sabato, 07 novembre 2009
And the mercy seat is waiting
And I think my head is burning
And in a way I'm yearning
To be done with all this measuring of truth.
An eye for an eye
A tooth for a tooth
And anyway I told the truth
And I'm not afraid to die.


"E il trono della misericordia attende
E credo che la mia testa bruci
E in qualche modo io sto agognando
Di essere sottoposto a questa prova della verità
Occhio per occhio
Dente per dente
E comunque ho detto la verità
E non ho paura di morire"
Questa settimana è stata terribile. Prima la notizia della morte di Eva, poi l'eco rimbalzante attraverso tutti i social network, le parole di chi la conosceva, le foto di questa ragazza sorridente che ora non c'è più, la mia certezza di averla vista, più volte, in occasione dei picnic del mercoledì, la cappa di angoscia che è scesa su tutti noi.

Quindi il senso di infinita tristezza, e di impotenza, di fronte ad una ennesima "morte annunciata". La consapevolezza che è solo questione di tempo prima che tocchi a qualcun altro. La rabbia infinita di fronte ad istituzioni che fanno sempre meno del minimo indispensabile. L'indifferenza criminale di automobilisti che si preoccupano sempre e solo della propria sicurezza, mai di quella di chi hanno intorno, troppo intenti a nutrire il proprio egoismo.

"La strada è di chi se la prende" recita la
delirante pubblicità di un nuovo SUV, e probabilmente lo stesso si può dire della vita altrui, abbandonata in balia di mostri d'acciaio pesanti tonnellate lanciati a folle ed inutile velocità sulle strade urbane, senza nemmeno la protezione di una riga disegnata a terra. Senza diritti. Senza giustizia. Senza misericordia.

Giovedì sera ho partecipato ad una riunione spontanea, ed eravamo a decine. Tutte le "tribù" del ciclismo urbano, un attimo prima pronte a litigare ed a rinfacciarsi le rispettive ortodossie riunite intorno ad un tavolo dalla morte di una ragazza. Per la prima volta ci si è voluti incontrare di persona, decidere un'azione comune. È stato bellissimo, ma una voce insistente dentro di me si domandava: "Quanto durerà? Quanto tempo passerà prima che si torni a litigare come bambini?"

Venerdì mattina, andando in ufficio, il ritornello ipnotico della canzone di Nick Cave mi rimbombava in testa ossessivo, "an eye for an eye and a tooth for a tooth", "occhio per occhio, dente per dente", l'antichissimo codice di Hamurrabi urlava la sua martellante e seducente litania.

Quante volte si è talmente accecati dalla rabbia da voler fare propria questa legge, da volersi sostituire ad un giudizio, umano o divino, che non avverrà mai, che non sarà mai equo, e volersi fare giustizia da sé?

Venerdì sera abbiamo partecipato in silenzio ad
una fiaccolata spontanea sul luogo del delitto, via dei Fori Imperiali, una via che fa parte dei luoghi simbolo di questa città. Ci è stato impedito di lasciare una bici bianca legata al lampione di fronte al tratto di strada dove la vita di Eva è stata spezzata, ma abbiamo lasciato fiori, e candele, e messaggi.


Quel luogo, da ieri, è diventato per noi ciclisti romani un simbolo di quello che potrebbe succedere a chiunque di noi se non saremo in grado di cambiare le maledette regole del gioco che ci vedono, birilli umani, obbligati a condividere le strade con persone distratte, frettolose, indifferenti ed armate di autoveicoli mortali dalla potente mano delle "leggi di mercato".

Ed allora la rabbia diventa
lucida determinazione, da non sprecare in un atto inconsulto, in una vendetta sommaria. Una fiamma da mantenere accesa e bruciante dentro di sé, in modo che possa guidare le nostre azioni fino ad un obiettivo di civiltà, di sicurezza, di giustizia per tutti.

Per Eva. Per tutti quelli che quotidianamente si spostano in bici. Per i pedoni falciati sugli attraversamenti. Per i portatori di handicap. Per i bambini prigionieri di quest'assurda organizzazione urbana. Ed anche per loro, gli altri, gli adoratori del totem, del vitello d'oro, del "feticcio nerolucido", e che ad esso sacrificano le proprie vite, e quelle altrui, senza neppure rendersene conto.



mercoledì, 04 novembre 2009
Due persone che conoscevo, due ragazze giovani, sono morte nell'arco di una settimana. Di Ely ho scritto nel post precedente a questo. Di Eva hanno scritto altri, che le sono stati più vicini... Un mio amico è in ospedale, in coma farmacologico e prognosi riservata, per un ictus. Un dolore sordo, un senso di inutilità, pervadono ed ottundono ogni cosa.

Scrivere mi aiuta, tuttavia, ragion per cui proverò a rispondere ad una domanda che mi è stata posta diverse volte nel corso degli anni, in molte e varie forme riassumibili in: "come si relaziona con la morte un non credente?" Se, infatti, per il credente la morte non è una fine bensì il passaggio ad una diversa condizione di esistenza, come affronta l'idea della morte un non credente, che non ha questo conforto?

La prima considerazione che mi viene da fare è che la morte, come condizione, non esiste. La morte è l'assenza di vita: la vita esiste, la morte no. È come discutere del vuoto. Il vuoto è assenza, per definizione "non è". Così la morte. Dal momento che ha senso solo discutere di qualcosa che "è", inizierò ragionando della vita.

Definiamo vita, genericamente, una forma estremamente complessa di organizzazione della materia che si verifica in presenza di particolari condizioni ambientali. Sul nostro pianeta la presenza prolungata di temperature comprese tra il punto di congelamento e quello di evaporazione dell'acqua ha consentito, nell'arco di miliardi di anni, la nascita e lo sviluppo di innumerevoli forme di vita di sconcertante complessità.

Una caratteristica delle forme di vita più complesse è la costante trasformazione, sia come specie che come singoli individui siamo alla perenne ricerca della sopravvivenza fino alla riproduzione. Una forma di vita, o una specie, che non sopravviva si estingue, lo stesso dicasi di una che non si riproduca. Questo fa si che le diverse forme di vita siano in perenne competizione per l'alimentazione.

La competizione ha fatto sì che nel corso degli eoni si sviluppasse una varietà di adattamenti in grado di garantire un miglior successo a specie nuove, rispetto alle vecchie. L'adattamento vantaggioso della nostra specie è consistito nello sviluppo di un cervello di grandi dimensioni, in grado di operare sull'ambiente circostante e far fronte a problematiche più complesse di quelle gestibili, con un cervello meno complesso, in base al semplice istinto.

In ultima istanza un grosso cervello ha finito col produrre il pensiero complesso, col suo portato di consapevolezza di sé, delle conseguenze delle proprie azioni, della propria ineluttabile finitezza. La nostra specie ha dovuto elaborare concetti totalmente nuovi come etica, morale, responsabilità.

Vivere in piena consapevolezza un'esistenza felice è un'esperienza fantastica, oltreché la summa di tutte le esperienze che mai potremo sperimentare. Descartes condensò questa idea nel celebre motto "Cogito ergo sum", "Penso, dunque sono": l'assenza di pensiero è perciò assenza di essere, e come tale rifuggita razionalmente, oltreché istintivamente.

Il desiderio di sopravvivere, in sé positivo, ha tuttavia come portato negativo l'angoscia della morte, dell'assenza, il dolore empatico per la perdita di persone care. Questo ha portato la nostra specie, fin dall'antichità, ad elaborare complesse teologie per descrivere mondi ultraterreni in cui il nostro "pensiero" (l'anima, per chi crede, l'attività elettrica dei neuroni, per la scienza) possa trovare ospitalità dopo la morte del corpo fisico, e sperimentare l'immortalità.

E tuttavia l'avvento del pensiero razionale e scientifico ha posto un ulteriore limite a queste elucubrazioni, affermando che esiste solo ciò che è dimostrabile, o meglio fornendoci un apparato concettuale in grado di smontare e ridurre a semplici manifestazioni antropologico-culturali le grandi religioni, e restituendoci intatta la paura della morte. La scienza non si occupa dell'alleviare le sofferenze umane, non è suo compito.

Quindi, non potendo discutere di ciò che non è, ognuno di noi deve fare i conti con ciò che è, ma a questo punto forse varrebbe la pena di comprenderlo meglio. Ognuno/a di noi è un unicum, irripetibile, una creatura che non esisterà mai più. Siamo il prodotto di un miscuglio genetico con miliardi di variabili, e di un contesto familiare e socio culturale anch'esso unico tra miliardi.

Possiamo immaginare milioni di individui, risultanti da diverse combinazioni tra il patrimonio genetico dei nostri genitori, che non sono mai nati. Possiamo immaginare miliardi di miliardi di individui che sarebbero nati se i nostri genitori si fossero uniti con altri partner: sarebbero stati altri, non noi.

Possiamo immaginare il nostro stesso patrimonio genetico, un nostro clone, crescere e vivere una vita diversa, in una famiglia diversa, in una cultura diversa: non saremmo noi, sarebbe qualcun altro/a.

Tuttavia l'Universo non è in grado di ospitare questa infinita diversità, ma solo una unica linea probabilistico-temporale, un unico stato di esistenza a fronte di infiniti stati, potenziali, di non esistenza. Noi ci siamo, gli altri miliardi, che possiamo immaginare, non solo non esistono: non esisteranno mai. Bisogna essere pienamente consapevoli del miracoloso privilegio di vivere anche una sola vita.

E dov'è che inizia, questa vita, e dove finisce? In termini oggettivi la fisica è in grado di definire la direzione di scorrimento del tempo, ma non il "tempo presente". L'idea di "presente" dipende dall'osservatore, ed è puramente soggettiva. Il nostro cervello ha necessariamente la percezione dello scorrere, determinata dalla sua evoluzione nel tempo e scandita dal suo orologio interno, ma il tempo soggettivo personale non è misurabile. Ognuno/a di noi vive nel proprio momento presente, che si sposta nel corso della vita.

Ora io ho quarantacinque anni, posso dire di essere "più vivo" di quanto lo fosse mio padre, a quarantacinque anni, nel 1975? No, evidentemente. Il suo tempo soggettivo, allora, gli faceva percepire il presente in quel momento. Per la fisica l'intero Universo è una bolla di spaziotempo che esiste (forse) all'interno di qualche macrostruttura al momento totalmente incomprensibile, una sorta di orologio che si scarica lentamente, dall'inizio alla fine, e per il quale il tempo è solo un vettore, unidirezionale ma finito.

Da questo punto di vista tutti gli istanti che compongono il "fiume del tempo" sono equivalenti, ed il fatto di vivere un "momento presente" è una pura percezione prospettica, un punto di vista puramente soggettivo. All'interno della "bolla di spaziotempo", separati temporalmente ma del tutto equivalenti, ci siamo noi, i nostri antenati, i nostri pronipoti, e tutte le creature che in questo Universo hanno/hanno avuto/avranno la fortuna di esistere.

E questa è per me l'immortalità: far parte di una realtà che esiste, complessivamente, ed in cui il tempo è pura percezione, la perdita un fatto temporale e soggettivo. Certo, resta il dolore per un'esperienza interrotta, per sogni e desideri destinati a non avverarsi, ma se penso a mio padre, ai miei amici ormai scomparsi, mi basta immaginarli in qualche momento del passato, vivi, felici, pensierosi, in un tempo diverso dal mio ma non per questo meno importante, solo sfalsato.

Non so se qualcuno/a leggerà questo scritto dopo la mia morte. Se capita, per allora non ci sarò più, ma "ci sono" qui ed ora, negli anni della maturità e della responsabilità, lucido, forte e felice di avere una splendida moglie accanto, a condividere con me questa incredibile esperienza che è la vita. E la morte...non esiste davvero. In fondo, a pensarci bene, è solo una sciocca percezione soggettiva.
Ely
mercoledì, 28 ottobre 2009

Ely - "Angelo del Cuore"

Una settimana fa seppellivamo Ely.

Non posso definirla un'amica. Ci si incontrava ai Ciclopicnic, scambiandoci un sorriso, un saluto, poche parole. Aveva ventisei anni, ed era una ragazza fragile, giovane e sfuggente. Dieci giorni fa è sfuggita del tutto, volando giù da una finestra. E lasciando tutti noi che la conoscevamo un po' più soli, più tristi, e con un enorme senso di vuoto dentro.

La morte, di per sé, è una realtà difficile da accettare. La scelta di morire è ancora più inconcepibile. L'idea che, in assenza di sofferenza fisica, la vita stessa diventi ad un certo punto talmente insopportabile da scegliere di rinunciarvi volontariamente appare totalmente priva di senso. Eppure ci sono persone, giovani, perfettamente in salute, intelligenti, in grado di trovare inaccettabile la propria stessa esistenza, e scegliere di porvi fine.

Nel monologo più celebre di tutta la storia del teatro William Shakespeare di questo faceva ragionare il principe Amleto. A distanza di quasi cinque secoli quell'interrogativo è ancora lì, irrisolto. Esplorarlo probabilmente ci costa troppa fatica. E le persone continuano a soffrire, e a morire.

Dopo la cerimonia funebre, parlandone tra noi, Manu (mia moglie) si è detta convinta che il "disagio psichico" sia uno dei grandi problemi "rimossi" del nostro tempo. Non sappiamo riconoscerlo, non sappiamo affrontarlo, non sappiamo guarirlo.

Io mi sono spinto un po' più in là. Per poter davvero fare i conti con il "disagio" di altri dovremmo essere in grado di misurarci con l'idea che il mondo così come è, come siamo abituati ad accettarlo, la nostra stessa organizzazione sociale, sia in realtà completamente folle, assurda, priva di senso.

Un mondo che vive di competizione esasperata, di apparenze, di "status symbol", di sfruttamento, di emarginazione, che isola le persone in spazi urbani alienanti. E che, invece di rimettere in discussione questi controsensi, bolla come "diverso", "disagiato", "instabile", chi non si conforma al paradigma dell'homo homini lupus.

Penso di aver conosciuto Ely la notte che "inventammo il ciclopicnic". Mai, nelle rare volte che l'ho incontrata, mi ha dato motivo di sospettare di queste sue difficoltà. Mi è sempre parsa una ragazza come tante altre, graziosa, simpatica. Niente che potesse far sospettare...

Poi, quando ho saputo cosa le era successo, ho cominciato a cercare pezzi di lei sparsi in rete, per provare a comprendere chi era stata. Troppo tardi ormai anche per questo. Il suo blog cancellato, le sue foto irreperibili. Non saprei spiegare perché, ma questa cosa mi ha turbato.

Ci affanniamo tanto per lasciare qualcosa del nostro passaggio, perché cancellare tutto? Perché questa "terra bruciata"? Eppure dovrebbe essere ovvio che una persona che sceglie di cancellare sé stessa applichi lo stesso principio a tutto ciò che la rappresenta.

Alla fine sono riuscito a trovare le foto dei suoi quadri, che non avevo mai visto (e non vi dirò dove si trovano...).

Ho già scritto tanto eppure sento di non essere riuscito a dire niente. Niente di importante. Niente che renda minima giustizia all'enormità del suo gesto. All'enormità di quello che non sapevamo di lei, di quello che non sapremo mai.

A confronto, forse, del poco che avremmo dovuto, e non siamo stati in grado di fare. Di tutto quello che non si può fare più. Dei pensieri, dei ricordi, dei rimorsi di chi nonostante tutto continua a vivere. Con un sorriso in meno. Con un pezzetto di vita in meno. Con un dolore in più. Mentre il mondo appare, tragicamente, ancora più assurdo del solito.
mercoledì, 21 ottobre 2009

Recentemente, l'avvento di Facebook come strumento per rintracciare vecchie amicizie ha messo in moto processi in precedenza molto ardui da realizzare, primo fra tutti, e diventato già "un classico", le reunion di ex compagni di scuola persi di vista da decenni. Dal momento della mia registrazione al summenzionato social network l'idea di dover reincontrare i miei ex compagni di classe ha rappresentato un inquietante sottofondo a tutte le mie sessioni su FB, finendo col materializzarsi prepotentemente poche settimane fa.

In realtà il primo dei miei dei miei ex colleghi di studi mi aveva contattato già a maggio, e ci eravamo incontrati di persona alla
Ciemmona. Altri erano poi riapparsi, unicamente in forma "virtuale", pian piano nei mesi successivi, fino alla convocazione della "grande cena" in quel di Frascati, dove sorgeva, e sorge tutt'ora, l'I.T.I.S. E. Fermi.

Della mia adolescenza non conservo ricordi entusiasmanti. Ero un ragazzo "strano", perennemente "fuori posto", incapace di adeguarsi alle mode, perso in improbabili letture ed interessi. Abitavo anche molto lontano rispetto ai quartieri di residenza dei miei compagni e non avevo praticamente nemmeno il telefono. Se aggiungiamo a questo che la scuola che avevo scelto, un istituto tecnico con specializzazione in Energia Nucleare, era a frequentazione esclusivamente maschile, e che le mie amicizie al di fuori di esso assommavano nella pratica a zero, avrete un quadro minimo della situazione.

Una volta ottenuto il diploma la perdita dei contatti fu pressoché immediata. È difficile al giorno d'oggi immaginarlo, connessi come siamo da media asincroni e pervasivi come la posta elettronica ed i social network, ma venti e rotti anni fa passare dalle superiori all'università per me significò buttarmi alle spalle amicizie e frequentazioni, e ripartire da zero.

Insomma, trascorrevano i giorni e l'evento incombeva. Le mie due fonti principali di preoccupazione erano da un lato il film di Carlo Verdone "
Compagni di scuola", commedia amarissima di fine anni '80, dall'altro l'involontaria partecipazione alla reunion dei compagni di scuola di una mia ex, avvenuta a metà degli anni '90, se possibile ancora più terribile del film stesso.

"Che senso ha rivedersi dopo ventisei anni?", mi domandavo... "perché dobbiamo confrontare le persone che eravamo con quello che siamo diventati?" Mi aspettavo di leggere sui volti degli altri i segni del tempo, paragonare fallimenti e successi, fare i conti con le proprie e le altrui scelte... una sorta di Giudizio Universale su scala ridotta.

Invece niente di tutto questo. Ci siamo ritrovati in nove ex studenti assieme all'ormai anziano professore di italiano, a cenare in una trattoriola. E pian piano, dietro i corpi appesantiti, i capelli imbiancati o perduti, i vestiti eleganti o informali, sono riemersi uno ad uno i ragazzi con cui ho passato tre anni di scuola, tre anni di vita.

Il tempo, con noi, è stato sorprendentemente clemente. Abbiamo passato la serata rievocando gli anni della scuola, esumandone gli aneddoti più divertenti, inframmezzati da brandelli delle nostre vite, i matrimoni, i divorzi, le carriere lavorative. Abbiamo fatto l'elenco di quelli che mancavano all'appello e qua e là, a tratti, nelle luci basse della locale, poteva quasi sembrare che ventisei anni non fossero passati affatto.

E... no! Se questa è la domanda, non siamo cambiati. La vita ci ha smussati, rifiniti, ha limato le asperità eccessive, ci ha resi più maturi, ma quello che eravamo lo siamo ancora, nel bene e nel male. Ognuno col suo carattere ben definito, ognuno misteriosamente pronto a rientrare nelle dinamiche e nei meccanismi relazionali messi a punto in tre anni di convivenza... una vita fa.

E tra una battuta ed uno scoppio di risa mi sono reso conto che ogni cosa era già allora esattamente così, ed è stato come rivedere un vecchio film e ricordarsi le scene man mano che la vicenda prosegue. Solo per realizzare, tardivamente, quello che l'inesperienza ed il "disagio giovanile" mi avevano sempre impedito di vedere e comprendere: di aver passato quegli anni in compagnia di veramente ottime persone.

Nelle poche battute scambiate con l'anziano ma lucido professore, che si ricordava perfettamente di me, ho ritrovato una forza, una determinazione ed una intransigenza che sicuramente mi appartengono. Non so dire quanto di questo mio atteggiamento fosse già presente, e quanto sia dovuto al suo insegnamento, ma posso affermare con certezza di apprezzare e condividere nel merito e nel metodo quanto ha cercato di trasmetterci.

Alla fine l'ora tarda e gli impegni hanno vinto la nostra voglia di continuare a raccontare. Ci siamo salutati, quindi sono risalito in macchina domandandomi se quello che avevo appena vissuto fosse successo davvero.

E convinto che il passato vive insieme a noi. Che quelle persone le ho avute accanto nei ricordi, nella mia personalità, nelle esperienze vissute e nella fiducia reciproca che ci siamo scambiati allora, per tutta la mia vita fin qui. E a loro
posso rivolgere solo un saluto ed un augurio: "a presto!".

domenica, 18 ottobre 2009
Mi scuso con i frequentatori di questo blog per non essere riuscito ad inserire nulla da ormai troppo tempo. Può sembrare una sciocchezza, ma per me non lo è. Mantenere vivo un blog è un impegno anche e soprattutto nei confronti di chi lo legge. Mantenere viva una presenza è importante non solo per chi ci scrive.

Mi scuso anche perché questo post non rapprensenta quello che avrei voluto inserire. negli ultimi dieci giorni non ho avuto grandi "illuminazioni filosofiche", non ho vissuto esperienze indimenticabili, né particolarmente dense di pregnanti significati, solo la normale quotidianità fatta di lavoro, pasti, frequentazione di spazi di discussione on-line e meritato riposo.

Molto tempo ed attenzione mi sono stati portati via dalla nascita di un nuovo forum sulla mobilità ciclabile urbana, argomento che mi sta a cuore da anni ma non ha fin qui trovato una forma di espressione capace di incidere veramente sulle politiche cittadine.

Su questo blog avrei voluto scrivere di molte cose, ma nessuna in grado di dar vita ad una riflessione di ampio respiro. Avrei voluto scrivere di come invecchiano in fretta e drammaticamente i films di fantascienza di soli pochi anni addietro, di come è cambiata la vita di un appassionato di astronomia nell'era di internet, di come la società si imbarbarisce giorno dopo giorno, di quanto si assomiglino, tolte le apparenze superficiali, i signori della guerra talebani e gli amministratori di società che smaltiscono i rifiuti tossici ai danni delle popolazioni.

Avrei voluto ma non ci sono riuscito, e non so quando (e se) questa impasse si sbloccherà. Mi spiace.
domenica, 27 settembre 2009
Per controbilanciare il post precedente mi sento in dovere di gettare una luce diversa sull'attività dell'astrofilo cittadino, o per meglio dire di un "visualista cittadino" come il sottoscritto. E già quest'affermazione richiede una precisazione per i "non addetti", non tutti gli astrofili condividono la stessa passione, o quantomeno non lo fanno alla stessa maniera.

La prima grossa divisione è tra "visualisti" ed "astroimagers" (una volta si diceva fotografi, ma era ai tempi della fotografia chimica, su pellicola). I visualisti sono appassionati della visione diretta, in quanto rapporto meno mediato col Cosmo, vogliono ricevere direttamente sulla propria retina i fotoni che provengono da corpi lontani, un po' alla S. Tommaso: "toccare con mano".

Gli astroimagers riprendono foto, le elaborano e le condividono. La loro "visione" degli oggetti è molto più approfondita ma meno "immediata", un po' come la "gallina domani" del famoso detto. Mentre i visualisti si arrabattano a puntare un oggetto dopo l'altro, cambiano gli oculari, si affannano con mappe cartacee o digitali, i fotografi montano l'attrezzatura, mettono a punto dettagli, poi lasciano la strumentazione a lavorare autonomamente anche per ore, un po' come dei pescatori che aspettano che il pesce abbocchi.

Ma anche tra le due principali categorie non mancano le sottoclassi. Infatti è molto diverso osservare galassie deboli al limite della visibilità rispetto al cercare dettagli sui pianeti o sulla Luna. Si usano in genere strumenti diversi (a specchio oppure a lenti) e differenti tecniche osservative. Per gli astroimagers questo significa attrezzature diverse sia dal lato ottico che da quello elettronico, e via scremando fino a scoprire delle "micro-nicchie" come ad esempio gli appassionati di stelle doppie.

Il problema principale per un visualista appassionato di "deep sky" (Cielo profondo, ovvero oggetti ai limiti della visibilità) come me è trovare un sito sufficientemente lontano da fonti di inquinamento luminoso, e nottate perfettamente serene. La prima condizione si realizza in genere sulle montagne, dove è però abbastanza facile che non si realizzi la seconda, dato che le nuvole si condensano quando l'aria umida viene spinta in quota.

Quindi non solo occorrere mettere in conto smacchinate chilometriche, ma anche il rischio di trovare "in situ", condizioni meteo sostanzialmente diverse da quelle di partenza. Venerdì è successo qualcosa di simile, quando nel tentativo di sfruttare l'ultima notte utile prima della lunazione (sì, c'è anche questo problema, quando la Luna è sopra l'orizzonte di fare "deep sky" non se ne parla proprio) mi sono mosso dopo una giornata di lavoro.

Immaginate la sveglia alle 6.40, una mezz'ora di traffico fino all'ufficio, la normale giornata lavorativa dalle 8.00 alle 17.00, un'altra mezz'ora di traffico fino a casa, e qui la mia giornata "solita" prende la piega di un comodo stravacco di fronte al pc per assorbire le ultime notizie, partecipare a social network, scambiare la posta, ecc. ecc. in attesa dell'ora di cena.

Venerdì, al contrario, una volta tornato a casa ho cominciato a metter mano all'attrezzatura per la nottata osservativa. Quindi fare il conto di tutti i "pezzi" del telescopio, la borsa degli accessori, verificare se c'è tutto (il binocolo, gli oculari, il puntatore, le mappe, il cacciavite per la collimazione delle ottiche, la torcia col filtro rosso, la matita per prendere appunti...). Altro discorso per l'abbigliamento pesante, scarponi da montagna, pile, piumino, cappuccio, guanti. Poi una doccia frettolosa, una tazza di té per aiutarsi a rimanere svegli e si parte.

Trasferisci tutto in macchina (più di 40kg, compresa la base del Dobson che non entra nell'ascensore e devo portarla giù per due piani di scale...) altra mezz'ora di traffico per raggiungere il luogo dell'appuntamento con un amico astrofilo, Nicola, che mi accompagnerà nell'impresa, trasferiamo tutto nell'auto di lui che è più comoda e capiente della mia scatoletta, ed imbocchiamo l'autostrada per i consueti 100km fino alle montagne dell'Abruzzo.

Vivere in una grande città significa doversi allontanare molto per sfuggire all'inquinamento luminoso. Campo Felice ha il vantaggio di trovarsi in prossimità di una direttrice "veloce", e lo svantaggio di trovarsi vicino ad un'altra città abbastanza grossa come L'Aquila. Finora un sito drammaticamente migliore non lo si è trovato, per cui dopo i 100km di autostrada si sale per un'altra decina e si raggiunge un parcheggio a quota 1400 mslm.

Arriviamo verso le nove di sera e troviamo altri astrofili già indaffarati con le riprese fotografiche, li salutiamo e cominciamo a montare la strumentazione. Il Dobson ha di bello che si mette in opera in una manciata di minuti, per contro altre operazioni, pur necessarie, richiedono più tempo e la collaborazione di due persone, come l'allineamento del cercatore e quello dello specchio primario, che a causa del tubo smontabile va ricentrato ogni volta (l'alternativa  è avere un tubo "sano" di un metro e mezzo di lunghezza e quaranta centimetri di diametro da trovare il modo di infilare in macchina).

Cominciamo ad osservare e ci rendiamo conto che le condizioni non sono delle migliori, c'è un vento freddo ed abbastanza fastidioso, con raffiche occasionali che muovono il telescopio, inoltre il "seeing" (ovvero la stabilità dell'aria, che consente di raggiungere alti ingrandimenti) è pessimo, l'immagine di Giove è impastata e traballante. Per il primo problema c'è poco da fare oltre a stringere un po' le frizioni ed indurire la scorrevolezza dei movimenti, in compenso il telo nero di protezione dalla luce circostante si piega tra le aste del "truss" ostruendo parte della luce in entrata nel tubo.

Cominciamo col cercare i pianeti esterni, Urano e Nettuno (che nemmeno si vedono ad occhio nudo...). Le mappe poggiate sul cofano dell'auto svolazzano spinte dal vento, che tende a far cadere anche un po' di oggettistica leggera come i contenitori degli oculari. Un po' a fatica riesco a puntare prima il secondo poi il primo, ma "senza alcuna soddisfazione", per parafrasare Cechov, il "seeing" pessimo impasta le immagini al punto da renderli quasi indistinguibili dalle stelle. Non è che su questi pianeti lontanissimi si veda poi granché, ma perfino la soddisfazione di distinguere il disco, al posto di un punto com'è per le immagini stellari, ci viene negata.

Nel frattempo aspettiamo le 23.00 quando il tramonto della Luna dovrebbe consentirci di osservare un po' di deep sky. Ne approfitto per migliorare l'allineamento degli specchi, ma è un'operazione scomoda e laboriosa, peggiorata dalla non ottimale forma e sistemazione delle viti di registro (che dovrò sostituire), ed anche la scarsa esperienza di Nicola non è in grado di aiutarmi più di tanto. Proviamo a puntare un po' di stelle doppie, ma ancora il seeing scadente ci fa desistere dopo pochi tentativi.

Poi la Luna tramonta, il cielo sembra buono ma non lo è più di tanto, o almeno non lo è abbastanza. Ci sono nubi che vanno e vengono, oltretutto luminescenti, segno che l'inquinamento luminoso prodotto da L'Aquila è ancora evidente, e probabilmente ci sono velature in quota non direttamente visibili ma che, illuminate anch'esse, producono un abbassamento del contrasto tra gli oggetti deep sky ed il fondo cielo. In buona sostanza una nottata di scarsa soddisfazione.

Per un'oretta ci arrabattiamo tra le mappe che svolazzano ed il telescopio che si sposta, riuscendo ad osservare una breve galleria di ammassi, nebulose e galassie. Per Nicola, abituato ad un telescopio molto più piccolo, è comunque una festa. Per me, che so come dovrebbero vedersi in condizioni ottimali, una mezza sofferenza. Realizzo anche un limite nel nuovo atlante che ho con me: le carte sono dettagliatissime ma troppo piccole, puntare oggetti non visibili ad occhio nudo senza un cercatore adeguato è molto scomodo.

A mezzanotte un astrofotografo camperista ci offre un té caldo, entriamo nel camper per scambiare quattro chiacchiere. Anche gli imagers soffrono la nottata scadente, vedendosi costretti a sospendere le pose e riprenderle al passaggio delle nubi in quota. Il nostro ospite contava di fare una ripresa a lunghissima posa con filtro H-Alfa di sei ore divise in due notti, ma pare abbastanza sconfortato.

Torniamo fuori e ci accorgiamo che il vento ha fatto volar via dal tavolo improvvisato sul cofano della macchina quasi tutto. Raccogliamo contenitori ed altro e riprendiamo a cercare oggetti, ma dopo pochi minuti comincio a tremare dal freddo, segno che il mio organismo è ormai "in riserva". Anche Nicola concorda che è ora di tornar giù.

Smontiamo tutto cercando di fare il conto dei pezzi mancanti, un tappo di un oculare è volato via e lo ritrova fortunosamente Nicola a più di quattro metri dall'auto, disperso nella ghiaia del piazzale. Mentre andiamo via stremati e poco lucidi, a luci spente per non disturbare i fotografi, imbocchiamo male il vialetto di uscita ed il muso della macchina si infila per metà in un fosso, con la ruota posteriore sinistra che resta sollevata di quindici centimetri da terra.

Dopo diversi tentativi infruttuosi di sbloccarla ci vengono in soccorso gli astrofotografi, uno di loro ha miracolosamente con sé un cavo di traino e con quello, tirando la macchina con un'altra e lavorando di retromarcia, riusciamo a liberarci ed avviarci finalmente verso casa.

Siamo a Roma dopo un'altra ora abbondante, previa sosta all'autogrill per un cappuccino ed un muffin, altro travaso di attrezzature da una macchina all'altra, alle due e mezza sono a casa e mi devo trascinare nuovamente il tutto  fino all'appartamento (compresa la base del Dobson in truciolato che non entra nell'ascensore). Crollo sfinito a dormire alle tre.

Diciamo che non è stata una "notte tipo", ma delle tre effettuate nelle ultime  due settimane nemmeno la peggiore. Il sabato prima avevamo rischiato la sorte in mezzo ad una perturbazione trovando solo una "finestra" utile verso le 23.00, dopo aver cenato al rifugio, e siamo tornati a casa sotto la pioggia. Diciamo anche che non è una passione facile da alimentare...