sabato, 07 novembre 2009
And the mercy seat is waiting
And I think my head is burning
And in a way I'm yearning
To be done with all this measuring of truth.
An eye for an eye
A tooth for a tooth
And anyway I told the truth
And I'm not afraid to die.


"E il trono della misericordia attende
E credo che la mia testa bruci
E in qualche modo io sto agognando
Di essere sottoposto a questa prova della verità
Occhio per occhio
Dente per dente
E comunque ho detto la verità
E non ho paura di morire"
Questa settimana è stata terribile. Prima la notizia della morte di Eva, poi l'eco rimbalzante attraverso tutti i social network, le parole di chi la conosceva, le foto di questa ragazza sorridente che ora non c'è più, la mia certezza di averla vista, più volte, in occasione dei picnic del mercoledì, la cappa di angoscia che è scesa su tutti noi.

Quindi il senso di infinita tristezza, e di impotenza, di fronte ad una ennesima "morte annunciata". La consapevolezza che è solo questione di tempo prima che tocchi a qualcun altro. La rabbia infinita di fronte ad istituzioni che fanno sempre meno del minimo indispensabile. L'indifferenza criminale di automobilisti che si preoccupano sempre e solo della propria sicurezza, mai di quella di chi hanno intorno, troppo intenti a nutrire il proprio egoismo.

"La strada è di chi se la prende" recita la
delirante pubblicità di un nuovo SUV, e probabilmente lo stesso si può dire della vita altrui, abbandonata in balia di mostri d'acciaio pesanti tonnellate lanciati a folle ed inutile velocità sulle strade urbane, senza nemmeno la protezione di una riga disegnata a terra. Senza diritti. Senza giustizia. Senza misericordia.

Giovedì sera ho partecipato ad una riunione spontanea, ed eravamo a decine. Tutte le "tribù" del ciclismo urbano, un attimo prima pronte a litigare ed a rinfacciarsi le rispettive ortodossie riunite intorno ad un tavolo dalla morte di una ragazza. Per la prima volta ci si è voluti incontrare di persona, decidere un'azione comune. È stato bellissimo, ma una voce insistente dentro di me si domandava: "Quanto durerà? Quanto tempo passerà prima che si torni a litigare come bambini?"

Venerdì mattina, andando in ufficio, il ritornello ipnotico della canzone di Nick Cave mi rimbombava in testa ossessivo, "an eye for an eye and a tooth for a tooth", "occhio per occhio, dente per dente", l'antichissimo codice di Hamurrabi urlava la sua martellante e seducente litania.

Quante volte si è talmente accecati dalla rabbia da voler fare propria questa legge, da volersi sostituire ad un giudizio, umano o divino, che non avverrà mai, che non sarà mai equo, e volersi fare giustizia da sé?

Venerdì sera abbiamo partecipato in silenzio ad
una fiaccolata spontanea sul luogo del delitto, via dei Fori Imperiali, una via che fa parte dei luoghi simbolo di questa città. Ci è stato impedito di lasciare una bici bianca legata al lampione di fronte al tratto di strada dove la vita di Eva è stata spezzata, ma abbiamo lasciato fiori, e candele, e messaggi.


Quel luogo, da ieri, è diventato per noi ciclisti romani un simbolo di quello che potrebbe succedere a chiunque di noi se non saremo in grado di cambiare le maledette regole del gioco che ci vedono, birilli umani, obbligati a condividere le strade con persone distratte, frettolose, indifferenti ed armate di autoveicoli mortali dalla potente mano delle "leggi di mercato".

Ed allora la rabbia diventa
lucida determinazione, da non sprecare in un atto inconsulto, in una vendetta sommaria. Una fiamma da mantenere accesa e bruciante dentro di sé, in modo che possa guidare le nostre azioni fino ad un obiettivo di civiltà, di sicurezza, di giustizia per tutti.

Per Eva. Per tutti quelli che quotidianamente si spostano in bici. Per i pedoni falciati sugli attraversamenti. Per i portatori di handicap. Per i bambini prigionieri di quest'assurda organizzazione urbana. Ed anche per loro, gli altri, gli adoratori del totem, del vitello d'oro, del "feticcio nerolucido", e che ad esso sacrificano le proprie vite, e quelle altrui, senza neppure rendersene conto.



lunedì, 14 settembre 2009


Questa storia inizia nel pomeriggio di sabato 5 settembre quando, da un giornale letto casualmente in treno, ho appreso che una band di nome "Dinosaur jr." (l'articolo specificava "nella formazione originale") avrebbe tenuto un concerto a Roma di lì a tre giorni... o per meglio dire inizia nel lontano 1987, allorché guidato da una recensione intrigante letta su una rivista di settore mi recai presso "Disfunzioni Musicali", a San Lorenzo, per comprare una copia di "You're Living All Over Me", secondo LP fresco di stampa della summenzionata band... o forse occorre arrivare ancora più lontano, fino ai tardi anni '60, al genio chitarristico di Jimi Hendrix ed agli assoli ancor oggi insuperati quanto ad originalità di "Voodoo Chile (slight return)" e "All Along The Watchtower".


"Dinosaur jr." è un nome che alla stragrande maggioranza delle persone non dirà nulla, perfino tra quelli che si ritengono genericamente "appassionati di musica" pochi sapranno associarvi un brano, una copertina, anche solo una citazione. Eppure furono in grado, sul finire degli anni '80, di dare ad un genere musicale dai contorni da sempre indefiniti (il rock "indie", ovvero delle etichette indipendenti) la svolta che pochi anni dopo avrebbe prodotto il fenomeno "grunge".

La grande intuizione di J Mascis, Lou Barlow e Murph fu di fondere elementi tra loro contrastanti. All'energia rumorista dell'hardcore accostarono parti vocali melodiche e quasi "pop", inframmezzando il tutto con digressioni strumentali e recuperando dalla tradizione hard-rock degli anni '70 gli assoli chitarristici, non tanto in chiave di sublimazione e vertice artistico del brano stesso ma integrati, in forma frammentata e stravolta, nella struttura complessiva della composizione.

In questo il rimando ad Hendrix è inevitabile, non tanto per lo stile nudo e crudo (ed anche lì tra "fuzz", "noise", "wa-wa" ed altri effetti assortiti la "discendenza" è evidente), quanto nella capacità rara di sottomettere il virtuosismo chitarristico alle esigenze compositive, rendendolo parte e non culmine della composizione, dando spazio alle digressioni strumentali di basso e batteria e finendo col costruire degli "oggetti canzone" estremamente dinamici, imprevedibili e sfuggenti.

È pressoché impossibile cogliere, nel periodo in cui gli eventi prendono forma, la reale portata ed importanza di una singola opera, di un singolo artista, di una singola band. Anni dopo si scopre, per pubblica ammissione di altri diretti interessati, il tributo di ispirazione dovuto ai "grandi" o, meno spesso, a degli emeriti semisconosciuti. La valenza seminale di "You're Living All Over Me" è emersa solo molto dopo la sua pubblicazione, nelle interviste ai membri di band del calibro di "Nirvana" e "Soundgarden".

Sabato, dunque, tornato a casa, ho cominciato a scartabellare la rete per colmare il vuoto di questi ultimi diciotto anni (nel corso dei quali più che abbandonare i "Dinosaur jr." ed il rock "indie" della mia, direi tardiva, adolescenza ho finito con lo sviluppare altri interessi e col relegare l'ascolto della musica a spazi via via più marginali). In breve dopo tre lustri in cui nemmeno si erano parlati tra loro, il trio originario aveva deciso di riunirsi di nuovo nel 2005 per riportare in tour i vecchi brani, e la cosa aveva funzionato al punto da far ripartire il progetto musicale andato in crisi quasi quindici anni prima con l'abbandono di Barlow e Murph ed arenatosi definitivamente sul finire dei '90.

Potrei dire che c'era qualcosa, da quel lontano passato, che stava chiamando anche me. "Noi siamo qui", sembravano dirmi i tre, "e tu?"... già, e io? La cosa che ha vinto la mia naturale riluttanza nell'assistere ai concerti rock e mi ha spinto a rischiare i timpani ed una possibile crisi matrimoniale credo sia stata questo video con cui la band sta attualmente promuovendo il nuovo disco.

Quarantenni che vanno in bicicletta e sullo skate... Eh, quando si dice le coincidenze!

Il concerto in sé è come un tuffo nel passato, come precipitare indietro di vent'anni, alle cantine fumose e buie, a palchi microscopici ed ingombri di amplificatori, alla musica sparata a mille. Nessun "gruppo spalla" per scaldare l'atmosfera, i tre "dinosauri" salgono sul palco di fronte ad un pubblico molto più giovane di loro (e di me!) e cominciano a vomitare sulla platea l'incubo sonoro rappresentato dal loro progetto artistico.

Il rumore è spaventoso, e rasenta la soglia del fastidio fisico, le parti vocali sono a malapena avvertibili, sommerse da vagonate di "noise" grintoso e granitico e da percussioni incalzanti, l'aggressione ai timpani supera spesso e volentieri il margine di sopportabilità. Decisamente le incisioni discografiche rendono maggior giustizia alla ricchezza e varietà dell'estro compositivo dei "Dinosaur jr." rispetto alle loro performance dal vivo in cui domina il rumore... ma resta affascinante l'attitudine distruttiva di questi ex ragazzi, capaci di sacrificare al gusto per l'assordante volume sonoro perfino l'intelligibilità della loro musica.

Dopo un'ora buona di esplorazione dei limiti di resistenza dell'apparato auditivo usciamo provati e storditi, con le orecchie che fischiano su due tonalità diverse. Manu mi domanda se tutto ciò abbia un senso, e quale significato dargli. Io rispondo per me: l'arte esiste per dar corpo al nostro inconscio, per mostrarci le cose che si nascondono dentro di noi e rendercele riconoscibili. Nei mostri sonori evocati dai "Dinosaur jr." c'è evidentemente qualcosa che mi rispecchia, che mi appartiene, in cui mi riconosco. Ed ho bisogno di questo tipo di esperienza per diventarne consapevole.

Di fatto traggo giovamento dall'effetto catartico che l'immedesimazione in questo caos furibondo mi produce, come se i mostri rabbiosi che ho dentro in qualche modo trovassero uno sfogo, una rappresentazione, un'accettazione. Io sono anche questo: fastidio, violenza, distruttività. Non penso abbia senso negarlo, e come "valvola di scarico" la musica mi pare una soluzione più che accettabile.

E dunque la risposta alla domanda che implicitamente mi ponevo è data: "Anch'io sono qui. Ci sono ancora, nonostante gli anni. Sono cresciuto, ma non rinnego nulla". Eccomi, con le mie antiche passioni, le mie biciclette, la mia musica strana e poco addomesticata, i miei telescopi e le mie stelle, la fantascienza, i mondi immaginari... Un ragazzo cresciuto che non può farci nulla se gli anni continuano a passare, che non si adegua a fare quello che fanno gli altri, che non rinuncia a sognare.

Perché in fondo, bisogna ammetterlo, essere giovani è la cosa più fantastica che può capitarci nella vita... e allora tanto vale farsela durare! "Long life to us dinosaurs!"


domenica, 26 luglio 2009


Correva l'anno 1986 ed il sottoscritto si ritrovava indosso una divisa, a svolgere il servizio militare in quel di Portogruaro (VE) alla caserma "Capitò". Nei lunghi ed inutili mesi di leva obbligatoria mi si offriva, tuttavia, l'occasione di conoscere uno spaccato molto vario di umanità, e di condividere ed approfondire numerosi interessi. Uno tra questi, che nella mia limitata cerchia di frequentazioni non avevo avuto modo di sviluppare riguardava la musica.


Poco prima di partire avevo infatti acquistato una delle invenzioni fondamentali di quel periodo, il "Sony Walkman", apparecchio capostipite degli attuali e diffusissimi iPod, in grado di rendere la qualità acustica della stereofonia, prima relegata ad imponenti ed inamovibili impianti casalinghi, facilmente trasportabile, sotto forma di agili musicassette, pressoché ovunque.

Dopo un'infanzia ed un'adolescenza trascorse ad assorbire passivamente quanto trasmesso da radio e tv di stato (a casa dei miei non si concepiva nemmeno lontanamente la necessità di "scegliere" la musica da ascoltare), la magica scatoletta a pile mi offriva finalmente l'opportunità di approfondire una materia nuova ed affascinante.

Ma "cosa" ascoltare, soprattutto senza spendere cifre di cui all'epoca non disponevo? A questa domanda venne bizzarramente in soccorso la mia assidua frequentazione di librerie, incluse le cosiddette "Remainders", specializzate nella rivendita sottocosto di edizioni invendute e fondi di magazzino.

In una di queste ebbi la fortuna di trovare numerosi fascicoli di una pubblicazione da edicola intitolata "Il Rock storia e musica", dove ad uno striminzito fascicoletto critico era allegata tanto di cassetta con i successi più significativi del relativo artista. Il passaggio dal "nulla" (o poco più) dei "Festival di Sanremo" alla ricchezza e varietà della produzione musicale anglosassone dei decenni precedenti fu traumatico quanto entusiasmante: Bob Dylan, Jimi Hendrix, Bruce Springsteen, I Police, Frank Zappa... c'erano più energia, idee musicali, emozioni in quella manciata di nastrini di quanti ne avessi incontrati nei lunghi anni di ignoranza giovanile, pazientemente coltivata dai redattori di polverosi palinsesti televisivi.

Non saprei dire se quella rivoluzionaria invenzione mi "salvò la vita", ma di sicuro mi ha evitato crisi depressive profonde. Potevo infilarmi le cuffiette sulle orecchie ed ascoltare la voce di Bruce Springsteen cantarmi della libertà fuori dalle mura della caserma, mostrarmi "la luce in fondo al tunnel". Potevo lasciare che la chitarra di Jimi Hendrix illuminasse di colori acidi e psichedelici il grigiore della mia vita in uniforme, o lasciarmi convincere da Bob Dylan che "i tempi stanno cambiando".

Ragionando anche di queste cose nelle lunghe ed inutili serate passate nei bar nelle ore di "libera uscita" finii con lo stringere amicizia con un ragazzo milanese, Andrea, lui sì appassionato di musica fino alla radice dei capelli, onnivoro e con gusti decisamente affini ai miei. Andrea diventò in breve il mio "spacciatore di musica strana", e cominciò a sgrezzare la mia rudimentale comprensione dei diversi generi musicali, erudendomi sulle differenze tra folk, blues, rock, jazz, country, fusion, new age, progressive, pschedelia e quant'altro.

Andrea aveva una sterminata collezione di migliaia di vinili, acquistati usati nel corso degli anni presso negozietti di settore, bancarelle e fiere, che si accresceva in continuazione. Divorava riviste di settore, "Mucchio Selvaggio" e "il Buscadero" in testa, per poi andare a rovistare tra l'usato in cerca di dischi ed artisti sconosciuti ai più. Non di rado tornava dalle licenze con manciate di cassette appena registrate dei suoi più recenti acquisti, e per solito mi sottoponeva quelle che pensava avrei trovato più interessanti.

Mi passava queste cassette, io le ascoltavo e poi commentavo: "questo mi piace... questo no... questo mi emoziona... questo mi lascia indifferente... questo è sincero... quest'altro è finto..." e via così. Un giorno mi confessò cosa lo stupiva di me e del mio rapporto con la musica: "io leggo recensioni di gente che ha passato la vita intera ad ascoltare dischi" mi confessò "diversi li frequento di persona, gente che conosce pressoché tutto lo scibile musicale prodotto fino ad oggi. Scrivono ed affermano cose sulle quali spesso non mi trovo d'accordo. Tu, al contrario loro, di queste cose non sai quasi niente, conosci quattro dischi in croce, hai abissi di ignoranza sconfinati ancora da colmare (niente da eccepire, ero il primo ad ammetterlo) eppure ascolti la musica ed istintivamente mi dici le stesse cose che ne pensano loro. Non capisco come sia possibile!"

Una delle principali fonti di divergenze tra noi era un tale Frank Marino, virtuoso della chitarra sullo stile di Hendrix. Andrea era un suo fan sfegatato mentre io, pur adorando Hendrix, trovavo Marino insopportabilmente noioso. "Non c'è emozione in questa musica" gli spiegavo, "solo tecnica. Niente cuore, solo cervello. È musica cervellotica... mi sembra di ascoltare un tizio che si masturba mentalmente suonando una chitarra!".

Un bel giorno se ne tornò con la consueta manciata di nastri, tra i quali figurava quello di un tale "Jackson C. Frank". Me lo fece ascoltare e me ne innamorai pressoché all'istante: canzoni per voce e chitarra dietro le quali aleggiava una tristezza infinita. Volevo saperne di più, ma nemmeno lui ne aveva mai sentito lontanamente parlare. Un disco come decine di altri, di uno sconosciuto cantautore inglese degli anni '60, tanto poco importante da essere ormai dimenticato. Un autore "minore", di cui a vent'anni di distanza si era persa ormai la memoria.

Seguì un dialogo di questo tenore.
Io: "Questo me lo devi assolutamente registrare"
Lui: "Questo? Ma sei sicuro? Questo qui non è nessuno!"
Io: "Non importa. Lo trovo bellissimo, struggente..."
Lui: "Frank Marino no, e un emerito sconosciuto sì? Proprio non ti capisco!"

La musica triste non ti "tira su" nei modi classici, non ti dà una "botta di allegria". Però offre conforto, ti dice: "non sei il solo ad essere triste, ascolta, sono triste anch'io, anzi, sono molto più triste di te, ma possiamo andare avanti, possiamo trasformare questa tristezza in qualcosa di bello". In quel periodo io non ero in grado di comporre musica... trasformai la mia tristezza in qualcosa che somigliava a delle poesie, e dovettero passare anni prima che mi fidassi abbastanza da farle leggere a qualcuno.

Quella singola cassetta mi accompagnò per anni. Finito il servizio di leva me ne tornai a casa, lasciai l'università, cominciai a lavorare, mi comprai un impianto stereo, cominciai a leggere riviste musicali, comprai ed ascoltai alcune centinaia di dischi, ma Jackson C. Frank restava un "signor nessuno", cancellato dal tempo, dagli anni e dalla memoria collettiva, insieme alle sue splendide canzoni.

Solo molti anni dopo, grazie ad internet, riuscii a risolvere il mistero di Jackson C. Frank, e mi trovai di fronte ad una storia di sfortuna quasi incredibile. Scampato miracolosamente ad un incendio nella sua scuola, in cui avevano perso la vita la maggior parte dei suoi compagni, il giovane Jackson (americano, non inglese) nei lunghi mesi di convalescenza in ospedale imparava a suonare la chitarra. Dieci anni dopo, come risarcimento per le ustioni che ancora lo segnavano, otteneva 100.000 dollari dall'assicurazione e decideva di partire per l'Inghilterra. Qui finiva col conoscere Paul Simon, che gli produceva il primo ed unico L.P. Due anni dopo, i soldi dell'assicurazione ormai quasi finiti, la scena musicale era cambiata al punto che a nessuno interessava più la sua musica. Le cicatrici fisiche e mentali della sua disgrazia giovanile lo precipitarono in una profonda depressione, che i medici scambiarono per schizofrenia curandola nel modo sbagliato. Ebbe un figlio che morì di fibrosi cistica. Finì a dormire sui marciapiedi. I danni delle ustioni lo paralizzarono. Fu quindi accecato da un colpo di fucile ad aria compressa, sparato da ragazzi che si divertivano a tirare a casaccio in mezzo alla folla ed alla fine morì, per complicazioni polmonari ed arresto cardiaco, nel '99, all'età di soli cinquantasei anni. Ora tutta la storia è raccontata (in inglese) su Wikipedia.

E, paradossalmente, a distanza di tanto tempo si comincia a riscoprirlo come uno dei grandi interpreti dimenticati di un'epoca ormai troppo lontana. Per me resterà sempre l'oscuro cantautore, che nel periodo più grigio della mia vita ha condiviso la meravigliosa eleganza e tristezza di una manciata di canzoni. Un piccolo grande artista con cui la vita ha giocato una delle sue partite forse più crudeli.

sabato, 27 giugno 2009


Oggi pomeriggio sono riuscito a trovare un'ora e mezza di tempo per vedere un film. Si intitola "Home" ed ha una particolarità: viene distribuito gratuitamente via internet, su Youtube, in alta definizione. Già questo è bastato a farmi saltare sulla sedia quando ne sono venuto a conoscenza. Le cose stanno cambiando in fretta, negli ultimi tempi. Non servono più società di distribuzione, una catena di cinema che lo proietti, dei canali televisivi che lo trasmettano: basta un po' di "banda" internet ed il film può essere fruito direttamente dal pubblico, a casa, su uno schermo in alta qualità.

Ma la cosa più interessante di "Home" sono, secondo me, i contenuti. "Home" è un lungo documentario sullo sviluppo della vita sul pianeta terra, e sui cambiamenti disastrosi prodotti dall'uomo negli ultimi decenni. Le immagini sono di una bellezza sconvolgente (anche se la compressione software le rende a volte un po' "plasticose":  ogni tanto si ha la sensazione di star guardando un'animazione digitale...) e raccontano il drammatico cambiamento climatico che sta avvenendo sotto i nostri occhi, nell'indifferenza generale.



Mi ha rimandato con la memoria ad un altro film, per certi versi molto simile, uscito a metà degli anni '80, il cui titolo era "Koyaanisqatsi - Life out of balance", impronunciabile parola in lingua Hopi, (una popolazione originaria dei deserti dell'Arizona) il cui significato veniva tradotto in diverse maniere:


ko.yaa.nis.qatsi (dall'originale in lingua Hopi)
1. vita folle.
2. vita tumultuosa.
3. vita in disintegrazione.
4. vita squilibrata.
5. condizione che richiede un altro stile di vita.
Il regista Godfrey Reggio tentò un'operazione che oggi può apparire commercialmente suicida: un documentario di sole immagini e commento musicale, lungo un'ora e mezza. E la musica era uno sconvolgente tappeto di tastiere di Philip Glass, passata alla storia. In novanta minuti e cinque "movimenti" le immagini raccontavano la creazione, l'avvento dell'uomo, la civiltà, l'accelerazione assurda della modernità e quindi la catastrofe, facendo un uso sapiente di riprese a tempo rallentato ed accelerato. Ricordo che lo vidi con un amico in un'arena estiva all'aperto, ed a tre quarti circa lui se ne andò adducendo le testuali parole "non ce la faccio a guardarlo, mi sto sentendo male", a cui io risposi qualcosa del tipo "scherzi? È fantastico!"

Oggi "Home" è un prodotto più tradizionale, c'è un commento parlato (nell'originale di Glenn Close) ed il significato è più esplicito, grossomodo: stiamo seriamente danneggiando l'equilibrio della vita sul pianeta, fra un po' potremmo dover fronteggiare condizioni climatiche che non si sono mai verificate negli ultimi milioni di anni, ovvero da quando i predecessori della nostra specie hanno assunto la postura eretta. Possiamo, anzi, dobbiamo prendere coscienza di questo fatto e cambiare strada, prima che sa troppo tardi.

Nonostante tutto, però, non riesco ad essere ottimista. L'esperienza dell'isola di Pasqua (menzionata a metà del film), ridotta nel volgere di pochi secoli da un paradiso di foreste tropicali ad una distesa desolata e priva di risorse, l'incapacità umana nel comprendere e gestire il risultato finale delle proprie azioni, mi pare ormai troppo evidente. La frase che accompagna le immagini afferma: "il vero mistero dell'isola di Pasqua non è come le sue strane statue sono finite lì, noi ora lo sappiamo, è perché il popolo Rapa-Nui non reagì in tempo". Non è un mistero, in fondo. Noi stiamo facendo esattamente la stessa cosa.

Il documentario ha un finale a mio parere contraddittorio, immaginando un possibile futuro di inesauribile energia solare ed eolica. Ma anche se così sarà, sostituendo il petrolio con altre risorse più pulite e rinnovabili (e io ne dubito), questo non ci impedirà di proseguire con le deforestazioni ed il consumo dissennato di risorse. Perché non possediamo lungimiranza. Buona catastrofe a tutti
martedì, 21 aprile 2009


Capita di imbattersi in storie davvero incredibili, questa è una di quelle. La cornice è il "talent show" Britains Got Talent 2009, una via di mezzo tra "X-Factor" e "La Corrida" in cui degli assoluti sconosciuti si esibiscono di fronte ad una giuria. La protagonista è lei, Susan Boyle, 47 anni, scozzese, disoccupata. L'aspetto è quello di una vecchia zia nubile, niente di più stonato nella società dell'immagine, al limite dell'imbarazzante. Sale sul palcoscenico e per poco non le ridono in faccia, poi comincia a cantare, e guardate cosa succede!



(grazie a LaVyrtuosa per la segnalazione)
mercoledì, 15 aprile 2009
A volte devono passare anni perché le curiosità meno pressanti siano appagate. È una cosa che mi appartiene e che rivendico: non ho mai eccessiva fretta di appropriarmi delle cose che "dovrei conoscere". La mia curiosità è sì insaziabile, ma non frenetica. Il motivo di questo approccio alla cultura dipende da una scelta di fondo, che le cose arrivino quando il tempo è maturo. La fruizione consapevole nasce sempre da una necessità, e la necessità ha bisogno di crescere e svilupparsi.

Questo è il motivo che mi ha portato a scoprire Nick Drake con circa vent'anni di ritardo rispetto alla prima volta in cui ne ho sentito parlare (grazie anche  a Giulia, e a TiC che me l'ha segnalata). A posteriori questo fatto assume un senso che non avrei potuto immaginare all'epoca in cui venni a sapere della sua (passata) esistenza, avvenuta leggendo una recensione molto postuma, in coda ad una rivista di musica rock, nella sezione dedicata ai "dischi da recuperare".

La parabola esistenziale ed artistica di Nick Drake si compie nel volgere di una manciata di anni, sul finire dei '60. Tre dischi di non travolgente successo, poi la depressione, infine un suicidio dai contorni indefiniti. Ma a questo tragico epilogo fa seguito una rivalutazione postuma della sua opera. La straordinaria eleganza delle sue composizioni ne fa ben presto un oggetto di culto tra gli appassionati di musica folk, e più in là tra gli appassionati di musica in generale.

Questo è probabilmente il motivo grazie al quale la mia ricerca in rete di materiale che lo riguardasse ha ottenuto da subito una grande quantità di risultati. Solo su YouTube ci sono più di 2.300 "video" a suo nome! Per un artista vissuto in un'epoca in cui non era ancora consuetudine "impacchettare" musica ed immagini è un risultato che desta stupore. La cosa si spiega scorrendone un po', ma lo stupore rimane: molte sono "cover", ovvero canzoni sue suonate da altri (ivi compresi musicisti non professionisti che mettono in rete le proprie esecuzioni), altri spezzoni di documentari, ma la maggior parte sono lavori realizzati dai suoi fans sovrapponendo immagini e filmati a puro titolo di commento "visivo" delle sue canzoni.

Ma veniamo al dunque: che effetto fa "scoprire" Nick Drake così tardi, con gusti musicali ormai definiti e sedimentati, oltretutto con quasi quarant'anni di "evoluzione" (lo so, è un termine improprio...) musicale in mezzo? Beh, bizzarro. È come trovare il tassello mancante di un puzzle, riempe un vuoto. La sua musica è come sospesa al di là e al di fuori del tempo, possiede una freschezza che la rende immediatamente affascinante, anche adesso, a quarant'anni di distanza. Se ne possono leggere in trasparenza le radici, e ciò che ne è seguito.

C'è il jazz, che negli anni '60 si respirava dappertutto, ci sono echi di psichedelia acustica, c'è musica tradizionale inglese, ma il tutto in una rivisitazione molto netta e personale. Viene quasi da pensare che tutto il movimento di "New Age acustica" nato sul finire degli anni '70 (e che ha avuto in William Ackerman e nella sua etichetta Windham Hill Records degli straordinari alfieri) non possa prescindere da certe sue intuizioni sonore. Ma forse sono solo fantasie, probabilmente Nick Drake è stato solo uno straordinario interprete e catalizzatore di sonorità che in quegli anni appartenevano al comune sentire, ed ora sono come perdute.

È un altro segno dei tempi: un artista di adesso non può riprodurre la sensibilità di un musicista "folk" cresciuto negli anni '50 e '60. Non è questione di merito o demerito, semplicemente il materiale sonoro da elaborare è diverso. Non si può più prescindere dal Punk, dal Grunge, dalla NewWave, dalla Disco, dai ritmi semi-industriali della musica House. In tutto questo si è finito col perdere l'abitudine alle sonorità degli strumenti acustici, agli intrecci di chitarre, alla sinuosa vibrazione dei sassofoni. Col perderla noi "pubblico", come pure gli artisti. Si possono coltivare passioni musicali per epoche lontane, ma non sarà mai la stessa cosa che viverci "immersi".

Ogni epoca finisce con l'avere degli straordinari interpreti, quelli e non altri, ed il passare del tempo cristallizza questa unicità, facendo apparire i tentativi successivi di riprodurne le sensazioni unicamente come dei rudimentali plagi. E questo è infine il mio parere ponderato, dopo aver ascoltato negli anni tanta musica, buona e no, e col cuore già pieno di artisti e brani indimenticabili: Nick Drake era davvero un grande. Pur se la sua epoca non lo comprese, ora noi lo adottiamo postumo.

Ascoltarlo è come scoprire qualcosa che ci è sempre mancata, ed ora finalmente ci è data. Ed è forse questa la misura dell'arte: renderci consapevoli di ciò di cui avevamo bisogno, senza che ce ne fossimo mai resi conto prima.