.

Uno degli obiettivi di questo viaggio alle isole Canarie, che ci ha regalato passeggiate sui vulcani, bagni da sogno circondati da banchi di pesci multicolori, l'ebrezza di salire ai 3500 metri del monte Teide e molto altro ancora, era proprio l'osservazione del cielo stellato da uno dei siti osservativi più famosi dell'emisfero nord, il luogo dove è stato recentemente collocato il telescopio ottico più grande del mondo, il G.T.C. Gran Telescopio de Canarias, 10m di apertura.

Dopo una prima "puntata esplorativa", effettuata la mattina del 16 agosto, che ci ha tenuti impegnati un paio d'ore ad ammirare increduli lo spettacolo naturale della Caldera de Taburiente, ieri sera, armati di vestiario pesante e del fido binocolo Vixen 10x50, io e Manu ci siamo arrampicati in auto fin sotto le cupole dell'osservatorio per ammirare uno spettacolo ormai desueto per gli abitanti del mondo civilizzato, quello della volta celeste.

E' stato incredibile verificare l'apparire della Via Lattea nel tardo crepuscolo: in un cielo ancora non completamente buio si mostrava già molto più definita di quanto appaia dai siti osservativi considerati "buoni" del centro Italia, per poi dispiegare tutta la sua ricchezza e complessità di strutture a buio completamente raggiunto.

Si fa fatica a spiegare l'emozione data dall'osservazione di questo fitto ricamo di nubi chiare ed oscure, la filigrana di strutture ciclopiche eppure impalpabili creata dai gas e dalle polveri interstellari illuminate dalle fornaci nucleari di astri lontanissimi, o il tappeto di stelle che si percorre spostando il binocolo lungo il piano galattico.

Gli stessi oggetti che da noi si fatica ad individuare nel lucore di fondo prodotto dai riflessi delle luci cittadine: ammassi aperti, globulari, nebulose, galassie, appaiono qui non solo evidentissimi, ma surclassati in fascino ed interesse da strutture a larga scala che sotto i nostri cieli non sono neppure immaginabili. Il "bulge" della Via Lattea, oscurato dalle nubi di polveri del "Braccio del Sagittario", è di per sé l'oggetto piu' incredibile che abbia osservato fin qui, e l'umile binocolo che da anni mi accompagna si è rivelato lo strumento adatto ad esplorarlo.

Avrei potuto restare per ore col naso all'insù, ad osservare le tenui strutture della nostra galassia, se la stanchezza e l'aspettativa di dover guidare per più di un'ora su strade serpeggianti giù per i fianchi della montagna non mi avessero indotto a chiudere la serata osservativa poco prima di mezzanotte. Avessi avuto con me un piccolo telescopio probabilmente sarei rimasto fino all'alba, crollando stremato a dormire in macchina alle prime luci del giorno.

Ma, come dicevo all'inizio, anche questo cielo per me straordinario non è esente dagli effetti nefasti dell'inquinamento luminoso. I fenomeni descritti da Bortle ed altri osservatori caratteristici di siti perfettamente bui (luce zodiacale, airglow, gegenschein) non risultavano visibili, ed anche il bordo delle montagne appariva nettamente più scuro del fondo cielo sovrastante.

Indubbiamente, mi sono detto, la scelta di collocare qui il G.T.C. è stata dettata da considerazioni diverse che non un cielo assolutamente buio: la relativa vicinanza all'Europa, la percentuale di notti osservative "utili", la collocazione geografica complementare agli altri strumenti dell'emisfero nord, ovvero i due strumenti da 8 metri collocati sula cima del Mauna Kea, alle Hawaii (quando è giorno sull'oceano Pacifico è notte sull'Atlantico, e viceversa), la distanza di sicurezza da fenomeni meteorologici nefasti per le meccaniche di precisione dei telescopi (p.e. le tempeste di sabbia del deserto), e soprattutto la relativa insensibilità delle riprese fotografiche e delle misure strumentali ai bassi livelli di inquinamento luminoso, che invece penalizzano fortemente l'osservazione ad occhio nudo.

Così la mia ricerca continua. Ho salito, probabilmente, il penultimo gradino della scala di Bortle, mi resta l'ultimo, e non so dire se, quando e dove questo accadrà. In Nordafrica, in Namibia, luoghi persi nel nulla a migliaia di chilometri da casa, a centinaia dalla "civiltà" che ha fatto fuggire la notte, e l'ha spinta a nascondersi ai margini del mondo.
giovedì, 07 maggio 2009
Saranno anche piccole cose, ma non manco di rimanere colpito quando trovo in giro "tracce del mio passaggio". È una cosa che mi emoziona, ed anche un po' mi imbarazza, come quando si viene presentati a degli sconosciuti per essere "quello che ha fatto la tal cosa" (che in genere pare una roba talmente minima da non sembrare degna di menzione). Stavolta mi sono "ritrovato" citato da Cecilia Gentile, giornalista e scrittrice ("Buongiorno Senegal", Ediciclo editore), che in un suo racconto intitolato "Pag e le pannocchie di Marco P." (sic!) rievoca un episodio risalente ad un lontano viaggio in bici. Parte di questo racconto è stata pubblicata nel Blog dell'editore Ediciclo.

Scrive Cecilia:
"Ricordo il mio primo viaggio a pedali tanti anni fa in Bretagna, Francia. Eravamo in quattro. Avevamo programmato la prima settimana a nord per poi spostarci con il treno a sud, zona più turistica, raccomandata dalla guida. Ad un certo punto Marco P. propose di non prendere il treno, per rimanere ad esplorare la zona in cui già ci trovavamo, e affidarci solo alla bici. Ci fu una votazione. Ricordo che rimasi molto male, io volevo cambiare zona, e persi. “Ma qui ci sono solo pannocchie”, dicevo a Marco P. mentre pedalavo. “Magari potessi pedalare tutti i giorni in mezzo alle pannocchie”, mi rispose Marco P. Ecco, con il tempo, nei miei viaggi in bici, ho imparato a cercare e a trovare le mie pannocchie."

Devo essere onesto, questa frase sulle pannocchie proprio non me la ricordavo. Probabilmente perché mi sembrava, allora, una considerazione talmente ovvia da non meritare chissà quale attenzione. Direi, a posteriori, che in effetti lo era... ma altrettanto sintetizzava con estrema linearità ed efficacia un pensiero, un'idea. Ed è forse proprio questa capacità di sintesi che, sulla distanza, l'ha resa degna di menzione, capace di tratteggiare, nella sua essenzialità, un rudimentale abbozzo di "filosofia di vita".

Un'altra amica, in quegli stessi anni, mi tributava una cosiddetta "eleganza di pensiero", ovvero una capacità di semplificazione che, a suo dire, consentiva di arrivare alle soluzioni dei problemi ragionando "per linee rette" (la retta è, per definizione, la via più breve tra due punti). Non so se sia davvero così, ma mi capita spesso di dover faticare di più a spiegare concetti sostanzialmente semplici che non architetture logiche più complesse ed arzigogolate. Non saprei dire se questo mio "ragionare per linee rette" sia una forma di intelligenza o non, piuttosto, di stupidità. Comprendo facilmente il comportamento degli oggetti, non altrettanto bene le persone. So cosa è giusto per me ma ho grossi problemi a relazionarmi con un mondo di bisogni indotti, di conformismo, di opportunismo acritico come quello che mi circonda. L'uomo giusto al momento sbagliato, o forse solo l'uomo sbagliato, in un momento qualsiasi.

L'alternativa mi suggerisce che il mondo in cui viviamo, la cultura che assorbiamo, la maniera in cui la maggior parte delle persone organizza i propri pensieri è ancora molto lontana da una reale efficienza. La scuola si preoccupa molto più di riempirci la testa di concetti diversi, non di rado fra loro antitetici, che non di insegnarci la maniera di organizzarli. Un tempo lo si definiva col termine dispregiativo di "nozionismo", oggi è una parola che non si sente più. Il dubbio, o meglio, la preoccupazione, è che l'antico "nozionismo" abbia ceduto il passo non già ad una più adeguata forma di insegnamento, ma ad un nozionismo ancora più misero e scadente.

Sere fa mi hanno posto una domanda quantomeno bizzarra. Eravamo nel bel mezzo di una sessione di osservazioni astronomiche e stavo illustrando un po' di "rudimenti" ad una ragazza che si stava avvicinando all'astronomia. Questioni in prevalenza tecniche, finché non mi ha chiesto: "ma c'è una filosofia dietro tutto questo?" Penso di averle dapprima risposto che "filosofia", dal greco "philos sophos" significa "amore per la conoscenza", quindi l'astronomia è necessariamente "filosofia"... ma mi pareva di sfuggire la domanda.

Allora ho reinterpretato la frase in altri termini, immaginando che la questione fosse: "cosa mi dà l'osservazione del cielo". Ho parlato dell'esperienza diretta, non mediata, con l'infinito. Del divenire consapevole, lì ed in quel momento, del mio posto nell'Universo. Del comprendere, lì ed in quel momento, di far parte di una specie che si è elevata dai bisogni materiali per costruire macchine in grado di scrutare nell'immensità del Cosmo. Dell'osservare coi miei occhi e poco altro (lenti, specchi) oggetti antichi di miliardi di anni, posti a distanze incolmabili, inconcepibili.

Ed è, in fondo, la stessa filosofia che mi porta a pedalare in mezzo alle pannocchie, come se fossero una cosa nuova e mai vista. Perché la bellezza non è del mondo, ma del modo in cui lo guardi. La meraviglia non sta in quello che vedi, ma in quello che ti è dato di comprenderne. Non basta avere occhi se non si sa osservare. Non basta essere liberi, se della libertà non si sa che farsene. Non basta avere in dono il pensiero, se non si sa pensare.

Io ho questo modo di ragionare per linee rette. Nella vita di tutti i giorni non aiuta moltissimo, a volte è d'impiccio. Alle volte indica soluzioni che altri faticano a vedere. Ogni tanto, per fortuna, si rende utile.
domenica, 12 ottobre 2008
Correva l'anno 1997, internet era là da venire non solo per me ma per la maggior parte dei miei conoscenti, l'escursionismo in bici non aveva ancora iniziato ad assorbire molto del mio tempo infrasettimanale ed avevo appena scoperto le meraviglie della computergrafica grazie ad una suite di disegno ed impaginazione per pc, Corel Draw (versione 5.0!).

All'epoca l'Associazione Romana Astrofili, un piccolo gruppo di appassionati di astronomia di cui facevo (più o meno) parte, ebbe la brillante idea di dotarsi di un "giornalino", cui fu dato il nome di "Perigeo". Visto il primo numero e constatata l'impostazione grafica inesistente e l'aspetto eccessivamente "amatoriale" (brutto, diciamola tutta, ma più che brutto orribile), mi resi disponibile per un restyling grafico, ma la proposta non raccolse la necessaria attenzione.

A dirla tutta l'iniziativa del "bollettino" era nata da un piccolo gruppo all'interno dell'associazione, nel disinteresse più o meno palese degli organi direttivi, della serie "se vi va fatelo, ma non aspettatevi da noi grande supporto", quindi il rifiuto alla mia proposta fu più una questione di "il giocattolo è nostro e ci giochiamo noi" che una articolata e motivata scelta editoriale.

Fatto sta che la cosa mi seccò alquanto, che avevo voglia di impratichirmi con il programma di grafica, che la mia creatività viveva un buon periodo e che in qualche modo dovevo "fargliela pagare" un po' a tutti. Da questo "cattivo proposito" nacque "Periastro, il Contro Bollettastro delle Frange Dissidenti".

Nato originariamente come numero unico, con pseudo-articoli ironici e sarcastici che prendevano in giro i tic ed i luoghi comuni degli astrofili e dell'associazione stessa, ebbe un tale successo che mi indusse a produrne diversi altri, sempre di cinque o sei pagine in formato A4, con cadenza bimestrale, per quasi un paio d'anni.

Oltretutto, discutendo di "creatività", Periastro era un oggetto muta-forma: ogni numero era una creatura a sé, la grafica ed i contenuti ne risultavano stravolti. Il secondo numero, per dire, titolava:
PERIASTRUM
Novellario de li facti accadenti at cura de le Fronde Dissenzienti
in seno at lo Sodalizio Romano Miratori de lo Nocturno Cielo
"


e con un "motto" sopra la testata recitante: "Magno est lo sforzo et di fremente speme s’adorna il cor fintanto che non splode". Tutti gli articoli erano in un italiano arcaico e rappresentavano un'associazione astrofili del 1500 o giù di lì. Insomma, ci siamo capiti.

Al quinto numero, con l'ennesima capriola, Periastro uscì come "Rivista bimestrale di poesia", ed ospitava nella "sezione classica" (nella "sezione contemporanea c'era una canzone Rap) un esperimento delirante: descrivere le tematiche dell'astrofisica contemporanea col linguaggio di un Ludovico Ariosto. Ancora oggi lo trovo sconvolgente, come concezione e realizzazione. Eccolo qui, con tanto di note "esplicative".

L'Evoluzïon Stellare
di Ermete Ermetico

Cantami, o diva, de l'astri fulgenti
Nascita et morte, et come Lattea Via,
In notte buia, quasi per magia,
S'adorni di tal gemme rilucenti.

At parer de li dotti et li sapienti
Poscia che di Gran Squasso (1) fu creata
La materia in le stelle fu forgiata
Prìa di formar criature intelligenti.

Cantar io vo' l'historia de tal fatti
Di modo che sia claro in ogne dove
Cos'han da dire queste scientie nove
Et noi non si sia presi per de' matti.

Erra in lo voto ispazio tetro nembo
De gas composto, et pulveri sottili
Et con li suoi compagni, in lunghi fili
Di spiral trama (2) forma estremo lembo.

Quiescente tale obscura nube pare
Infin che suo equilibrio non si perde (3).
Poscia in vortice (4) ratto si rapprende
Fintanto che la stella non compare.

Suo calor, per cagion di compressione (5),
ogni cosa comune sopravanza,
Sale in lo centro, aumenta con costanza
Raggiunge infin lo punto de fusione (6).

Quivi li nucli atomici snudati (7)
Scagliati l'un ver l'altro crudamente
S'uniscono all'istante et in un niente
Raggi possenti (8) vengon liberati.

Ribolle lo grand'astro et il lucore
Con soffio imman (9) le polveri allontana
Non appaia, in tal caso, cosa strana
Lo repentin mutar luce et colore (10).

Poscia che lo residuo gas disparso
Sia del nascente impeto focoso,
Raro sarà certun grumo roccioso (11)
Rotolante d'intorno et pur non arso.

Ma se mondo non cotto e non gelato
Appare et acque liquide possieda (12),
Chi può dire che là Vita non creda
Di sbocciar come fiore in mezzo al prato?

Mondi sian questi di gran varietate,
Come lo nostro e pur più molto ancora,
Ricchissimi di fauna et pur di flora
Cangiante ne l'inverno in de l'estate.

A scaldarli son astri non varianti (13)
Che per enorme tempo, regolari,
Producon lume et  caldo, non avari
Di ciò che ci rallegra tutti quanti.

Per le picciole stelle il Fato è questo:
Pur ardendo con somma economia,
Idrogen s'esaurisce tuttavia,
Et spegnesi lo nucleo, et tutto il resto.

Ma di certo est assai diversa sorte
Per quello che reguarda astri giganti,
Bizzarro è ciò che accade at le brillanti
Stelle, prìa che si dica che son morte.

Mentr'eoni trascorron lentamente
Et lo idrogen man mano se consuma
È stella, che parecchio assai riluma,
Destinata a perir violentemente.

Ecco perciò, a idrogen già consunto,
Lo nucleo collassar di modo brusco (14),
Finch' elio il faccia splendere corrusco (15)
A rigonfiar l'esterno at novo punto.

La stella cresce at forma smisurata (16),
In quest'estrema fase di sua vita.
Per li contigui mondi è ormai finita
Lor sostanza vien tosto evaporata (17).

Per picciol brano (18) di suo tempo immane
Colossale vermiglio astro risplende,
Ma in lo suo centro, che vieppiù rapprende (19)
Gravità fa bruciar ciò che rimane.

Giunge alfin punto che, ferro prodotto,
Energia di fusion più non si espelle (20).
Crolla lo nucleo ardente et di sua pelle
Vien nebulosa fatta, in un sol botto (21).

Per millenni ulterior lo gas rilume
Spandendosi in lo spazio buio et voto
Fuggendo et vorticando in folle moto
Lo nulla empiendo infin d'esili brume (22).

Et in lo centro de la pira immane
Corpo se crea denso da far paura (23),
Et in ragion d’infima sua misura
Cagion sarà di molte cose strane.

Sia di niutroni picciol palla (24) fatta
Pur d'un intiero Sol massa recante,
Di radiazioni faro vorticante (25)
Spedita, tale e qual trottola matta,

Sia nero corpo, di luce prigione (26)
Buco di massa enorme nello spazio.
Di materia che inghiotta fa gran strazio (27),
Anco lo tempo torce (28), et fa impressione.

Corpi son questi tutti assai bislacchi
Ché di segreti l'Universo è pieno.
Ma d'indagarli non può farsi a meno
Sebben si sia già vecchi e pien d'acciacchi (29).

  1. Gran Squasso: Si fa riferimento alla teoria del Big Bang.
  2. Spiral trama: Le regioni di formazione stellare, visibili come nubi oscure, prevalgono nelle braccia delle galassie di tipo “a spirale“.
  3. Non si perde: Perturbazioni esterne provocano il collasso della nube di gas.
  4. In Vortice: Il momento angolare complessivo della nube viene conservato.
  5. Cagion di compressione: La diminuzione del volume causa l’innalzamento della temperatura di milioni di gradi.
  6. Punto de fusione: Si parla ovviamente di fusione termonucleare.
  7. Nucli atomici snudati: I nuclei degli atomi allo stato ionizzato, ovvero privati della “nube” di elettroni che normalmente li circonda.
  8. Raggi possenti: Il processo di fusione nucleare comporta l’emissione di energia sotto forma di fotoni altamente energetici, ovvero radiazione “gamma”.
  9. Soffio imman: La fase iniziale della vita di una stella è caratterizzata dallo stadio detto “T Tauri”, con fluttuazioni di luminosità e temperatura ed intenso “vento stellare”, ovvero irraggiamento di particelle elettricamente cariche.
  10. Mutar luce et colore: vedi al punto 9.
  11. Grumo roccioso: Il disperdersi della nube di gas evidenzia l’eventuale presenza di pianeti solidi.
  12. Acque liquide possieda: La presenza di H2O allo stato liquido viene ritenuta una delle condizioni essenziali per l’insorgere della vita.
  13. Non varianti: Di luminosità costante, altro requisito essenziale allo sviluppo di forme di vita basate sui composti del carbonio.
  14. Di modo brusco: In assenza della pressione di radiazione a controbilanciare l’attrazione gravitazionale il nucleo della stella si contrae rapidamente.
  15. Corrusco: Si tratta della fase detta di “Gigante rossa”.
  16. Forma smisurata: Gli strati esterni della stella si espandono e si raffreddano.
  17. Evaporata: I pianeti interni sono inglobati dagli strati esterni della stella.
  18. Picciol brano: La fase di “Gigante rossa” occupa un periodo relativamente breve nella vita di una stella, pochi milioni di anni.
  19. Rapprende: Mentre si fondono gli elementi via via più pesanti il nucleo della stella  si contrae ulteriormente.
  20. Non si espelle: Non si può ricavare energia dalla fusione di nuclei atomici più pesanti del ferro, una volta raggiunto questo punto l’emissione si arresta.
  21. In un sol botto: Il nucleo collassa e la stella esplode come una “Supernova”.
  22. Esili brume: Il residuo dell’esplosione è una nebulosa di gas in espansione a velocità elevatissime, che continuano ad emettere luce.
  23. Denso da far paura: Non essendo più equilibrata dalla pressione di radiazione la gravità spinge la materia a collassare fino a densità inimmaginabili.
  24. Picciol palla: Il diametro di una stella di neutroni è di pochi chilometri.
  25. Faro vorticante: La velocità di rotazione elevatissima, dovuta alla conservazione della quantità di moto, e l’intenso campo magnetico producono l’emissione di radiazione di sincrotrone in tutto lo spettro di frequenze, dalle onde radio ai raggi X,  pulsante con periodicità dell’ordine di frazioni di secondo.
  26. Di luce prigione: Il buco nero è tale in quanto la sua attrazione gravitazionale è talmente intensa da  trattenere anche la luce.
  27. Fa gran strazio: La materia che precipita in un buco nero attraverso il disco di accrescimento subisce sollecitazioni superiori perfino a quelle presenti all’interno delle stelle.
  28. Lo tempo torce: Come suggerito dalla teoria della relatività generale, all’approssimarsi alla superficie dell’orizzonte degli eventi di un buco nero, lo scorrere del tempo rallenta progressivamente, fino a fermarsi.
  29. Pien d’acciacchi: L’autore non cessa di autocommiserarsi inutilmente.