Ho concluso da poco la lettura di "Se una notte d'inverno un viaggiatore", di Italo Calvino. Come tutti gli "esercizi di stile", da Queneau in poi, mi restituisce un retrogusto amaro. Il perché è presto detto: nel tentativo di smontare e demistificare gli artifizi narrativi si finisce quasi sempre col delegittimare la "narrazione" stessa, coll'esporne le viscere si ottiene molto spesso di professarne il totale disvalore.Raccontar storie, e soprattutto farsi raccontar storie, appartiene all'animo umano fin dalla notte dei tempi. La modernità ha portato con sé, oltre alla produzione in serie di oggetti, anche la produzione in serie di storie. La narrazione ha subito una metamorfosi analoga a quella delle catene di montaggio.
Non starò qui a biasimare il processo in sé, ma è evidente che da quando la vendita di libri è divenuta mercato di massa si è verificata una crescita esponenziale del numero di opere prodotte e commercializzate. Parallelamente si è registrato un proliferare di generi e sottogeneri, che spesso si sono codificati in forme standardizzate e ripetitive. Di tutto questo la maggior parte dei lettori è tutt'ora relativamente inconsapevole.
Calvino concepisce quindi un'opera che racconti al lettore di come egli è, e lo disveli succube dalle proprie letture al punto da non essere più in grado di affrontarne l'artificialità. Pone questo immaginario lettore, e noi con lui, di fronte ad una sequenza estenuante di inizi di romanzi, tutti diversi tra loro nella sostanza e nella forma narrativa, ed infierisce inserendo nel flusso degli eventi note esplicative della struttura soggiacente alla narrazione in corso.
Ma questo gioco in cui il lettore viene condotto è un gioco crudele. Il racconto, ridotto ad una serie di ingranaggi sapientemente incastrati tra loro, mostra tutta la sua artificialità allo stesso modo in cui la vicenda del lettore protagonista si avvita in una sequenza di accadimenti improbabili asserviti alla fantasia cervellotica dello scrittore.
Si legge in filigrana, in questo pseudo-romanzo, tutta l'iconoclastia del punk (che, seppur lontano anni luce dall'ambiente letterario, non a caso nasceva negli stessi anni in cui il libro veniva pubblicato): distruggere l'artificialità per ricostruire dalle fondamenta. Fare tabula rasa della cattiva scrittura e smascherare il "mestiere" dei fabbricanti di storie. L'operazione riesce a metà, ovvero nella sola parte relativa alla "distruzione".
Perché quello di Calvino è in realtà un gioco al massacro. È evidente, dopo un po', che nessuno dei romanzi iniziati e non proseguiti ha una trama, una vicenda, un senso da trasmettere, un'idea da comunicare. E ciò che risulta irritante è proprio il fatto che tanto "mestiere", tanta abilità narrativa, vengano messe al servizio di un'opera il cui fine è la propria auto-negazione.
Cosa rimane al lettore di romanzi dopo questa allegra devastazione? Con che spirito affronterà i molti libri ancora da leggere che lo scrutano dagli scaffali? Come potrà più affidarsi liberamente alla fantasia altrui dopo che gli è stato ampiamente dimostrato che, per scrivere in maniera avvincente, l'avere qualcosa da dire è del tutto ininfluente?
Nel mio caso, il primo a farne le spese è uno sconosciuto scrittore inglese, tale Brian M. Stableford, autore di un romanzo tanto pretenzioso nelle intenzioni quanto mediocre nei risultati: "Il giogo del tempo", uscito nel '94 e pubblicato da Urania pochi anni più tardi. Non è narrativa "alta", né ha la pretesa di esserlo, eppure il confronto con la sterminata arte affabulatoria di Calvino praticamente lo annienta.(com'è che finisco a leggere certa roba? Difficile dirlo. Molti libri di fantascienza sono stati acquistati anni fa, stanno lì ad ingiallire ed ogni tanto ne ripesco uno e lo leggo, anche un po' per ricordarmi com'ero. È un genere che continuo a seguire perché ha rappresentato, ed in qualche modo continua a rappresentare, l'aspirazione dell'uomo al superamento dei propri limiti. Con risultati, va detto, talvolta anche parecchio scadenti...)

Nonostante tutto non credo che rinuncerò tout court alla narrativa "bassa", ma per il momento ho bisogno di "rifarmi la bocca" con qualcosa il più lontano possibile anche solo dall'idea di "prodotto commerciale". Ho quindi rimesso mano a "Moby Dick", la cui lettura avevo sospeso qualche anno addietro, schiacciato dalla sua mole ultradensa.
La scrittura di Melville è talmente straordinaria, anche attraverso la traduzione, che più volte mi sono detto che varrebbe la pena leggerlo in lingua originale. Ma è un'impresa superiore alle mie forze. Per questa volta mi accontenterei anche solo di riuscire a finirlo...






Ogni tanto, causa regali di amici e parenti, le mie letture deragliano dai binari usuali (fantascienza e saggistica in testa) per esplorare altri territori letterari. È questo il caso di "Mille splendidi soli", di Khaled Hosseini, che narra le tragiche vicende di due donne afghane, a cavallo degli sconvolgimenti subiti dal paese negli ultimi trent'anni.