mercoledì, 07 ottobre 2009
Ho concluso da poco la lettura di "Se una notte d'inverno un viaggiatore", di Italo Calvino. Come tutti gli "esercizi di stile", da Queneau in poi, mi restituisce un retrogusto amaro. Il perché è presto detto: nel tentativo di smontare e demistificare gli artifizi narrativi si finisce quasi sempre col delegittimare la "narrazione" stessa, coll'esporne le viscere si ottiene molto spesso di professarne il totale disvalore.

Raccontar storie, e soprattutto farsi raccontar storie, appartiene all'animo umano fin dalla notte dei tempi. La modernità ha portato con sé, oltre alla produzione in serie di oggetti, anche la produzione in serie di storie. La narrazione ha subito una metamorfosi analoga a quella delle catene di montaggio.

Non starò qui a biasimare il processo in sé, ma è evidente che da quando la vendita di libri è divenuta mercato di massa si è verificata una crescita esponenziale del numero di opere prodotte e commercializzate. Parallelamente si è registrato un proliferare di generi e sottogeneri, che spesso si sono codificati in forme standardizzate e ripetitive. Di tutto questo la maggior parte dei lettori è tutt'ora relativamente inconsapevole.

Calvino concepisce quindi un'opera che racconti al lettore di come egli è, e lo disveli succube dalle proprie letture al punto da non essere più in grado di affrontarne l'artificialità. Pone questo immaginario lettore, e noi con lui, di fronte ad una sequenza estenuante di inizi di romanzi, tutti diversi tra loro nella sostanza e nella forma narrativa, ed infierisce inserendo nel flusso degli eventi note esplicative della struttura soggiacente alla narrazione in corso.

Ma questo gioco in cui il lettore viene condotto è un gioco crudele. Il racconto, ridotto ad una serie di ingranaggi sapientemente incastrati tra loro, mostra tutta la sua artificialità allo stesso modo in cui la vicenda del lettore protagonista si avvita in una sequenza di accadimenti improbabili asserviti alla fantasia cervellotica dello scrittore.

Si legge in filigrana, in questo pseudo-romanzo, tutta l'iconoclastia del punk (che, seppur lontano anni luce dall'ambiente letterario, non a caso nasceva negli stessi anni in cui il libro veniva pubblicato): distruggere l'artificialità per ricostruire dalle fondamenta. Fare tabula rasa della cattiva scrittura e smascherare il "mestiere" dei fabbricanti di storie. L'operazione riesce a metà, ovvero nella sola parte relativa alla "distruzione".

Perché quello di Calvino è in realtà un gioco al massacro. È evidente, dopo un po', che nessuno dei romanzi iniziati e non proseguiti ha una trama, una vicenda, un senso da trasmettere, un'idea da comunicare. E ciò che risulta irritante è proprio il fatto che tanto "mestiere", tanta abilità narrativa, vengano messe al servizio di un'opera il cui fine è la propria auto-negazione.

Cosa rimane al lettore di romanzi dopo questa allegra devastazione? Con che spirito affronterà i molti libri ancora da leggere che lo scrutano dagli scaffali? Come potrà più affidarsi liberamente alla fantasia altrui dopo che gli è stato ampiamente dimostrato che, per scrivere in maniera avvincente, l'avere qualcosa da dire è del tutto ininfluente?

Nel mio caso, il primo a farne le spese è uno sconosciuto scrittore inglese, tale Brian M. Stableford, autore di un romanzo tanto pretenzioso nelle intenzioni quanto mediocre nei risultati: "Il giogo del tempo", uscito nel '94 e pubblicato da Urania pochi anni più tardi. Non è narrativa "alta", né ha la pretesa di esserlo, eppure il confronto con la sterminata arte affabulatoria di Calvino praticamente lo annienta.

(com'è che finisco a leggere certa roba? Difficile dirlo. Molti libri di fantascienza sono stati acquistati anni fa, stanno lì ad ingiallire ed ogni tanto ne ripesco uno e lo leggo, anche un po' per ricordarmi com'ero. È un genere che continuo a seguire perché ha rappresentato, ed in qualche modo continua a rappresentare, l'aspirazione dell'uomo al superamento dei propri limiti. Con risultati, va detto, talvolta anche parecchio scadenti...)

Nonostante tutto non credo che rinuncerò tout court alla narrativa "bassa", ma per il momento ho bisogno di "rifarmi la bocca" con qualcosa il più lontano possibile anche solo dall'idea di "prodotto commerciale". Ho quindi rimesso mano a "Moby Dick", la cui lettura avevo sospeso qualche anno addietro, schiacciato dalla sua mole ultradensa.

La scrittura di Melville è talmente straordinaria, anche attraverso la traduzione, che più volte mi sono detto che varrebbe la pena leggerlo in lingua originale. Ma è un'impresa superiore alle mie forze. Per questa volta mi accontenterei anche solo di riuscire a finirlo...
lunedì, 07 settembre 2009
"Dopo tutto questo", di Alice McDermott, è una narrazione spiazzante: singoli fotogrammi della vita di una famiglia americana in un arco di tempo di quasi trent'anni durante i quali, apparentemente, non accade nulla. Nulla di più, almeno, della vita quotidiana, in cui gli eventi più drammatici possono essere il crollo di un albero a causa di un temporale, o un parto prematuro, o la raccolta di fondi per costruire la nuova chiesa, o una cena speciale. Si arriva alla fine del libro senza essere in grado di rispondere alla fatidica domanda: "di cosa parla?"

Già, "di cosa parla" questo romanzo? Di tutto, in realtà. Della vita, dell'amore, della morte, del dovere, delle piccole cose minuscole, quotidiane eppure essenziali di cui è fatta la nostra esistenza, e delle quali spesso non siamo neppure consapevoli. L'autrice riesce ad attirare la nostra attenzione su dettagli talmente minuscoli da mostrarci la trama stessa dell'esistenza, come a descrivere un dipinto non già narrando quello che vi è raffigurato, ma raccontando ogni singola pennellata.

Il risultato è stupefacente, perché nell'appassionato dipanarsi di vite  assolutamente comuni al lettore viene svelato l'appassionante romanzo della propria vita, quasi in un tentativo di insegnarci a vedere e leggere avvenimenti ai quali non siamo capaci di prestare attenzione, e che appena passati finiscono ben presto dimenticati, sostituiti da altri, in un continuo fluire.

Perché l'attenzione (come, in un vecchio proverbio, "la bellezza") sta nell'occhio di chi guarda. L'intensità delle emozioni sta nella nostra sensibilità, nella nostra capacità di comprensione, nella nostra empatia. E ci vuole un libro come questo, minimo e perfetto come una "Gioconda" della letteratura, per disvelare la grana grossa (spesso grossolana) di tanta narrativa "mainstream" di cui quotidianamente ci cibiamo.

Nella mia esperienza di lettore la cosa più simile a questo libro incontrata fin qui sono probabilmente i primi, sfortunati, tentativi di Philip K. Dick di scrivere romanzi non "di genere". Cose come: "Confessioni di un artista di merda", "L'uomo dai denti tutti uguali", "In terra ostile". Narrazioni troppo perfette della quotidianità per essere comprese ed apprezzate nel periodo storico in cui vennero scritte.

P.s.: ovviamente, un grazie a TIC per la segnalazione.
sabato, 08 agosto 2009
Ho letto diversi libri negli ultimi mesi, ma siccome nessuno di essi mi ha "cambiato la vita" non ho sentito la necessità di scriverne in tempo reale. Ora che si sono ammucchiati sul tavolo ne farò un unico breve post.

Cominciamo con Frank Schätzing ed il suo monumentale "Il quinto giorno", un racconto di fantascienza che si inserisce a pieno diritto nel filone catastrofico. Strani eventi cominciano ad accadere sul fondo degli oceani, mettendo a repentaglio il mondo di superficie. È un buon racconto, condito da una notevole competenza sull'argomento "abissi marini", pressoché sconosciuto ai più (sottoscritto compreso) capace di tenere avvinta l'attenzione nonostante la mole. Pecca qua e là di prolissità, e non ho apprezzato l'evoluzione "cinematografica" del finale, col consueto susseguirsi di eventi ultra-spettacolari, che alla fine stancano senza che un singolo fatto davvero memorabile resti impresso.


A seguire ho pescato dalla libreria di mia sorella un romanzo di Valerio Massimo Manfredi, "L'Oracolo". La vicenda è ambientata in Grecia, con un prologo negli anni '70, al tempo della "Dittatura dei Colonnelli", e la vicenda vera e propria a metà degli anni '80. Manfredi è uno storico, e maneggia molto bene la sua materia, suggestioni ellenistiche in primis. Il romanzo è avvincente, più nella prima parte che nel finale, rispetto al quale va dato merito all'autore di non aver inflazionato la successione degli eventi con troppi colpi di scena.



Ho quindi affrontato la lettura dei "I ragazzi di Anansi", di Neil Gaiman, di cui avevo particolarmente apprezzato "American Gods". Gaiman continua ad esplorare il suo universo a metà tra reale e fantasy, proponendoci una vicenda a cavallo tra Inghilterra e Caraibi. Rispetto al predecessore, di cui imita struttura e moduli narrativi, qui la vicenda è molto più "sopra le righe", la chiave umoristica domina sulla tensione drammatica ed il tutto si risolve senza spreco di eccessivo pathos. Meno avvincente del primo, ma con trovate qua e là irresistibili.



Reperito in un'edicola quasi per puro caso, ho di seguito riletto con piacere Valerio Evangelisti in un'antologia pubblicata dalla nuova collana "Epix" di Mondadori: "Acque Oscure". Una manciata di racconti ed un romanzo breve (quest'ultimo, "Gocce nere", occupa da solo la seconda metà del volume ed era già stato pubblicato in precedenza, ma l'ho riletto volentieri...) per una lettura "da ombrellone". L' Italian Gothic di Evangelisti rimane avvincente, nonostante la cura della plausibilità delle vicende venga volentieri sacrificata alla galoppante fantasia dell'autore. Ma è una scelta che non si rimpiange.





Infine "Guerra agli Umani", di Wu Ming 2, una strampalata vicenda tutta italiana ambientata sull'appennino emiliano tra cantieri della TAV, cacciatori, improbabili ecoterroristi, combattimenti di cani, cinghiali impazziti e molto altro ancora. Di questo romanzo colpisce lo stile di scrittura eccezionalmente sarcastico e tagliente, insieme a diverse chiavi di lettura molto interessanti sull'Italia dei giorni nostri. Forse l'unico, tra tutti quelli menzionati fin qui, che a distanza di anni potrò aver voglia di rileggere.



giovedì, 07 maggio 2009
Saranno anche piccole cose, ma non manco di rimanere colpito quando trovo in giro "tracce del mio passaggio". È una cosa che mi emoziona, ed anche un po' mi imbarazza, come quando si viene presentati a degli sconosciuti per essere "quello che ha fatto la tal cosa" (che in genere pare una roba talmente minima da non sembrare degna di menzione). Stavolta mi sono "ritrovato" citato da Cecilia Gentile, giornalista e scrittrice ("Buongiorno Senegal", Ediciclo editore), che in un suo racconto intitolato "Pag e le pannocchie di Marco P." (sic!) rievoca un episodio risalente ad un lontano viaggio in bici. Parte di questo racconto è stata pubblicata nel Blog dell'editore Ediciclo.

Scrive Cecilia:
"Ricordo il mio primo viaggio a pedali tanti anni fa in Bretagna, Francia. Eravamo in quattro. Avevamo programmato la prima settimana a nord per poi spostarci con il treno a sud, zona più turistica, raccomandata dalla guida. Ad un certo punto Marco P. propose di non prendere il treno, per rimanere ad esplorare la zona in cui già ci trovavamo, e affidarci solo alla bici. Ci fu una votazione. Ricordo che rimasi molto male, io volevo cambiare zona, e persi. “Ma qui ci sono solo pannocchie”, dicevo a Marco P. mentre pedalavo. “Magari potessi pedalare tutti i giorni in mezzo alle pannocchie”, mi rispose Marco P. Ecco, con il tempo, nei miei viaggi in bici, ho imparato a cercare e a trovare le mie pannocchie."

Devo essere onesto, questa frase sulle pannocchie proprio non me la ricordavo. Probabilmente perché mi sembrava, allora, una considerazione talmente ovvia da non meritare chissà quale attenzione. Direi, a posteriori, che in effetti lo era... ma altrettanto sintetizzava con estrema linearità ed efficacia un pensiero, un'idea. Ed è forse proprio questa capacità di sintesi che, sulla distanza, l'ha resa degna di menzione, capace di tratteggiare, nella sua essenzialità, un rudimentale abbozzo di "filosofia di vita".

Un'altra amica, in quegli stessi anni, mi tributava una cosiddetta "eleganza di pensiero", ovvero una capacità di semplificazione che, a suo dire, consentiva di arrivare alle soluzioni dei problemi ragionando "per linee rette" (la retta è, per definizione, la via più breve tra due punti). Non so se sia davvero così, ma mi capita spesso di dover faticare di più a spiegare concetti sostanzialmente semplici che non architetture logiche più complesse ed arzigogolate. Non saprei dire se questo mio "ragionare per linee rette" sia una forma di intelligenza o non, piuttosto, di stupidità. Comprendo facilmente il comportamento degli oggetti, non altrettanto bene le persone. So cosa è giusto per me ma ho grossi problemi a relazionarmi con un mondo di bisogni indotti, di conformismo, di opportunismo acritico come quello che mi circonda. L'uomo giusto al momento sbagliato, o forse solo l'uomo sbagliato, in un momento qualsiasi.

L'alternativa mi suggerisce che il mondo in cui viviamo, la cultura che assorbiamo, la maniera in cui la maggior parte delle persone organizza i propri pensieri è ancora molto lontana da una reale efficienza. La scuola si preoccupa molto più di riempirci la testa di concetti diversi, non di rado fra loro antitetici, che non di insegnarci la maniera di organizzarli. Un tempo lo si definiva col termine dispregiativo di "nozionismo", oggi è una parola che non si sente più. Il dubbio, o meglio, la preoccupazione, è che l'antico "nozionismo" abbia ceduto il passo non già ad una più adeguata forma di insegnamento, ma ad un nozionismo ancora più misero e scadente.

Sere fa mi hanno posto una domanda quantomeno bizzarra. Eravamo nel bel mezzo di una sessione di osservazioni astronomiche e stavo illustrando un po' di "rudimenti" ad una ragazza che si stava avvicinando all'astronomia. Questioni in prevalenza tecniche, finché non mi ha chiesto: "ma c'è una filosofia dietro tutto questo?" Penso di averle dapprima risposto che "filosofia", dal greco "philos sophos" significa "amore per la conoscenza", quindi l'astronomia è necessariamente "filosofia"... ma mi pareva di sfuggire la domanda.

Allora ho reinterpretato la frase in altri termini, immaginando che la questione fosse: "cosa mi dà l'osservazione del cielo". Ho parlato dell'esperienza diretta, non mediata, con l'infinito. Del divenire consapevole, lì ed in quel momento, del mio posto nell'Universo. Del comprendere, lì ed in quel momento, di far parte di una specie che si è elevata dai bisogni materiali per costruire macchine in grado di scrutare nell'immensità del Cosmo. Dell'osservare coi miei occhi e poco altro (lenti, specchi) oggetti antichi di miliardi di anni, posti a distanze incolmabili, inconcepibili.

Ed è, in fondo, la stessa filosofia che mi porta a pedalare in mezzo alle pannocchie, come se fossero una cosa nuova e mai vista. Perché la bellezza non è del mondo, ma del modo in cui lo guardi. La meraviglia non sta in quello che vedi, ma in quello che ti è dato di comprenderne. Non basta avere occhi se non si sa osservare. Non basta essere liberi, se della libertà non si sa che farsene. Non basta avere in dono il pensiero, se non si sa pensare.

Io ho questo modo di ragionare per linee rette. Nella vita di tutti i giorni non aiuta moltissimo, a volte è d'impiccio. Alle volte indica soluzioni che altri faticano a vedere. Ogni tanto, per fortuna, si rende utile.
martedì, 10 marzo 2009
Ogni tanto, causa regali di amici e parenti, le mie letture deragliano dai binari usuali (fantascienza e saggistica in testa) per esplorare altri territori letterari. È questo il caso di "Mille splendidi soli", di Khaled Hosseini, che narra le tragiche vicende di due donne afghane, a cavallo degli sconvolgimenti subiti dal paese negli ultimi trent'anni.

Al di là della relativa piattezza della scrittura (il libro si lascia leggere, ma non è certo un'esperienza narrativa sconvolgente) la cosa che più mi ha colpito è l'affresco di un paese che va in pezzi, progressivamente, anno dopo anno, ripercorrendo vicende che da fuori abbiamo vissuto molto distrattamente, veicolate dalle cronache giornalistiche.

L'invasione sovietica, la resistenza dei capi tribali supportata dagli USA, la presa di Kabul, le lotte intestine, l'avvento dei talebani, l'intervento internazionale. Il libro si chiude con la speranza in una ricostruzione che però, di fatto, non è ancora avvenuta, anzi i presidi militari internazionali stanno perdendo terreno di fronte agli eserciti locali foraggiati dal traffico di droga.

L'Afghanistan è oggi un paese ostaggio di pressioni economiche e geopolitiche micidiali, una terra lacerata da volontà di dominio contrapposte, luogo di scontro di ideologie e filosofie inconciliabili, paradossalmente ricchissima per i criminali, che vi coltivano l'oppio, e poverissima in termini di agricoltura tradizionale.

In tutto questo strazio emerge la disastrosa condizione delle donne, che una lettura estremista del Corano vuole ridotte ad oggetti di proprietà dei maschi, siano essi mariti, padri, fratelli, sepolte vive perfino nei propri abiti, quei Burqa azzurri che le nascondono al mondo. Le donne afghane, e i bambini.

E noi, la nostra pretesa "superiore" cultura occidentale, tutte le nostre certezze? Da questo libro escono a pezzi. Non c'è cultura millenaria in grado di resistere ai cannoni, non c'è civiltà che non possa essere sovvertita dalla barbarie, né luogo sicuro al mondo. Abbiamo attraversato il più lungo periodo di pace degli ultimi secoli e l'abbondanza di risorse che lo ha alimentato si va esaurendo.

Nello scivolare lento ed inarrestabile dei personaggi di Hosseini nell'incubo della guerra civile si rispecchiano tutte le mie preoccupazioni sul momento storico attuale.
sabato, 07 febbraio 2009
Con l'intenzione di ritrovare un vecchio amico che non leggevo da diverso tempo (non moltissimo, tutto sommato) ho saccheggiato questa vecchia raccolta di "racconti lunghi" dalla libreria che mia sorella ha lasciato, piena di "bestseller", a casa di mia madre.

Racconti lunghi, o romanzi brevi, definizione difficile da spiegare soprattutto agli editori, che infatti hanno accorpato quattro storie molto diverse in un unico volume, che raggiunge a malapena la mole di un romanzo medio di King. Meglio per noi lettori, direi, che evitiamo di riempire gli scaffali di esili volumetti e risparmiamo un po'.

In realtà tre su quattro di queste storie sono risultate talmente interessanti da trarci dei film. La copertina del 1991 riporta in grandi caratteri proprio il titolo del film tratto per primo, "Stand by me", lasciando in alto (e sulla costolina laterale) il titolo originale della raccolta: "Stagioni diverse".

La prima cosa che mi ha stupito è stato realizzare che dal primo racconto, "Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank", è stato tratto, successivamente alla pubblicazione di questo volume, un film ben più famoso: "Le ali della libertà", con Tim Robbins. Il racconto sembra la sceneggiatura del film, tanto è definito al millimetro. Gli autori della pellicola non hanno fatto altro che rimanere fedeli a quanto scritto da King fino all'ultima virgola, o quasi.

In realtà il finale del film è leggermente diverso, nel racconto il protagonista Dufresne scappa con i soldi che ha maturato investendo in azioni prima della condanna, anziché con quelli nascosti per conto del direttore del carcere, e quest'ultimo non si suicida in seguito allo scandalo. Il finale del film, per questo solo dettaglio, è migliore di quello del racconto. Ma appunto è un dettaglio in un affresco magistrale, il racconto scritto da King, che ha dato vita ad uno dei film più importanti nella storia del cinema.

Anche dal secondo racconto è stato tratto un film, "L'allievo". Non lo sapevo, né ho visto il film. Il racconto è buono, ma vive una sua dimensione claustrofobica che impedisce alla fantasia di King di aprire veramente le ali. Storia interessante, insomma, ma che non lascia il segno.

È invece sconvolgente la bellezza de "Il corpo", da cui è stato tratto "Stand by me". In poche decine di pagine King costruisce mondi dentro mondi, racconti dentro racconti, in una sorta di "Cappella Sistina" della letteratura. Per chi come me ha provato a misurarsi con la narrazione è un'esperienza devastante, il trovarsi al cospetto di un gigante.

Considerando quanto è faticoso, dopo tutti questi anni, trovare ancora qualcosa di veramente entusiasmante, questo racconto di King è quello che mi ci voleva. Una storia di cose minuscole, quattro ragazzi dodicenni che partono a piedi per andare a vedere un cadavere non ancora rinvenuto dalla polizia, che si trasforma strada facendo in un rito di passaggio all'età adulta, echeggiando vissuti ed emozioni comuni a ciascuno di noi.

E compie perfettamente quello che lo stesso autore scrive nella postfazione: "quello che ogni buon racconto dovrebbe fare... farti dimenticare per un po' la realtà che ti pesa sulle spalle e trasportarti in un luogo in cui non sei mai stato". King è uno che ci riesce, almeno con me. Non sempre, ma spesso.

Ed ancora ricordo come fu capace, con "IT", primo romanzo suo che mi capitò tra le mani (di cui però non ho amato il finale, troppo lungo e confuso) a farmi provare nostalgia di un luogo e di un tempo, il Maine degli anni '50, in cui non ero mai neppure lontanamente stato. Nostalgia! Vi sembra possibile? Signori: Stephen King.