sabato, 07 novembre 2009
And the mercy seat is waiting
And I think my head is burning
And in a way I'm yearning
To be done with all this measuring of truth.
An eye for an eye
A tooth for a tooth
And anyway I told the truth
And I'm not afraid to die.


"E il trono della misericordia attende
E credo che la mia testa bruci
E in qualche modo io sto agognando
Di essere sottoposto a questa prova della verità
Occhio per occhio
Dente per dente
E comunque ho detto la verità
E non ho paura di morire"
Questa settimana è stata terribile. Prima la notizia della morte di Eva, poi l'eco rimbalzante attraverso tutti i social network, le parole di chi la conosceva, le foto di questa ragazza sorridente che ora non c'è più, la mia certezza di averla vista, più volte, in occasione dei picnic del mercoledì, la cappa di angoscia che è scesa su tutti noi.

Quindi il senso di infinita tristezza, e di impotenza, di fronte ad una ennesima "morte annunciata". La consapevolezza che è solo questione di tempo prima che tocchi a qualcun altro. La rabbia infinita di fronte ad istituzioni che fanno sempre meno del minimo indispensabile. L'indifferenza criminale di automobilisti che si preoccupano sempre e solo della propria sicurezza, mai di quella di chi hanno intorno, troppo intenti a nutrire il proprio egoismo.

"La strada è di chi se la prende" recita la
delirante pubblicità di un nuovo SUV, e probabilmente lo stesso si può dire della vita altrui, abbandonata in balia di mostri d'acciaio pesanti tonnellate lanciati a folle ed inutile velocità sulle strade urbane, senza nemmeno la protezione di una riga disegnata a terra. Senza diritti. Senza giustizia. Senza misericordia.

Giovedì sera ho partecipato ad una riunione spontanea, ed eravamo a decine. Tutte le "tribù" del ciclismo urbano, un attimo prima pronte a litigare ed a rinfacciarsi le rispettive ortodossie riunite intorno ad un tavolo dalla morte di una ragazza. Per la prima volta ci si è voluti incontrare di persona, decidere un'azione comune. È stato bellissimo, ma una voce insistente dentro di me si domandava: "Quanto durerà? Quanto tempo passerà prima che si torni a litigare come bambini?"

Venerdì mattina, andando in ufficio, il ritornello ipnotico della canzone di Nick Cave mi rimbombava in testa ossessivo, "an eye for an eye and a tooth for a tooth", "occhio per occhio, dente per dente", l'antichissimo codice di Hamurrabi urlava la sua martellante e seducente litania.

Quante volte si è talmente accecati dalla rabbia da voler fare propria questa legge, da volersi sostituire ad un giudizio, umano o divino, che non avverrà mai, che non sarà mai equo, e volersi fare giustizia da sé?

Venerdì sera abbiamo partecipato in silenzio ad
una fiaccolata spontanea sul luogo del delitto, via dei Fori Imperiali, una via che fa parte dei luoghi simbolo di questa città. Ci è stato impedito di lasciare una bici bianca legata al lampione di fronte al tratto di strada dove la vita di Eva è stata spezzata, ma abbiamo lasciato fiori, e candele, e messaggi.


Quel luogo, da ieri, è diventato per noi ciclisti romani un simbolo di quello che potrebbe succedere a chiunque di noi se non saremo in grado di cambiare le maledette regole del gioco che ci vedono, birilli umani, obbligati a condividere le strade con persone distratte, frettolose, indifferenti ed armate di autoveicoli mortali dalla potente mano delle "leggi di mercato".

Ed allora la rabbia diventa
lucida determinazione, da non sprecare in un atto inconsulto, in una vendetta sommaria. Una fiamma da mantenere accesa e bruciante dentro di sé, in modo che possa guidare le nostre azioni fino ad un obiettivo di civiltà, di sicurezza, di giustizia per tutti.

Per Eva. Per tutti quelli che quotidianamente si spostano in bici. Per i pedoni falciati sugli attraversamenti. Per i portatori di handicap. Per i bambini prigionieri di quest'assurda organizzazione urbana. Ed anche per loro, gli altri, gli adoratori del totem, del vitello d'oro, del "feticcio nerolucido", e che ad esso sacrificano le proprie vite, e quelle altrui, senza neppure rendersene conto.



Ely
mercoledì, 28 ottobre 2009

Ely - "Angelo del Cuore"

Una settimana fa seppellivamo Ely.

Non posso definirla un'amica. Ci si incontrava ai Ciclopicnic, scambiandoci un sorriso, un saluto, poche parole. Aveva ventisei anni, ed era una ragazza fragile, giovane e sfuggente. Dieci giorni fa è sfuggita del tutto, volando giù da una finestra. E lasciando tutti noi che la conoscevamo un po' più soli, più tristi, e con un enorme senso di vuoto dentro.

La morte, di per sé, è una realtà difficile da accettare. La scelta di morire è ancora più inconcepibile. L'idea che, in assenza di sofferenza fisica, la vita stessa diventi ad un certo punto talmente insopportabile da scegliere di rinunciarvi volontariamente appare totalmente priva di senso. Eppure ci sono persone, giovani, perfettamente in salute, intelligenti, in grado di trovare inaccettabile la propria stessa esistenza, e scegliere di porvi fine.

Nel monologo più celebre di tutta la storia del teatro William Shakespeare di questo faceva ragionare il principe Amleto. A distanza di quasi cinque secoli quell'interrogativo è ancora lì, irrisolto. Esplorarlo probabilmente ci costa troppa fatica. E le persone continuano a soffrire, e a morire.

Dopo la cerimonia funebre, parlandone tra noi, Manu (mia moglie) si è detta convinta che il "disagio psichico" sia uno dei grandi problemi "rimossi" del nostro tempo. Non sappiamo riconoscerlo, non sappiamo affrontarlo, non sappiamo guarirlo.

Io mi sono spinto un po' più in là. Per poter davvero fare i conti con il "disagio" di altri dovremmo essere in grado di misurarci con l'idea che il mondo così come è, come siamo abituati ad accettarlo, la nostra stessa organizzazione sociale, sia in realtà completamente folle, assurda, priva di senso.

Un mondo che vive di competizione esasperata, di apparenze, di "status symbol", di sfruttamento, di emarginazione, che isola le persone in spazi urbani alienanti. E che, invece di rimettere in discussione questi controsensi, bolla come "diverso", "disagiato", "instabile", chi non si conforma al paradigma dell'homo homini lupus.

Penso di aver conosciuto Ely la notte che "inventammo il ciclopicnic". Mai, nelle rare volte che l'ho incontrata, mi ha dato motivo di sospettare di queste sue difficoltà. Mi è sempre parsa una ragazza come tante altre, graziosa, simpatica. Niente che potesse far sospettare...

Poi, quando ho saputo cosa le era successo, ho cominciato a cercare pezzi di lei sparsi in rete, per provare a comprendere chi era stata. Troppo tardi ormai anche per questo. Il suo blog cancellato, le sue foto irreperibili. Non saprei spiegare perché, ma questa cosa mi ha turbato.

Ci affanniamo tanto per lasciare qualcosa del nostro passaggio, perché cancellare tutto? Perché questa "terra bruciata"? Eppure dovrebbe essere ovvio che una persona che sceglie di cancellare sé stessa applichi lo stesso principio a tutto ciò che la rappresenta.

Alla fine sono riuscito a trovare le foto dei suoi quadri, che non avevo mai visto (e non vi dirò dove si trovano...).

Ho già scritto tanto eppure sento di non essere riuscito a dire niente. Niente di importante. Niente che renda minima giustizia all'enormità del suo gesto. All'enormità di quello che non sapevamo di lei, di quello che non sapremo mai.

A confronto, forse, del poco che avremmo dovuto, e non siamo stati in grado di fare. Di tutto quello che non si può fare più. Dei pensieri, dei ricordi, dei rimorsi di chi nonostante tutto continua a vivere. Con un sorriso in meno. Con un pezzetto di vita in meno. Con un dolore in più. Mentre il mondo appare, tragicamente, ancora più assurdo del solito.
domenica, 09 agosto 2009


Mi sono reiscritto recentemente alla mailing-list della Massa Critica romana, giusto in tempo per invischiarmi in una di quelle discussioni sui "massimi sistemi" da cui non riesco proprio a stare alla larga. In buona sostanza un mio amico lamentava la delusione per una bicicletta pazientemente ed amorevolmente "rimessa in sesto" in una ciclofficina, in seguito divenuta il primo premio in una riffa di autofinanziamento, finita all'asta su e-bay anziché in giro per le strade romane. A questa addolorata constatazione ho risposto con considerazioni strettamente pragmatiche ("usate il ricavato della riffa per ricomprarvela") suscitando reazione infastidite da parte di altri partecipante alla lista, culminata con un invito ad aprire una riflessione su "la nostra impreparazione come gruppo (?) di fronte alla realtà che cerchiamo di cambiare".

Ho accolto l'invito, come sempre a modo mio, da "cane sciolto", fuori dal giro delle "ciclofficine popolari", e la risposta che mi è uscita di slancio è stata la seguente: "ti regalo da subito una chiave di riflessione: l'impreparazione nasce dal non volerla vedere, la realtà, perché se la guardi bene ti fa passare la voglia di fare qualunque cosa. Quindi giocoforza le persone "più attive" sono anche quelle meno adatte ad affrontare (termine in seguito aggiustato in "interpretare") la realtà. Per questo esiste il dialogo, il confronto, la discussione con gli altri, quelli "meno attivi", quelli che con la realtà hanno scelto di scendere a patti e ne hanno un'idea un forse po' più precisa."

La discussione è proseguita con ulteriori (pochi) scambi di battute, anche piccati, ma al di là di tutto il tarlo di quello che avevo testé affermato ha continuato a rodere nella mia testa. Dopo aver formulato la tesi della dicotomia tra comprensione del Mondo e speranza di cambiamento non potevo fare a meno di applicare le stesse considerazioni a me stesso ed al mio approccio con la realtà circostante.

Avendo vissuto in passato grandi speranze di cambiamento, ed avendole viste arenarsi di fronte all'atteggiamento conformista della maggior parte dei miei concittadini, mi risulta ad oggi molto difficile provare gli stessi slanci ed entusiasmi di vent'anni fa. Sono diventato disilluso e circospetto, e tendo ad evitare dolorosi "sprechi di risorse" di fronte a situazioni che non offrano sufficienti "margini di successo". In questo senso la mia maturata "comprensione del mondo" mi rende meno "attivo" di un ventenne privo di esperienza, che non vedrà gli stessi ostacoli e proverà, con pieno diritto, a perseguire le proprie idee ed iniziative con ben altro slancio.

Tuttavia mi sono anche reso conto che, in un altro senso, la sopravvenuta "comprensione ed accettazione della realtà" non ha ha prodotto un appiattimento sul conformismo dominante, bensì ha fatto sì che procedessi a ritagliarmi un mondo mio, fatto di spazi, usi, tempi e luoghi diversi da quelli della maggior parte dei miei concittadini. Un "mondo altro" in cui essere me stesso, ospitato negli interstizi dimenticati ed abbandonati dalla realtà circostante.

Un esempio. Stamattina ho inforcato la mountain bike e mi sono mosso per un giro di una ventina di chilometri, quasi tutto compreso tra i parchi urbani del comprensorio dell'Appia Antica. Sentieri per me familiari, ma che andando mi rendevo conto di come fossero sconosciuti non solo ai romani in genere, ma addirittura alla stragrande maggioranza degli abitanti del quartiere Tuscolano. Nei brevissimi tratti "di raccordo", in cui sono stato costretto a condividere la sede stradale con le automobili, ho approfittato di ogni metro di marciapiede libero per tenermene fuori.

Poi mi sono imbucato nel parcheggio deserto dell'ippodromo di Capannelle, ho varcato in entrata ed in uscita aperture nelle reti di recinzione, ho attraversato l'Appia Nuova per imboccare una stradina secondaria "senza uscita". Molti ciclisti leggono "strada senza uscita" e non realizzano che la segnaletica è per le automobili, la mia "strada senza uscita" invece diventa un sentiero che poche centinaia di metri più su sbuca direttamente sull'Appia Antica.

La "Regina Viarum" è un luogo che i romani conoscono bene, ma siccome è scomoda da raggiungere (potrei dire "per fortuna"), ed ancor di più da raggiungere con la bici sul tetto dell'automobile... risulta sempre pochissimo affollata. Difficile far capire ai romani che possono spostarsi direttamente "con" la bicicletta, difficile farli uscire dalle gabbie mentali che li spingono a percorrere in bici le stesse strade che farebbero in macchina, imbottigliandosi nel traffico.

Quello che potrebbe apparire un hobby, un passatempo è in realtà per me un'esigenza, una necessità. Vivere la realtà che i miei concittadini trovano abituale è al contrario fonte di stress. Sabato mattina ero in un megastore di articoli sportivi per acquistare un paio di scarpe da montagna. Anziché girare da una sezione all'altra desiderando questo e quell'altro dopo un po' mi sorprendevo a stupirmi di quante cose diverse "non" avessi bisogno.

Lo stesso discorso vale per gli appetiti intellettuali. Anziché seguire "l'ultima moda" vado cercando tracce di pensiero e di arte negli interstizi lasciati vuoti dai mass media, in internet, su blog semisconosciuti, cucendo insieme frammenti di senso partoriti da pensatori appartenuti a secoli diversi, a culture diverse. Come una sorta di intellettuale randagio.

Ultimamente, poi, non riesco più a seguire quella che viene spacciata per "politica", non so più che musicisti siano ora "sulla cresta dell'onda", o quali generi musicali vadano "per la maggiore", e da sempre non provo alcun interesse per lo "sport", o quello che viene ritenuto tale (p.e il tifo calcistico, o qualunque altro ambito che comporti lo star seduti in poltrona davanti ad uno schermo in cui della gente si affanni a compiere esercizi di resistenza fisica o di bravura).

Spesso mi accade di non saper cosa dire, di non aver padronanza dell'effimero al punto da non capire nemmeno "perché" dire. Mi guardo intorno ed aspetto paziente di poter tornare al mio "mondo altro". A cose che abbiano, per me, un senso.
lunedì, 03 agosto 2009


Come molti dei frequentatori di questo blog già ben sapranno, una delle mie attuali preoccupazioni riguarda il "quando" e il "come" gli effetti dell'esaurimento delle risorse fossili  diverranno evidenti, e come reagirà a questo inevitabile, catastrofico, evento la nostra "civiltà" (ammesso che il termine sia ancora applicabile al delirio odierno). Mi affascina in particolare l'idea di osservare la situazione nel suo compiersi, consapevole del disporre di un punto di vista giocoforza viziato dalla collocazione dell'osservatore, spazialmente e temporalmente all'interno del sistema osservato.


Su questo argomento, tra le ultime cose che ho letto vi è un'analisi del collasso dell'Impero Romano letto attraverso la lente del Rapporto sui limiti dello sviluppo, pubblicato nei primi anni '70. Un lungo documento in formato PDF che è la riduzione di una conferenza tenuta alcune settimane fa dal prof. Ugo Bardi di ASPO-Italia ad un convegno promosso dall'associazione stessa. Bardi sviluppa un ragionamento parallelo tra le vicende dell'impero Romano e gli eventi attuali attraverso un'analisi comparata.

La cosa migliore, per la comprensione delle mie considerazioni, sarebbe leggere prima il ponderoso "paper" di Bardi, ma siccome consta di ben diciassette pagine dovrò tener conto del fatto che molti di voi leggeranno questo post fino alla conclusione prima di, eventualmente, affrontare una tale "impresa". Mi piace pensare che la lettura vi invoglierà a farlo.

La prima parte dell'analisi conferma quanto estremamente difficile sia rendersi conto dei lenti mutamenti epocali vivendoli dall'interno in prima persona. Dalle "Meditazioni" di Marco Aurelio alle fantasiose macchine da guerra di un anonimo funzionario imperiale del IV secolo fino al viaggio verso la Gallia di Rutilio Namaziano, appare evidente come la portata degli eventi in corso, che noi posteri possiamo inquadrare storicamente, sfuggisse ai contemporanei. Non ho alcun dubbio sul fatto che, analogamente, la portata degli avvenimenti in atto in questo momento sfugga anche a noi. Anche a quelli di noi che più si sforzano di comprenderli.

Stabilita l'estrema difficoltà di comprendere dall'interno il fenomeno, Bardi passa ad affrontare l'analisi delle cause del crollo dell'Impero Romano, partendo dal lavoro di Joseph Tainter sul "collasso delle società complesse". Il succo del lavoro di Tainter è che l'aumento di complessità che si rende necessario per gestire una fase di crescita (della ricchezza, della popolazione, del territorio), nel lungo periodo finisce con l'essere uno degli elementi determinanti del collasso, frenando e di fatto impedendo il riallineamento ad uno stato di minor complessità, compatibile con il ridotto livello di disponibilità energetica in cui il crollo del sistema si arresta.

Nel nostro caso abbiamo avuto a disposizione per decenni energia in abbondanza a costi estremamente bassi (il petrolio), ed abbiamo inventato innumerevoli modi per trasformare questa energia in oggetti reali, dando vita ad una sorta di gigantesco "paese dei balocchi" cui tutto l'occidente ha preso parte. Ma una volta che questo surplus energetico verrà a mancare, come tutto lascia supporre ed in parte si sta già verificando, la civiltà che abbiamo strutturato intorno ad esso, al pari dell'Impero Romano, non potrà più autosostentarsi e sarà obbligata a rivedere al ribasso non solo le aspettative dei singoli individui, ma anche, inevitabilmente, il grado di complessità raggiunto.

Uno dei "dettagli" su cui non sono d'accordo con Bardi (e con Tainter, ma probabilmente è solo una questione di definizioni...) è sull'identificare il picco della "civiltà" con quello della "complessità". L'aumento di complessità è una delle risposte che la società mette in atto per far fronte ai problemi generati dalla crescita, ma questo processo non è lineare ed i due termini non sono sinonimi. Il motivo della rapida "escalation" di una civiltà sta nella sua efficienza. Da questo punto di vista dobbiamo ritenere che l'Impero Romano fosse, nella sua prima fase, straordinariamente efficiente nel convertire ricchezza in complessità.

Oltre un certo punto, però, questo meccanismo comincia a perder colpi, presumibilmente nel momento in cui la curva di resa energetica si appiattisce e ci si trova con minor risorse a disposizione. In questa fase la strategia consistente nell'aumentare in complessità inizia a produrre inefficienze, anziché ottimizzazioni. A sostegno di questa tesi potrei portare un altro recente post di Bardi (fonte quasi inesauribile di modelli speculativi) su Scarsità ed ipernormazione.

Il mio parere è che la "complessità" continui a crescere ancora, quando la "civiltà" già declina. Nel dettaglio, per quanto posso osservare, nella nostra cultura il "picco della civiltà" è già stato superato mentre la complessità continua ad aumentare, sempre meno gestibile, ed il declino morale e culturale appare evidente. Quello stesso declino che non solo rende da ultimo impraticabile un ulteriore aumento di complessità, ma ben presto impedisce al sistema di riassestarsi su un qualunque inferiore livello pre-crisi, producendone il collasso.

Collasso, quindi, come conseguenza di una "ricchezza" venuta a mancare e di una complessità divenuta insostenibile ed incapace di ristrutturarsi. Uno dei fattori in gioco è, a mio parere, proprio quella che viene citata all'inizio dell'articolo attribuendola allo storico Gibbon: "la perdita di fibra morale", non già da attribuirsi alla diffusione del cristianesimo quanto come inevitabile sottoprodotto (in negativo) della crescita stessa.

Il processo che ho in mente si muove attraverso una serie di passaggi. In principio la società è organizzata in maniera molto rudimentale, a bassa complessità, e qualcosa le dà un minimo vantaggio strategico sulle culture adiacenti. In questa prima fase la vita è molto dura, ed agisce un efficiente processo di selezione sociale in base alle capacità: tutti sono consapevoli che la sopravvivenza ed il successo della collettività di cui si fa parte dipendono strettamente dal fatto di avere i migliori capi ed i migliori cervelli nelle posizioni chiave della società, e si fanno carico di ricoprire ruoli adeguati alle proprie capacità.

Questa "fase positiva", nel caso di Roma, durò diversi secoli. Un villaggio di combattivi pastori ed agricoltori si trasformò via via in una potenza tecnologica e militare, in grado di conquistare ed asservire prima la penisola italica, poi l'intero bacino del mediterraneo, strutturandosi a livelli di complessità crescenti. Ma giunti a questo punto le condizioni risultano cambiate, ed il meccanismo di "selezione in base alle capacità" perde di efficacia.

Come in un organismo vivente, in cui piccoli errori di trascrizione del DNA causano l'invecchiamento e la morte, così in un sistema ad elevata complessità tante piccole scelte sbagliate producono una marcata perdita di efficienza complessiva ed il conseguente declino. Questo, in buona sostanza, è quello che si può osservare nell'Italia dei giorni nostri, con l'ipernormazione, la burocrazia asfissiante, l'elevato livello di tassazione, la fuga dei cervelli, meccanismi elettivi che collocano persone inadeguate in posizioni chiave, perdita complessiva di consapevolezza nella popolazione, mancato rispetto delle regole, declino etico e morale.

Esiste, perciò, un fattore di "inerzia dei sistemi" tale da produrre inevitabilmente una crisi catastrofica. O, quantomeno, un lento scivolare verso il basso che a posteriori ci farà definire "crisi" l'attimo della presa di coscienza dell'avvenuto cambiamento. E c'è veramente poco da fare per far accettare ad una popolazione l'evidenza di un inevitabile scadimento rispetto agli standard di vita alla quale era stata abituata.

Per questo la parte finale dell'analisi di Bardi, quella che verte sul "che fare", è particolarmente disarmante, e concordo con lui sul fatto che sia virtualmente impossibile evitare l'evoluzione catastrofica degli eventi. La capacità di dare ascolto alle "cassandre" si perde quando la "complessità" cresce al punto da rendere l'intera organizzazione sociale incomprensibile ai più, e solo un enorme surplus energetico, qual'è stato quello degli ultimi cento anni, può consentire la sopravvivenza di un sistema in condizioni tanto critiche.

Cosa questo significherà dovremo scoprirlo sulla nostra pelle, e dubito che ci piacerà prendere atto di non avere più "la terra sotto i piedi".

mercoledì, 15 luglio 2009
Si discute parecchio ultimamente, in special modo in internet, del futuro del mondo del lavoro. La cosiddetta "crisi", relegata dai nostri mass-media fra le notizie di costume, non mostra segni di inversione di tendenza: i consumi rallentano, le aziende licenziano e chiudono, gli scambi internazionali di merci e materie prime sono ai minimi storici, i mercati segnano il passo, il costo dell'energia da combustibili fossili, dopo un anno di calmierazione probabilmente artificiale, ha ripreso a salire.

Cosa sta succedendo? In sostanza siamo prossimi al "fondo del barile", abbiamo estratto e consumato risorse non rinnovabili ad un ritmo forsennato per decenni ed è giunto il momento, per così dire, di "pagare il conto". Il petrolio, per fare l'esempio più classico e forse più significativo, ha circa un secolo di vita. Si è iniziato ad estrarlo negli Stati Uniti, dove affiorava praticamente al livello del suolo, si è proseguito forando e trivellando qua e là per il pianeta, scoprendo giacimenti molto consistenti ma anch'essi non illimitati, ed ormai non se ne scopre più di nuovi da un bel po'. Tra gli ultimi importanti vi sono quelli "off shore" scoperti nel Mare del Nord, ormai praticamente esauriti.

E qui entra in gioco il lavoro di Hubbert sulla "teoria del picco" e successivamente quello del "Club di Roma" che nel '72 pubblicava il "Rapporto sui limiti dello sviluppo". In sostanza esiste una relazione matematica ben definita che lega il tasso di scoperta di nuovi giacimenti al picco di estrazione di una determinata risorsa. Ogni volta che una risorsa fossile trova un utilizzo acquista valore, e si inizia a cercarne nuove fonti di approvvigionamento, dopo un po' le principali vengono individuate, ma nel frattempo i metodi di ricerca migliorano ulteriormente, fino al punto in cui la gran parte dei "giacimenti ricchi" è scoperta, poi si ha il "declino", nel senso che ne vengono trovati di nuovi ma "minori", e via via se ne trovano sempre meno.

Questo non significa che nel momento in cui la scoperta di nuovi giacimenti declina si è già in crisi, perché si continua allegramente ad estrarre da quelli in attività, ma Hubbert individuò un nesso di causa-effetto tra il "picco della scoperta" e quello della "produzione", predicendo che gli Stati Uniti avrebbero raggiunto il "picco produttivo" per il petrolio a metà degli anni '70. Questa predizione si è avverata, da allora la produzione USA è in declino, ma nel frattempo erano stati individuati nuovi giacimenti, situati in gran parte nella penisola araba, che hanno spinto la crescita dell'economia occidentale fino ai giorni nostri.

Cosa avviene quando si applica la teoria di Hubbert non già ad un singolo stato ma all'intero pianeta Terra? Le previsioni effettuate negli scorsi decenni datavano il raggiungimento del picco mondiale dell'estrazione di petrolio a cavallo della fine del presente decennio. Di fatto la crisi globale innescata dall'impennata dei prezzi di un anno fa ha prodotto una riduzione dei consumi, che si è riflessa in un calo nell'estrazione di petrolio. È difficile affermare se questa coincida o meno con il picco previsto da Hubbert, ma è molto verosimile che sia così. Allora perché nessuno ne parla?

La risposta a quest'ultima domanda è in realtà ovvia, nessuno ne parla perché sono temi scomodi, perché ci ritroviamo in una società in cui alla deresponsabilizzazione individuale fa da necessario contralto la deresponsabilizzazione collettiva. Dobbiamo constatare come il meccanismo di "delega democratica", invece di innescare una crescita sociale e culturale, ha prodotto nel nostro paese un crescente allontanamento della popolazione dai processi decisionali, ed una perdita di consapevolezza e responsabilità rispetto alle conseguenze dirette ed indirette delle proprie azioni. In un'epoca di "vacche grasse" hanno avuto migliori opportunità di essere eletti i partiti e quegli esponenti politici che, come imbonitori da fiera, hanno raccontato agli elettori quello che questi ultimi volevano sentirsi raccontare: "va tutto a gonfie vele", "non ci sono problemi", "andrà sempre meglio"; pompando nella popolazione quei valori di superficialità e mercificazione funzionali ad un moderno sistema capitalistico.

Forte della sua ricchezza, l'occidente ha nel tempo maturato un'egemonia culturale sul resto del pianeta basata sull'ideologia del "libero mercato" e sul paradigma della "crescita" indefinita, un'idea di continuo cambiamento in meglio in cui tutti si ritrovano sempre più ricchi man mano che il tempo passa. Un'impalcatura ideologica che mostra crepe impressionanti già ad una prima analisi molto rudimentale, ma che essendo fondata sull'egoismo individuale ha trovato quasi sempre una generalizzata, entusiastica ed acritica, adesione.

Ad un primo approccio molto superficiale l'idea di "crescita indefinita" pare soddisfare le umane pulsioni più di qualunque altra filosofia "limitante", ma basta ragionare appena un po' più a fondo per evidenziarne il sostanziale inganno. Basta, ad esempio, rendersi conto che il territorio a disposizione è limitato. Consideriamo quanto è successo a livello abitativo dal dopoguerra ad oggi. Nel primo dopoguerra è iniziata la "ricostruzione" del paese, e tutti quelli che lo hanno desiderato e ne hanno avuto la possibilità si sono costruiti, o comprati, la casa. Negli anni successivi si sono costruiti, comprati o ristrutturati la seconda casa. Per raggiungere questa seconda casa si sono comprati tutti un'automobile, il risultato è stato che le città si sono riempite di automobili, diventando ben presto invivibili.

A questo punto si è cominciato ad abbandonare le città, preferendo vivere "fuori", nei sobborghi, in villini monofamiliari connessi al tessuto urbano con strade e superstrade, di conseguenza il traffico su queste strade di adduzione è lievitato a livelli incompatibili con una decente qualità della vita, e si è finito col pagare il sogno della "casa nel verde" a prezzo di ore ed ore in coda per recarsi al lavoro. Tecnicamente si può affermare che siamo tutti "più ricchi", dal momento che possediamo più case, più automobili, più strade, quello che non possediamo più è il nostro tempo, disperso tra un ingorgo e l'altro, dissipato lungo la via, dentro scatole a ruote. È evidente come sull'altare del soddisfacimento di miopi egoismi sia stato depauperato un patrimonio inestimabile di "ricchezza non quantificata" in termini di cementificazione delle campagne, perdita di ore di vita personale e relazionale, degrado paesaggistico ed urbano, abbattimento della qualità della vita. Aggiungete a questo una progressiva crescita della popolazione ed otterrete di dipingere un affresco folle in cui, in capo ad un secolo, l'intera penisola sarà ricoperta di abitazioni.

Quindi ci troviamo di fronte ad un modello economico strombazzato e propagandato per decenni che già del suo, se fosse realistico, ci condurrebbe progressivamente a situazioni di assoluta invivibilità, ma la cosa più interessante è proprio il fatto che "realistico" non è, poiché basato sull'idea, impraticabile, di una disponibilità futura di energia e materie prime a basso costo simile a quella che abbiamo vissuto da un secolo a questa parte. Hubbert, e più recentemente i fatti concreti, ci insegnano che le cose non stanno in questi termini.

Ho più volte definito la condizione attuale, quella in cui la maggior parte delle persone oggi viventi hanno passato l'intera esistenza, come un'ubriacatura da petrolio: ora il petrolio ha imboccato la china discendente. Questo non significa che finirà domani o dopodomani, ma che se ne estrarrà sempre meno, e costerà sempre di più. Altre fonti energetiche, fossili e rinnovabili, non sembrano in grado ad oggi di prendere il suo posto per il loro basso rendimento effettivo. A parità di energia investita le altre risorse energetiche, fossili e rinnovabili, hanno un rendimento più basso, il che lascia sì un margine utile, ma incompatibile con l'attuale livello di consumi. Ad aggravare il quadro c'è il progressivo esaurimento delle materie prime.

L'analisi di Hubbert si applica a qualunque risorsa "fossile", dai metalli per l'industria al fosforo per i fertilizzanti agricoli, con in più un fattore economico legato al mercato energetico. Anche a parità di facilità di estrazione e lavorazione produrre una tonnellata di ferro ha un costo energetico in termini di petrolio necessario per azionare i macchinari di estrazione e trattamento del minerale grezzo. Nel prossimo futuro ci troveremo di fronte all'azione combinata di minor ricchezza dei giacimenti e maggiori costi energetici di lavorazione, il che farà salire rapidamente il costo delle materie prime e dei semilavorati. Questa non è una previsione, sta già accadendo. Ad esempio il prezzo del rame, componente essenziale nell'industria elettronica, si è triplicato nel volgere di pochi anni.

Terminata questa necessaria premessa posso procedere a tratteggiare, a tinte purtroppo fosche, il futuro che ci aspetta nella prossima decade. Il primo inevitabile riflesso di questa situazione è che tutto finirà col costare più di prima, dai carburanti per autotrazione, ad ogni tipo di merce e manufatto, ai prodotti alimentari. E' difficile prevedere che contraccolpi questo avrà sull'ordinamento sociale, ma la percezione dell'uomo della strada sarà di un progressivo impoverimento collettivo, e questo innescherà tensioni sociali a vari livelli.

Molte merci, di conseguenza, non si venderanno più, e cominceranno a riprender piede quelle attività artigianali legate al recupero e alla riparazione di oggetti usati. La corsa all'usa e getta degli ultimi decenni vedrà un'inversione di tendenza. Un altro cambiamento epocale riguarderà i trasporti, col declino da un lato dell'automobile privata, e dall'altro dell'insensato spostamento di merci da un capo all'altro del paese.

Coll'aumentare dei costi del carburante e delle materie prime ridiventerà concorrenziale il trasporto collettivo, su ferro e su gomma, mentre sulle tratte brevi si tornerà ad utilizzare la bicicletta, veicolo giunto ormai a livelli di efficienza ed affidabilità ben lontani da quelli a cui erano abituati i nostri nonni. Per contro l'espansione incontrollata del tessuto urbano subirà un brusco arresto via via che ci si renderà conto dell'impraticabilità di vivere troppo lontani dal proprio posto di lavoro. Un "urban sprawling" reso possibile dalla diffusione di massa del trasporto privato declinerà con esso, e si porrà il problema di recuperare i terreni ex-agricoli scomparsi sotto cemento ed asfalto.

L'aumento del costo dei carburanti per autotrazione si rifletterà direttamente sul costo delle derrate alimentari, prodotte fin qui grazie all'agricoltura meccanizzata. Si renderanno evidenti i nefasti effetti prodotti negli ultimi decenni con l'impoverimento dei suoli agricoli e, se non si arriverà nell'immediato a vere e proprie situazioni di emergenza alimentare, vedremo trasformarsi la nostra alimentazione nei termini di una riduzione del consumo di carni ed un simmetrico aumento del consumo di cereali. In prospettiva si torneranno a sfruttare quelle "terre marginali" che la meccanizzazione del lavoro agricolo ha reso non concorrenziali, innescando un flusso "di ritorno" dalle città alle campagne, ed il recupero di tecniche di coltivazione meno legate ai combustibili fossili.

Ma il passaggio probabilmente più drammatico riguarderà tutte quelle occupazioni figlie dell'attuale "filosofia dello spreco". Non potendo più far fronte alle esigenze basilari, dal cibo ai vestiti al riscaldamento di casa, interi settori industriali legati al "superfluo" declineranno molto rapidamente, producendo un'ondata di licenziamenti e chiusure di attività. Tutta questa mano d'opera in esubero dovrà essere gestita con adeguate politiche sociali, sussidi di disoccupazione e quant'altro si renderà necessario nel lasso di tempo richiesto dall'assestamento nel nuovo paradigma del "consumo sostenibile".

Molta di questa manodopera potrà essere riversata nel mercato delle attività artigianali, in lavori di riparazione e manutenzione dell'esistente, ma inevitabilmente si andrà incontro ad un periodo di insoddisfazione diffusa e tumulti sociali. Persone a cui è stato insegnato ad omologarsi ad un modello di vita basato sul possesso e sul consumo faticheranno ad adeguarsi ad un nuovo paradigma basato sul recupero, sul riuso, sulla parsimonia, e questo disagio sociale potrà essere facilmente strumentalizzabile a fini politici.

Perché il vero problema non sarà tanto quello di riabituarsi ad un livello di consumi e qualità della vita comunque superiore a quello vissuto dai nostri avi, quanto il fatto che questo assestamento sarà accompagnato da una percezione di arretramento rispetto alle aspettative maturate. Milioni di persone marceranno al grido di "ridateci quello che ci avevate promesso", le istituzioni perderanno di credibilità e con molta probabilità si finirà col ricadere, da più parti, in forme di governo ed organizzazione sociale non democratiche, che avranno il loro corollario di guerre pretestuose e tragedie assortite, come purtroppo la storia del ventesimo secolo ci insegna.

Se questa escalation spazzerà via la civiltà come la conosciamo, o se invece si riuscirà a percorrere una transizione graduale verso la sostenibilità, non è dato saperlo, come pure non è dato sapere quando ed a quale livello di civiltà il processo finalmente si assesterà. Prevedere il futuro non è possibile. Anche questa rapida carrellata di eventi non è altro che un'estrapolazione basata su quanto ci è dato di sapere al momento. Esistono altri problemi, enormi, legati all'indebitamento dei paesi ed alla virtualità dei mercati finanziari che possono aggravare sul breve termine, e di parecchio, gli sconquassi poc'anzi previsti. L'alternativa di una crescita continua ed incontrollata è, probabilmente, ancora peggiore, perché non farebbe che posticipare nel tempo e rendere ancor più catastrofici gli eventi sopra descritti. Sarebbe per me paradossale, ma non implausibile, verificare a distanza di anni il sostanziale ottimismo di queste mie previsioni.
lunedì, 13 luglio 2009
Questo blog partecipa alla giornata di silenzio e protesta contro il "decreto Alfano".
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