mercoledì, 07 ottobre 2009
Ho concluso da poco la lettura di "Se una notte d'inverno un viaggiatore", di Italo Calvino. Come tutti gli "esercizi di stile", da Queneau in poi, mi restituisce un retrogusto amaro. Il perché è presto detto: nel tentativo di smontare e demistificare gli artifizi narrativi si finisce quasi sempre col delegittimare la "narrazione" stessa, coll'esporne le viscere si ottiene molto spesso di professarne il totale disvalore.

Raccontar storie, e soprattutto farsi raccontar storie, appartiene all'animo umano fin dalla notte dei tempi. La modernità ha portato con sé, oltre alla produzione in serie di oggetti, anche la produzione in serie di storie. La narrazione ha subito una metamorfosi analoga a quella delle catene di montaggio.

Non starò qui a biasimare il processo in sé, ma è evidente che da quando la vendita di libri è divenuta mercato di massa si è verificata una crescita esponenziale del numero di opere prodotte e commercializzate. Parallelamente si è registrato un proliferare di generi e sottogeneri, che spesso si sono codificati in forme standardizzate e ripetitive. Di tutto questo la maggior parte dei lettori è tutt'ora relativamente inconsapevole.

Calvino concepisce quindi un'opera che racconti al lettore di come egli è, e lo disveli succube dalle proprie letture al punto da non essere più in grado di affrontarne l'artificialità. Pone questo immaginario lettore, e noi con lui, di fronte ad una sequenza estenuante di inizi di romanzi, tutti diversi tra loro nella sostanza e nella forma narrativa, ed infierisce inserendo nel flusso degli eventi note esplicative della struttura soggiacente alla narrazione in corso.

Ma questo gioco in cui il lettore viene condotto è un gioco crudele. Il racconto, ridotto ad una serie di ingranaggi sapientemente incastrati tra loro, mostra tutta la sua artificialità allo stesso modo in cui la vicenda del lettore protagonista si avvita in una sequenza di accadimenti improbabili asserviti alla fantasia cervellotica dello scrittore.

Si legge in filigrana, in questo pseudo-romanzo, tutta l'iconoclastia del punk (che, seppur lontano anni luce dall'ambiente letterario, non a caso nasceva negli stessi anni in cui il libro veniva pubblicato): distruggere l'artificialità per ricostruire dalle fondamenta. Fare tabula rasa della cattiva scrittura e smascherare il "mestiere" dei fabbricanti di storie. L'operazione riesce a metà, ovvero nella sola parte relativa alla "distruzione".

Perché quello di Calvino è in realtà un gioco al massacro. È evidente, dopo un po', che nessuno dei romanzi iniziati e non proseguiti ha una trama, una vicenda, un senso da trasmettere, un'idea da comunicare. E ciò che risulta irritante è proprio il fatto che tanto "mestiere", tanta abilità narrativa, vengano messe al servizio di un'opera il cui fine è la propria auto-negazione.

Cosa rimane al lettore di romanzi dopo questa allegra devastazione? Con che spirito affronterà i molti libri ancora da leggere che lo scrutano dagli scaffali? Come potrà più affidarsi liberamente alla fantasia altrui dopo che gli è stato ampiamente dimostrato che, per scrivere in maniera avvincente, l'avere qualcosa da dire è del tutto ininfluente?

Nel mio caso, il primo a farne le spese è uno sconosciuto scrittore inglese, tale Brian M. Stableford, autore di un romanzo tanto pretenzioso nelle intenzioni quanto mediocre nei risultati: "Il giogo del tempo", uscito nel '94 e pubblicato da Urania pochi anni più tardi. Non è narrativa "alta", né ha la pretesa di esserlo, eppure il confronto con la sterminata arte affabulatoria di Calvino praticamente lo annienta.

(com'è che finisco a leggere certa roba? Difficile dirlo. Molti libri di fantascienza sono stati acquistati anni fa, stanno lì ad ingiallire ed ogni tanto ne ripesco uno e lo leggo, anche un po' per ricordarmi com'ero. È un genere che continuo a seguire perché ha rappresentato, ed in qualche modo continua a rappresentare, l'aspirazione dell'uomo al superamento dei propri limiti. Con risultati, va detto, talvolta anche parecchio scadenti...)

Nonostante tutto non credo che rinuncerò tout court alla narrativa "bassa", ma per il momento ho bisogno di "rifarmi la bocca" con qualcosa il più lontano possibile anche solo dall'idea di "prodotto commerciale". Ho quindi rimesso mano a "Moby Dick", la cui lettura avevo sospeso qualche anno addietro, schiacciato dalla sua mole ultradensa.

La scrittura di Melville è talmente straordinaria, anche attraverso la traduzione, che più volte mi sono detto che varrebbe la pena leggerlo in lingua originale. Ma è un'impresa superiore alle mie forze. Per questa volta mi accontenterei anche solo di riuscire a finirlo...
lunedì, 07 settembre 2009
"Dopo tutto questo", di Alice McDermott, è una narrazione spiazzante: singoli fotogrammi della vita di una famiglia americana in un arco di tempo di quasi trent'anni durante i quali, apparentemente, non accade nulla. Nulla di più, almeno, della vita quotidiana, in cui gli eventi più drammatici possono essere il crollo di un albero a causa di un temporale, o un parto prematuro, o la raccolta di fondi per costruire la nuova chiesa, o una cena speciale. Si arriva alla fine del libro senza essere in grado di rispondere alla fatidica domanda: "di cosa parla?"

Già, "di cosa parla" questo romanzo? Di tutto, in realtà. Della vita, dell'amore, della morte, del dovere, delle piccole cose minuscole, quotidiane eppure essenziali di cui è fatta la nostra esistenza, e delle quali spesso non siamo neppure consapevoli. L'autrice riesce ad attirare la nostra attenzione su dettagli talmente minuscoli da mostrarci la trama stessa dell'esistenza, come a descrivere un dipinto non già narrando quello che vi è raffigurato, ma raccontando ogni singola pennellata.

Il risultato è stupefacente, perché nell'appassionato dipanarsi di vite  assolutamente comuni al lettore viene svelato l'appassionante romanzo della propria vita, quasi in un tentativo di insegnarci a vedere e leggere avvenimenti ai quali non siamo capaci di prestare attenzione, e che appena passati finiscono ben presto dimenticati, sostituiti da altri, in un continuo fluire.

Perché l'attenzione (come, in un vecchio proverbio, "la bellezza") sta nell'occhio di chi guarda. L'intensità delle emozioni sta nella nostra sensibilità, nella nostra capacità di comprensione, nella nostra empatia. E ci vuole un libro come questo, minimo e perfetto come una "Gioconda" della letteratura, per disvelare la grana grossa (spesso grossolana) di tanta narrativa "mainstream" di cui quotidianamente ci cibiamo.

Nella mia esperienza di lettore la cosa più simile a questo libro incontrata fin qui sono probabilmente i primi, sfortunati, tentativi di Philip K. Dick di scrivere romanzi non "di genere". Cose come: "Confessioni di un artista di merda", "L'uomo dai denti tutti uguali", "In terra ostile". Narrazioni troppo perfette della quotidianità per essere comprese ed apprezzate nel periodo storico in cui vennero scritte.

P.s.: ovviamente, un grazie a TIC per la segnalazione.
sabato, 08 agosto 2009
Ho letto diversi libri negli ultimi mesi, ma siccome nessuno di essi mi ha "cambiato la vita" non ho sentito la necessità di scriverne in tempo reale. Ora che si sono ammucchiati sul tavolo ne farò un unico breve post.

Cominciamo con Frank Schätzing ed il suo monumentale "Il quinto giorno", un racconto di fantascienza che si inserisce a pieno diritto nel filone catastrofico. Strani eventi cominciano ad accadere sul fondo degli oceani, mettendo a repentaglio il mondo di superficie. È un buon racconto, condito da una notevole competenza sull'argomento "abissi marini", pressoché sconosciuto ai più (sottoscritto compreso) capace di tenere avvinta l'attenzione nonostante la mole. Pecca qua e là di prolissità, e non ho apprezzato l'evoluzione "cinematografica" del finale, col consueto susseguirsi di eventi ultra-spettacolari, che alla fine stancano senza che un singolo fatto davvero memorabile resti impresso.


A seguire ho pescato dalla libreria di mia sorella un romanzo di Valerio Massimo Manfredi, "L'Oracolo". La vicenda è ambientata in Grecia, con un prologo negli anni '70, al tempo della "Dittatura dei Colonnelli", e la vicenda vera e propria a metà degli anni '80. Manfredi è uno storico, e maneggia molto bene la sua materia, suggestioni ellenistiche in primis. Il romanzo è avvincente, più nella prima parte che nel finale, rispetto al quale va dato merito all'autore di non aver inflazionato la successione degli eventi con troppi colpi di scena.



Ho quindi affrontato la lettura dei "I ragazzi di Anansi", di Neil Gaiman, di cui avevo particolarmente apprezzato "American Gods". Gaiman continua ad esplorare il suo universo a metà tra reale e fantasy, proponendoci una vicenda a cavallo tra Inghilterra e Caraibi. Rispetto al predecessore, di cui imita struttura e moduli narrativi, qui la vicenda è molto più "sopra le righe", la chiave umoristica domina sulla tensione drammatica ed il tutto si risolve senza spreco di eccessivo pathos. Meno avvincente del primo, ma con trovate qua e là irresistibili.



Reperito in un'edicola quasi per puro caso, ho di seguito riletto con piacere Valerio Evangelisti in un'antologia pubblicata dalla nuova collana "Epix" di Mondadori: "Acque Oscure". Una manciata di racconti ed un romanzo breve (quest'ultimo, "Gocce nere", occupa da solo la seconda metà del volume ed era già stato pubblicato in precedenza, ma l'ho riletto volentieri...) per una lettura "da ombrellone". L' Italian Gothic di Evangelisti rimane avvincente, nonostante la cura della plausibilità delle vicende venga volentieri sacrificata alla galoppante fantasia dell'autore. Ma è una scelta che non si rimpiange.





Infine "Guerra agli Umani", di Wu Ming 2, una strampalata vicenda tutta italiana ambientata sull'appennino emiliano tra cantieri della TAV, cacciatori, improbabili ecoterroristi, combattimenti di cani, cinghiali impazziti e molto altro ancora. Di questo romanzo colpisce lo stile di scrittura eccezionalmente sarcastico e tagliente, insieme a diverse chiavi di lettura molto interessanti sull'Italia dei giorni nostri. Forse l'unico, tra tutti quelli menzionati fin qui, che a distanza di anni potrò aver voglia di rileggere.



lunedì, 03 agosto 2009


Come molti dei frequentatori di questo blog già ben sapranno, una delle mie attuali preoccupazioni riguarda il "quando" e il "come" gli effetti dell'esaurimento delle risorse fossili  diverranno evidenti, e come reagirà a questo inevitabile, catastrofico, evento la nostra "civiltà" (ammesso che il termine sia ancora applicabile al delirio odierno). Mi affascina in particolare l'idea di osservare la situazione nel suo compiersi, consapevole del disporre di un punto di vista giocoforza viziato dalla collocazione dell'osservatore, spazialmente e temporalmente all'interno del sistema osservato.


Su questo argomento, tra le ultime cose che ho letto vi è un'analisi del collasso dell'Impero Romano letto attraverso la lente del Rapporto sui limiti dello sviluppo, pubblicato nei primi anni '70. Un lungo documento in formato PDF che è la riduzione di una conferenza tenuta alcune settimane fa dal prof. Ugo Bardi di ASPO-Italia ad un convegno promosso dall'associazione stessa. Bardi sviluppa un ragionamento parallelo tra le vicende dell'impero Romano e gli eventi attuali attraverso un'analisi comparata.

La cosa migliore, per la comprensione delle mie considerazioni, sarebbe leggere prima il ponderoso "paper" di Bardi, ma siccome consta di ben diciassette pagine dovrò tener conto del fatto che molti di voi leggeranno questo post fino alla conclusione prima di, eventualmente, affrontare una tale "impresa". Mi piace pensare che la lettura vi invoglierà a farlo.

La prima parte dell'analisi conferma quanto estremamente difficile sia rendersi conto dei lenti mutamenti epocali vivendoli dall'interno in prima persona. Dalle "Meditazioni" di Marco Aurelio alle fantasiose macchine da guerra di un anonimo funzionario imperiale del IV secolo fino al viaggio verso la Gallia di Rutilio Namaziano, appare evidente come la portata degli eventi in corso, che noi posteri possiamo inquadrare storicamente, sfuggisse ai contemporanei. Non ho alcun dubbio sul fatto che, analogamente, la portata degli avvenimenti in atto in questo momento sfugga anche a noi. Anche a quelli di noi che più si sforzano di comprenderli.

Stabilita l'estrema difficoltà di comprendere dall'interno il fenomeno, Bardi passa ad affrontare l'analisi delle cause del crollo dell'Impero Romano, partendo dal lavoro di Joseph Tainter sul "collasso delle società complesse". Il succo del lavoro di Tainter è che l'aumento di complessità che si rende necessario per gestire una fase di crescita (della ricchezza, della popolazione, del territorio), nel lungo periodo finisce con l'essere uno degli elementi determinanti del collasso, frenando e di fatto impedendo il riallineamento ad uno stato di minor complessità, compatibile con il ridotto livello di disponibilità energetica in cui il crollo del sistema si arresta.

Nel nostro caso abbiamo avuto a disposizione per decenni energia in abbondanza a costi estremamente bassi (il petrolio), ed abbiamo inventato innumerevoli modi per trasformare questa energia in oggetti reali, dando vita ad una sorta di gigantesco "paese dei balocchi" cui tutto l'occidente ha preso parte. Ma una volta che questo surplus energetico verrà a mancare, come tutto lascia supporre ed in parte si sta già verificando, la civiltà che abbiamo strutturato intorno ad esso, al pari dell'Impero Romano, non potrà più autosostentarsi e sarà obbligata a rivedere al ribasso non solo le aspettative dei singoli individui, ma anche, inevitabilmente, il grado di complessità raggiunto.

Uno dei "dettagli" su cui non sono d'accordo con Bardi (e con Tainter, ma probabilmente è solo una questione di definizioni...) è sull'identificare il picco della "civiltà" con quello della "complessità". L'aumento di complessità è una delle risposte che la società mette in atto per far fronte ai problemi generati dalla crescita, ma questo processo non è lineare ed i due termini non sono sinonimi. Il motivo della rapida "escalation" di una civiltà sta nella sua efficienza. Da questo punto di vista dobbiamo ritenere che l'Impero Romano fosse, nella sua prima fase, straordinariamente efficiente nel convertire ricchezza in complessità.

Oltre un certo punto, però, questo meccanismo comincia a perder colpi, presumibilmente nel momento in cui la curva di resa energetica si appiattisce e ci si trova con minor risorse a disposizione. In questa fase la strategia consistente nell'aumentare in complessità inizia a produrre inefficienze, anziché ottimizzazioni. A sostegno di questa tesi potrei portare un altro recente post di Bardi (fonte quasi inesauribile di modelli speculativi) su Scarsità ed ipernormazione.

Il mio parere è che la "complessità" continui a crescere ancora, quando la "civiltà" già declina. Nel dettaglio, per quanto posso osservare, nella nostra cultura il "picco della civiltà" è già stato superato mentre la complessità continua ad aumentare, sempre meno gestibile, ed il declino morale e culturale appare evidente. Quello stesso declino che non solo rende da ultimo impraticabile un ulteriore aumento di complessità, ma ben presto impedisce al sistema di riassestarsi su un qualunque inferiore livello pre-crisi, producendone il collasso.

Collasso, quindi, come conseguenza di una "ricchezza" venuta a mancare e di una complessità divenuta insostenibile ed incapace di ristrutturarsi. Uno dei fattori in gioco è, a mio parere, proprio quella che viene citata all'inizio dell'articolo attribuendola allo storico Gibbon: "la perdita di fibra morale", non già da attribuirsi alla diffusione del cristianesimo quanto come inevitabile sottoprodotto (in negativo) della crescita stessa.

Il processo che ho in mente si muove attraverso una serie di passaggi. In principio la società è organizzata in maniera molto rudimentale, a bassa complessità, e qualcosa le dà un minimo vantaggio strategico sulle culture adiacenti. In questa prima fase la vita è molto dura, ed agisce un efficiente processo di selezione sociale in base alle capacità: tutti sono consapevoli che la sopravvivenza ed il successo della collettività di cui si fa parte dipendono strettamente dal fatto di avere i migliori capi ed i migliori cervelli nelle posizioni chiave della società, e si fanno carico di ricoprire ruoli adeguati alle proprie capacità.

Questa "fase positiva", nel caso di Roma, durò diversi secoli. Un villaggio di combattivi pastori ed agricoltori si trasformò via via in una potenza tecnologica e militare, in grado di conquistare ed asservire prima la penisola italica, poi l'intero bacino del mediterraneo, strutturandosi a livelli di complessità crescenti. Ma giunti a questo punto le condizioni risultano cambiate, ed il meccanismo di "selezione in base alle capacità" perde di efficacia.

Come in un organismo vivente, in cui piccoli errori di trascrizione del DNA causano l'invecchiamento e la morte, così in un sistema ad elevata complessità tante piccole scelte sbagliate producono una marcata perdita di efficienza complessiva ed il conseguente declino. Questo, in buona sostanza, è quello che si può osservare nell'Italia dei giorni nostri, con l'ipernormazione, la burocrazia asfissiante, l'elevato livello di tassazione, la fuga dei cervelli, meccanismi elettivi che collocano persone inadeguate in posizioni chiave, perdita complessiva di consapevolezza nella popolazione, mancato rispetto delle regole, declino etico e morale.

Esiste, perciò, un fattore di "inerzia dei sistemi" tale da produrre inevitabilmente una crisi catastrofica. O, quantomeno, un lento scivolare verso il basso che a posteriori ci farà definire "crisi" l'attimo della presa di coscienza dell'avvenuto cambiamento. E c'è veramente poco da fare per far accettare ad una popolazione l'evidenza di un inevitabile scadimento rispetto agli standard di vita alla quale era stata abituata.

Per questo la parte finale dell'analisi di Bardi, quella che verte sul "che fare", è particolarmente disarmante, e concordo con lui sul fatto che sia virtualmente impossibile evitare l'evoluzione catastrofica degli eventi. La capacità di dare ascolto alle "cassandre" si perde quando la "complessità" cresce al punto da rendere l'intera organizzazione sociale incomprensibile ai più, e solo un enorme surplus energetico, qual'è stato quello degli ultimi cento anni, può consentire la sopravvivenza di un sistema in condizioni tanto critiche.

Cosa questo significherà dovremo scoprirlo sulla nostra pelle, e dubito che ci piacerà prendere atto di non avere più "la terra sotto i piedi".

giovedì, 07 maggio 2009
Saranno anche piccole cose, ma non manco di rimanere colpito quando trovo in giro "tracce del mio passaggio". È una cosa che mi emoziona, ed anche un po' mi imbarazza, come quando si viene presentati a degli sconosciuti per essere "quello che ha fatto la tal cosa" (che in genere pare una roba talmente minima da non sembrare degna di menzione). Stavolta mi sono "ritrovato" citato da Cecilia Gentile, giornalista e scrittrice ("Buongiorno Senegal", Ediciclo editore), che in un suo racconto intitolato "Pag e le pannocchie di Marco P." (sic!) rievoca un episodio risalente ad un lontano viaggio in bici. Parte di questo racconto è stata pubblicata nel Blog dell'editore Ediciclo.

Scrive Cecilia:
"Ricordo il mio primo viaggio a pedali tanti anni fa in Bretagna, Francia. Eravamo in quattro. Avevamo programmato la prima settimana a nord per poi spostarci con il treno a sud, zona più turistica, raccomandata dalla guida. Ad un certo punto Marco P. propose di non prendere il treno, per rimanere ad esplorare la zona in cui già ci trovavamo, e affidarci solo alla bici. Ci fu una votazione. Ricordo che rimasi molto male, io volevo cambiare zona, e persi. “Ma qui ci sono solo pannocchie”, dicevo a Marco P. mentre pedalavo. “Magari potessi pedalare tutti i giorni in mezzo alle pannocchie”, mi rispose Marco P. Ecco, con il tempo, nei miei viaggi in bici, ho imparato a cercare e a trovare le mie pannocchie."

Devo essere onesto, questa frase sulle pannocchie proprio non me la ricordavo. Probabilmente perché mi sembrava, allora, una considerazione talmente ovvia da non meritare chissà quale attenzione. Direi, a posteriori, che in effetti lo era... ma altrettanto sintetizzava con estrema linearità ed efficacia un pensiero, un'idea. Ed è forse proprio questa capacità di sintesi che, sulla distanza, l'ha resa degna di menzione, capace di tratteggiare, nella sua essenzialità, un rudimentale abbozzo di "filosofia di vita".

Un'altra amica, in quegli stessi anni, mi tributava una cosiddetta "eleganza di pensiero", ovvero una capacità di semplificazione che, a suo dire, consentiva di arrivare alle soluzioni dei problemi ragionando "per linee rette" (la retta è, per definizione, la via più breve tra due punti). Non so se sia davvero così, ma mi capita spesso di dover faticare di più a spiegare concetti sostanzialmente semplici che non architetture logiche più complesse ed arzigogolate. Non saprei dire se questo mio "ragionare per linee rette" sia una forma di intelligenza o non, piuttosto, di stupidità. Comprendo facilmente il comportamento degli oggetti, non altrettanto bene le persone. So cosa è giusto per me ma ho grossi problemi a relazionarmi con un mondo di bisogni indotti, di conformismo, di opportunismo acritico come quello che mi circonda. L'uomo giusto al momento sbagliato, o forse solo l'uomo sbagliato, in un momento qualsiasi.

L'alternativa mi suggerisce che il mondo in cui viviamo, la cultura che assorbiamo, la maniera in cui la maggior parte delle persone organizza i propri pensieri è ancora molto lontana da una reale efficienza. La scuola si preoccupa molto più di riempirci la testa di concetti diversi, non di rado fra loro antitetici, che non di insegnarci la maniera di organizzarli. Un tempo lo si definiva col termine dispregiativo di "nozionismo", oggi è una parola che non si sente più. Il dubbio, o meglio, la preoccupazione, è che l'antico "nozionismo" abbia ceduto il passo non già ad una più adeguata forma di insegnamento, ma ad un nozionismo ancora più misero e scadente.

Sere fa mi hanno posto una domanda quantomeno bizzarra. Eravamo nel bel mezzo di una sessione di osservazioni astronomiche e stavo illustrando un po' di "rudimenti" ad una ragazza che si stava avvicinando all'astronomia. Questioni in prevalenza tecniche, finché non mi ha chiesto: "ma c'è una filosofia dietro tutto questo?" Penso di averle dapprima risposto che "filosofia", dal greco "philos sophos" significa "amore per la conoscenza", quindi l'astronomia è necessariamente "filosofia"... ma mi pareva di sfuggire la domanda.

Allora ho reinterpretato la frase in altri termini, immaginando che la questione fosse: "cosa mi dà l'osservazione del cielo". Ho parlato dell'esperienza diretta, non mediata, con l'infinito. Del divenire consapevole, lì ed in quel momento, del mio posto nell'Universo. Del comprendere, lì ed in quel momento, di far parte di una specie che si è elevata dai bisogni materiali per costruire macchine in grado di scrutare nell'immensità del Cosmo. Dell'osservare coi miei occhi e poco altro (lenti, specchi) oggetti antichi di miliardi di anni, posti a distanze incolmabili, inconcepibili.

Ed è, in fondo, la stessa filosofia che mi porta a pedalare in mezzo alle pannocchie, come se fossero una cosa nuova e mai vista. Perché la bellezza non è del mondo, ma del modo in cui lo guardi. La meraviglia non sta in quello che vedi, ma in quello che ti è dato di comprenderne. Non basta avere occhi se non si sa osservare. Non basta essere liberi, se della libertà non si sa che farsene. Non basta avere in dono il pensiero, se non si sa pensare.

Io ho questo modo di ragionare per linee rette. Nella vita di tutti i giorni non aiuta moltissimo, a volte è d'impiccio. Alle volte indica soluzioni che altri faticano a vedere. Ogni tanto, per fortuna, si rende utile.
mercoledì, 15 aprile 2009
A volte devono passare anni perché le curiosità meno pressanti siano appagate. È una cosa che mi appartiene e che rivendico: non ho mai eccessiva fretta di appropriarmi delle cose che "dovrei conoscere". La mia curiosità è sì insaziabile, ma non frenetica. Il motivo di questo approccio alla cultura dipende da una scelta di fondo, che le cose arrivino quando il tempo è maturo. La fruizione consapevole nasce sempre da una necessità, e la necessità ha bisogno di crescere e svilupparsi.

Questo è il motivo che mi ha portato a scoprire Nick Drake con circa vent'anni di ritardo rispetto alla prima volta in cui ne ho sentito parlare (grazie anche  a Giulia, e a TiC che me l'ha segnalata). A posteriori questo fatto assume un senso che non avrei potuto immaginare all'epoca in cui venni a sapere della sua (passata) esistenza, avvenuta leggendo una recensione molto postuma, in coda ad una rivista di musica rock, nella sezione dedicata ai "dischi da recuperare".

La parabola esistenziale ed artistica di Nick Drake si compie nel volgere di una manciata di anni, sul finire dei '60. Tre dischi di non travolgente successo, poi la depressione, infine un suicidio dai contorni indefiniti. Ma a questo tragico epilogo fa seguito una rivalutazione postuma della sua opera. La straordinaria eleganza delle sue composizioni ne fa ben presto un oggetto di culto tra gli appassionati di musica folk, e più in là tra gli appassionati di musica in generale.

Questo è probabilmente il motivo grazie al quale la mia ricerca in rete di materiale che lo riguardasse ha ottenuto da subito una grande quantità di risultati. Solo su YouTube ci sono più di 2.300 "video" a suo nome! Per un artista vissuto in un'epoca in cui non era ancora consuetudine "impacchettare" musica ed immagini è un risultato che desta stupore. La cosa si spiega scorrendone un po', ma lo stupore rimane: molte sono "cover", ovvero canzoni sue suonate da altri (ivi compresi musicisti non professionisti che mettono in rete le proprie esecuzioni), altri spezzoni di documentari, ma la maggior parte sono lavori realizzati dai suoi fans sovrapponendo immagini e filmati a puro titolo di commento "visivo" delle sue canzoni.

Ma veniamo al dunque: che effetto fa "scoprire" Nick Drake così tardi, con gusti musicali ormai definiti e sedimentati, oltretutto con quasi quarant'anni di "evoluzione" (lo so, è un termine improprio...) musicale in mezzo? Beh, bizzarro. È come trovare il tassello mancante di un puzzle, riempe un vuoto. La sua musica è come sospesa al di là e al di fuori del tempo, possiede una freschezza che la rende immediatamente affascinante, anche adesso, a quarant'anni di distanza. Se ne possono leggere in trasparenza le radici, e ciò che ne è seguito.

C'è il jazz, che negli anni '60 si respirava dappertutto, ci sono echi di psichedelia acustica, c'è musica tradizionale inglese, ma il tutto in una rivisitazione molto netta e personale. Viene quasi da pensare che tutto il movimento di "New Age acustica" nato sul finire degli anni '70 (e che ha avuto in William Ackerman e nella sua etichetta Windham Hill Records degli straordinari alfieri) non possa prescindere da certe sue intuizioni sonore. Ma forse sono solo fantasie, probabilmente Nick Drake è stato solo uno straordinario interprete e catalizzatore di sonorità che in quegli anni appartenevano al comune sentire, ed ora sono come perdute.

È un altro segno dei tempi: un artista di adesso non può riprodurre la sensibilità di un musicista "folk" cresciuto negli anni '50 e '60. Non è questione di merito o demerito, semplicemente il materiale sonoro da elaborare è diverso. Non si può più prescindere dal Punk, dal Grunge, dalla NewWave, dalla Disco, dai ritmi semi-industriali della musica House. In tutto questo si è finito col perdere l'abitudine alle sonorità degli strumenti acustici, agli intrecci di chitarre, alla sinuosa vibrazione dei sassofoni. Col perderla noi "pubblico", come pure gli artisti. Si possono coltivare passioni musicali per epoche lontane, ma non sarà mai la stessa cosa che viverci "immersi".

Ogni epoca finisce con l'avere degli straordinari interpreti, quelli e non altri, ed il passare del tempo cristallizza questa unicità, facendo apparire i tentativi successivi di riprodurne le sensazioni unicamente come dei rudimentali plagi. E questo è infine il mio parere ponderato, dopo aver ascoltato negli anni tanta musica, buona e no, e col cuore già pieno di artisti e brani indimenticabili: Nick Drake era davvero un grande. Pur se la sua epoca non lo comprese, ora noi lo adottiamo postumo.

Ascoltarlo è come scoprire qualcosa che ci è sempre mancata, ed ora finalmente ci è data. Ed è forse questa la misura dell'arte: renderci consapevoli di ciò di cui avevamo bisogno, senza che ce ne fossimo mai resi conto prima.