sabato, 07 novembre 2009
And the mercy seat is waiting
And I think my head is burning
And in a way I'm yearning
To be done with all this measuring of truth.
An eye for an eye
A tooth for a tooth
And anyway I told the truth
And I'm not afraid to die.


"E il trono della misericordia attende
E credo che la mia testa bruci
E in qualche modo io sto agognando
Di essere sottoposto a questa prova della verità
Occhio per occhio
Dente per dente
E comunque ho detto la verità
E non ho paura di morire"
Questa settimana è stata terribile. Prima la notizia della morte di Eva, poi l'eco rimbalzante attraverso tutti i social network, le parole di chi la conosceva, le foto di questa ragazza sorridente che ora non c'è più, la mia certezza di averla vista, più volte, in occasione dei picnic del mercoledì, la cappa di angoscia che è scesa su tutti noi.

Quindi il senso di infinita tristezza, e di impotenza, di fronte ad una ennesima "morte annunciata". La consapevolezza che è solo questione di tempo prima che tocchi a qualcun altro. La rabbia infinita di fronte ad istituzioni che fanno sempre meno del minimo indispensabile. L'indifferenza criminale di automobilisti che si preoccupano sempre e solo della propria sicurezza, mai di quella di chi hanno intorno, troppo intenti a nutrire il proprio egoismo.

"La strada è di chi se la prende" recita la
delirante pubblicità di un nuovo SUV, e probabilmente lo stesso si può dire della vita altrui, abbandonata in balia di mostri d'acciaio pesanti tonnellate lanciati a folle ed inutile velocità sulle strade urbane, senza nemmeno la protezione di una riga disegnata a terra. Senza diritti. Senza giustizia. Senza misericordia.

Giovedì sera ho partecipato ad una riunione spontanea, ed eravamo a decine. Tutte le "tribù" del ciclismo urbano, un attimo prima pronte a litigare ed a rinfacciarsi le rispettive ortodossie riunite intorno ad un tavolo dalla morte di una ragazza. Per la prima volta ci si è voluti incontrare di persona, decidere un'azione comune. È stato bellissimo, ma una voce insistente dentro di me si domandava: "Quanto durerà? Quanto tempo passerà prima che si torni a litigare come bambini?"

Venerdì mattina, andando in ufficio, il ritornello ipnotico della canzone di Nick Cave mi rimbombava in testa ossessivo, "an eye for an eye and a tooth for a tooth", "occhio per occhio, dente per dente", l'antichissimo codice di Hamurrabi urlava la sua martellante e seducente litania.

Quante volte si è talmente accecati dalla rabbia da voler fare propria questa legge, da volersi sostituire ad un giudizio, umano o divino, che non avverrà mai, che non sarà mai equo, e volersi fare giustizia da sé?

Venerdì sera abbiamo partecipato in silenzio ad
una fiaccolata spontanea sul luogo del delitto, via dei Fori Imperiali, una via che fa parte dei luoghi simbolo di questa città. Ci è stato impedito di lasciare una bici bianca legata al lampione di fronte al tratto di strada dove la vita di Eva è stata spezzata, ma abbiamo lasciato fiori, e candele, e messaggi.


Quel luogo, da ieri, è diventato per noi ciclisti romani un simbolo di quello che potrebbe succedere a chiunque di noi se non saremo in grado di cambiare le maledette regole del gioco che ci vedono, birilli umani, obbligati a condividere le strade con persone distratte, frettolose, indifferenti ed armate di autoveicoli mortali dalla potente mano delle "leggi di mercato".

Ed allora la rabbia diventa
lucida determinazione, da non sprecare in un atto inconsulto, in una vendetta sommaria. Una fiamma da mantenere accesa e bruciante dentro di sé, in modo che possa guidare le nostre azioni fino ad un obiettivo di civiltà, di sicurezza, di giustizia per tutti.

Per Eva. Per tutti quelli che quotidianamente si spostano in bici. Per i pedoni falciati sugli attraversamenti. Per i portatori di handicap. Per i bambini prigionieri di quest'assurda organizzazione urbana. Ed anche per loro, gli altri, gli adoratori del totem, del vitello d'oro, del "feticcio nerolucido", e che ad esso sacrificano le proprie vite, e quelle altrui, senza neppure rendersene conto.



mercoledì, 04 novembre 2009
Due persone che conoscevo, due ragazze giovani, sono morte nell'arco di una settimana. Di Ely ho scritto nel post precedente a questo. Di Eva hanno scritto altri, che le sono stati più vicini... Un mio amico è in ospedale, in coma farmacologico e prognosi riservata, per un ictus. Un dolore sordo, un senso di inutilità, pervadono ed ottundono ogni cosa.

Scrivere mi aiuta, tuttavia, ragion per cui proverò a rispondere ad una domanda che mi è stata posta diverse volte nel corso degli anni, in molte e varie forme riassumibili in: "come si relaziona con la morte un non credente?" Se, infatti, per il credente la morte non è una fine bensì il passaggio ad una diversa condizione di esistenza, come affronta l'idea della morte un non credente, che non ha questo conforto?

La prima considerazione che mi viene da fare è che la morte, come condizione, non esiste. La morte è l'assenza di vita: la vita esiste, la morte no. È come discutere del vuoto. Il vuoto è assenza, per definizione "non è". Così la morte. Dal momento che ha senso solo discutere di qualcosa che "è", inizierò ragionando della vita.

Definiamo vita, genericamente, una forma estremamente complessa di organizzazione della materia che si verifica in presenza di particolari condizioni ambientali. Sul nostro pianeta la presenza prolungata di temperature comprese tra il punto di congelamento e quello di evaporazione dell'acqua ha consentito, nell'arco di miliardi di anni, la nascita e lo sviluppo di innumerevoli forme di vita di sconcertante complessità.

Una caratteristica delle forme di vita più complesse è la costante trasformazione, sia come specie che come singoli individui siamo alla perenne ricerca della sopravvivenza fino alla riproduzione. Una forma di vita, o una specie, che non sopravviva si estingue, lo stesso dicasi di una che non si riproduca. Questo fa si che le diverse forme di vita siano in perenne competizione per l'alimentazione.

La competizione ha fatto sì che nel corso degli eoni si sviluppasse una varietà di adattamenti in grado di garantire un miglior successo a specie nuove, rispetto alle vecchie. L'adattamento vantaggioso della nostra specie è consistito nello sviluppo di un cervello di grandi dimensioni, in grado di operare sull'ambiente circostante e far fronte a problematiche più complesse di quelle gestibili, con un cervello meno complesso, in base al semplice istinto.

In ultima istanza un grosso cervello ha finito col produrre il pensiero complesso, col suo portato di consapevolezza di sé, delle conseguenze delle proprie azioni, della propria ineluttabile finitezza. La nostra specie ha dovuto elaborare concetti totalmente nuovi come etica, morale, responsabilità.

Vivere in piena consapevolezza un'esistenza felice è un'esperienza fantastica, oltreché la summa di tutte le esperienze che mai potremo sperimentare. Descartes condensò questa idea nel celebre motto "Cogito ergo sum", "Penso, dunque sono": l'assenza di pensiero è perciò assenza di essere, e come tale rifuggita razionalmente, oltreché istintivamente.

Il desiderio di sopravvivere, in sé positivo, ha tuttavia come portato negativo l'angoscia della morte, dell'assenza, il dolore empatico per la perdita di persone care. Questo ha portato la nostra specie, fin dall'antichità, ad elaborare complesse teologie per descrivere mondi ultraterreni in cui il nostro "pensiero" (l'anima, per chi crede, l'attività elettrica dei neuroni, per la scienza) possa trovare ospitalità dopo la morte del corpo fisico, e sperimentare l'immortalità.

E tuttavia l'avvento del pensiero razionale e scientifico ha posto un ulteriore limite a queste elucubrazioni, affermando che esiste solo ciò che è dimostrabile, o meglio fornendoci un apparato concettuale in grado di smontare e ridurre a semplici manifestazioni antropologico-culturali le grandi religioni, e restituendoci intatta la paura della morte. La scienza non si occupa dell'alleviare le sofferenze umane, non è suo compito.

Quindi, non potendo discutere di ciò che non è, ognuno di noi deve fare i conti con ciò che è, ma a questo punto forse varrebbe la pena di comprenderlo meglio. Ognuno/a di noi è un unicum, irripetibile, una creatura che non esisterà mai più. Siamo il prodotto di un miscuglio genetico con miliardi di variabili, e di un contesto familiare e socio culturale anch'esso unico tra miliardi.

Possiamo immaginare milioni di individui, risultanti da diverse combinazioni tra il patrimonio genetico dei nostri genitori, che non sono mai nati. Possiamo immaginare miliardi di miliardi di individui che sarebbero nati se i nostri genitori si fossero uniti con altri partner: sarebbero stati altri, non noi.

Possiamo immaginare il nostro stesso patrimonio genetico, un nostro clone, crescere e vivere una vita diversa, in una famiglia diversa, in una cultura diversa: non saremmo noi, sarebbe qualcun altro/a.

Tuttavia l'Universo non è in grado di ospitare questa infinita diversità, ma solo una unica linea probabilistico-temporale, un unico stato di esistenza a fronte di infiniti stati, potenziali, di non esistenza. Noi ci siamo, gli altri miliardi, che possiamo immaginare, non solo non esistono: non esisteranno mai. Bisogna essere pienamente consapevoli del miracoloso privilegio di vivere anche una sola vita.

E dov'è che inizia, questa vita, e dove finisce? In termini oggettivi la fisica è in grado di definire la direzione di scorrimento del tempo, ma non il "tempo presente". L'idea di "presente" dipende dall'osservatore, ed è puramente soggettiva. Il nostro cervello ha necessariamente la percezione dello scorrere, determinata dalla sua evoluzione nel tempo e scandita dal suo orologio interno, ma il tempo soggettivo personale non è misurabile. Ognuno/a di noi vive nel proprio momento presente, che si sposta nel corso della vita.

Ora io ho quarantacinque anni, posso dire di essere "più vivo" di quanto lo fosse mio padre, a quarantacinque anni, nel 1975? No, evidentemente. Il suo tempo soggettivo, allora, gli faceva percepire il presente in quel momento. Per la fisica l'intero Universo è una bolla di spaziotempo che esiste (forse) all'interno di qualche macrostruttura al momento totalmente incomprensibile, una sorta di orologio che si scarica lentamente, dall'inizio alla fine, e per il quale il tempo è solo un vettore, unidirezionale ma finito.

Da questo punto di vista tutti gli istanti che compongono il "fiume del tempo" sono equivalenti, ed il fatto di vivere un "momento presente" è una pura percezione prospettica, un punto di vista puramente soggettivo. All'interno della "bolla di spaziotempo", separati temporalmente ma del tutto equivalenti, ci siamo noi, i nostri antenati, i nostri pronipoti, e tutte le creature che in questo Universo hanno/hanno avuto/avranno la fortuna di esistere.

E questa è per me l'immortalità: far parte di una realtà che esiste, complessivamente, ed in cui il tempo è pura percezione, la perdita un fatto temporale e soggettivo. Certo, resta il dolore per un'esperienza interrotta, per sogni e desideri destinati a non avverarsi, ma se penso a mio padre, ai miei amici ormai scomparsi, mi basta immaginarli in qualche momento del passato, vivi, felici, pensierosi, in un tempo diverso dal mio ma non per questo meno importante, solo sfalsato.

Non so se qualcuno/a leggerà questo scritto dopo la mia morte. Se capita, per allora non ci sarò più, ma "ci sono" qui ed ora, negli anni della maturità e della responsabilità, lucido, forte e felice di avere una splendida moglie accanto, a condividere con me questa incredibile esperienza che è la vita. E la morte...non esiste davvero. In fondo, a pensarci bene, è solo una sciocca percezione soggettiva.
mercoledì, 21 ottobre 2009

Recentemente, l'avvento di Facebook come strumento per rintracciare vecchie amicizie ha messo in moto processi in precedenza molto ardui da realizzare, primo fra tutti, e diventato già "un classico", le reunion di ex compagni di scuola persi di vista da decenni. Dal momento della mia registrazione al summenzionato social network l'idea di dover reincontrare i miei ex compagni di classe ha rappresentato un inquietante sottofondo a tutte le mie sessioni su FB, finendo col materializzarsi prepotentemente poche settimane fa.

In realtà il primo dei miei dei miei ex colleghi di studi mi aveva contattato già a maggio, e ci eravamo incontrati di persona alla
Ciemmona. Altri erano poi riapparsi, unicamente in forma "virtuale", pian piano nei mesi successivi, fino alla convocazione della "grande cena" in quel di Frascati, dove sorgeva, e sorge tutt'ora, l'I.T.I.S. E. Fermi.

Della mia adolescenza non conservo ricordi entusiasmanti. Ero un ragazzo "strano", perennemente "fuori posto", incapace di adeguarsi alle mode, perso in improbabili letture ed interessi. Abitavo anche molto lontano rispetto ai quartieri di residenza dei miei compagni e non avevo praticamente nemmeno il telefono. Se aggiungiamo a questo che la scuola che avevo scelto, un istituto tecnico con specializzazione in Energia Nucleare, era a frequentazione esclusivamente maschile, e che le mie amicizie al di fuori di esso assommavano nella pratica a zero, avrete un quadro minimo della situazione.

Una volta ottenuto il diploma la perdita dei contatti fu pressoché immediata. È difficile al giorno d'oggi immaginarlo, connessi come siamo da media asincroni e pervasivi come la posta elettronica ed i social network, ma venti e rotti anni fa passare dalle superiori all'università per me significò buttarmi alle spalle amicizie e frequentazioni, e ripartire da zero.

Insomma, trascorrevano i giorni e l'evento incombeva. Le mie due fonti principali di preoccupazione erano da un lato il film di Carlo Verdone "
Compagni di scuola", commedia amarissima di fine anni '80, dall'altro l'involontaria partecipazione alla reunion dei compagni di scuola di una mia ex, avvenuta a metà degli anni '90, se possibile ancora più terribile del film stesso.

"Che senso ha rivedersi dopo ventisei anni?", mi domandavo... "perché dobbiamo confrontare le persone che eravamo con quello che siamo diventati?" Mi aspettavo di leggere sui volti degli altri i segni del tempo, paragonare fallimenti e successi, fare i conti con le proprie e le altrui scelte... una sorta di Giudizio Universale su scala ridotta.

Invece niente di tutto questo. Ci siamo ritrovati in nove ex studenti assieme all'ormai anziano professore di italiano, a cenare in una trattoriola. E pian piano, dietro i corpi appesantiti, i capelli imbiancati o perduti, i vestiti eleganti o informali, sono riemersi uno ad uno i ragazzi con cui ho passato tre anni di scuola, tre anni di vita.

Il tempo, con noi, è stato sorprendentemente clemente. Abbiamo passato la serata rievocando gli anni della scuola, esumandone gli aneddoti più divertenti, inframmezzati da brandelli delle nostre vite, i matrimoni, i divorzi, le carriere lavorative. Abbiamo fatto l'elenco di quelli che mancavano all'appello e qua e là, a tratti, nelle luci basse della locale, poteva quasi sembrare che ventisei anni non fossero passati affatto.

E... no! Se questa è la domanda, non siamo cambiati. La vita ci ha smussati, rifiniti, ha limato le asperità eccessive, ci ha resi più maturi, ma quello che eravamo lo siamo ancora, nel bene e nel male. Ognuno col suo carattere ben definito, ognuno misteriosamente pronto a rientrare nelle dinamiche e nei meccanismi relazionali messi a punto in tre anni di convivenza... una vita fa.

E tra una battuta ed uno scoppio di risa mi sono reso conto che ogni cosa era già allora esattamente così, ed è stato come rivedere un vecchio film e ricordarsi le scene man mano che la vicenda prosegue. Solo per realizzare, tardivamente, quello che l'inesperienza ed il "disagio giovanile" mi avevano sempre impedito di vedere e comprendere: di aver passato quegli anni in compagnia di veramente ottime persone.

Nelle poche battute scambiate con l'anziano ma lucido professore, che si ricordava perfettamente di me, ho ritrovato una forza, una determinazione ed una intransigenza che sicuramente mi appartengono. Non so dire quanto di questo mio atteggiamento fosse già presente, e quanto sia dovuto al suo insegnamento, ma posso affermare con certezza di apprezzare e condividere nel merito e nel metodo quanto ha cercato di trasmetterci.

Alla fine l'ora tarda e gli impegni hanno vinto la nostra voglia di continuare a raccontare. Ci siamo salutati, quindi sono risalito in macchina domandandomi se quello che avevo appena vissuto fosse successo davvero.

E convinto che il passato vive insieme a noi. Che quelle persone le ho avute accanto nei ricordi, nella mia personalità, nelle esperienze vissute e nella fiducia reciproca che ci siamo scambiati allora, per tutta la mia vita fin qui. E a loro
posso rivolgere solo un saluto ed un augurio: "a presto!".

mercoledì, 07 ottobre 2009
Ho concluso da poco la lettura di "Se una notte d'inverno un viaggiatore", di Italo Calvino. Come tutti gli "esercizi di stile", da Queneau in poi, mi restituisce un retrogusto amaro. Il perché è presto detto: nel tentativo di smontare e demistificare gli artifizi narrativi si finisce quasi sempre col delegittimare la "narrazione" stessa, coll'esporne le viscere si ottiene molto spesso di professarne il totale disvalore.

Raccontar storie, e soprattutto farsi raccontar storie, appartiene all'animo umano fin dalla notte dei tempi. La modernità ha portato con sé, oltre alla produzione in serie di oggetti, anche la produzione in serie di storie. La narrazione ha subito una metamorfosi analoga a quella delle catene di montaggio.

Non starò qui a biasimare il processo in sé, ma è evidente che da quando la vendita di libri è divenuta mercato di massa si è verificata una crescita esponenziale del numero di opere prodotte e commercializzate. Parallelamente si è registrato un proliferare di generi e sottogeneri, che spesso si sono codificati in forme standardizzate e ripetitive. Di tutto questo la maggior parte dei lettori è tutt'ora relativamente inconsapevole.

Calvino concepisce quindi un'opera che racconti al lettore di come egli è, e lo disveli succube dalle proprie letture al punto da non essere più in grado di affrontarne l'artificialità. Pone questo immaginario lettore, e noi con lui, di fronte ad una sequenza estenuante di inizi di romanzi, tutti diversi tra loro nella sostanza e nella forma narrativa, ed infierisce inserendo nel flusso degli eventi note esplicative della struttura soggiacente alla narrazione in corso.

Ma questo gioco in cui il lettore viene condotto è un gioco crudele. Il racconto, ridotto ad una serie di ingranaggi sapientemente incastrati tra loro, mostra tutta la sua artificialità allo stesso modo in cui la vicenda del lettore protagonista si avvita in una sequenza di accadimenti improbabili asserviti alla fantasia cervellotica dello scrittore.

Si legge in filigrana, in questo pseudo-romanzo, tutta l'iconoclastia del punk (che, seppur lontano anni luce dall'ambiente letterario, non a caso nasceva negli stessi anni in cui il libro veniva pubblicato): distruggere l'artificialità per ricostruire dalle fondamenta. Fare tabula rasa della cattiva scrittura e smascherare il "mestiere" dei fabbricanti di storie. L'operazione riesce a metà, ovvero nella sola parte relativa alla "distruzione".

Perché quello di Calvino è in realtà un gioco al massacro. È evidente, dopo un po', che nessuno dei romanzi iniziati e non proseguiti ha una trama, una vicenda, un senso da trasmettere, un'idea da comunicare. E ciò che risulta irritante è proprio il fatto che tanto "mestiere", tanta abilità narrativa, vengano messe al servizio di un'opera il cui fine è la propria auto-negazione.

Cosa rimane al lettore di romanzi dopo questa allegra devastazione? Con che spirito affronterà i molti libri ancora da leggere che lo scrutano dagli scaffali? Come potrà più affidarsi liberamente alla fantasia altrui dopo che gli è stato ampiamente dimostrato che, per scrivere in maniera avvincente, l'avere qualcosa da dire è del tutto ininfluente?

Nel mio caso, il primo a farne le spese è uno sconosciuto scrittore inglese, tale Brian M. Stableford, autore di un romanzo tanto pretenzioso nelle intenzioni quanto mediocre nei risultati: "Il giogo del tempo", uscito nel '94 e pubblicato da Urania pochi anni più tardi. Non è narrativa "alta", né ha la pretesa di esserlo, eppure il confronto con la sterminata arte affabulatoria di Calvino praticamente lo annienta.

(com'è che finisco a leggere certa roba? Difficile dirlo. Molti libri di fantascienza sono stati acquistati anni fa, stanno lì ad ingiallire ed ogni tanto ne ripesco uno e lo leggo, anche un po' per ricordarmi com'ero. È un genere che continuo a seguire perché ha rappresentato, ed in qualche modo continua a rappresentare, l'aspirazione dell'uomo al superamento dei propri limiti. Con risultati, va detto, talvolta anche parecchio scadenti...)

Nonostante tutto non credo che rinuncerò tout court alla narrativa "bassa", ma per il momento ho bisogno di "rifarmi la bocca" con qualcosa il più lontano possibile anche solo dall'idea di "prodotto commerciale". Ho quindi rimesso mano a "Moby Dick", la cui lettura avevo sospeso qualche anno addietro, schiacciato dalla sua mole ultradensa.

La scrittura di Melville è talmente straordinaria, anche attraverso la traduzione, che più volte mi sono detto che varrebbe la pena leggerlo in lingua originale. Ma è un'impresa superiore alle mie forze. Per questa volta mi accontenterei anche solo di riuscire a finirlo...
mercoledì, 16 settembre 2009
Dopo il viaggio alle Canarie ed il risveglio dell'antica passione per l'astronomia ho passato la fine di agosto e l'inizio di settembre a combattere con un tarlo che mi rosicchiava in testa. "Ti serve uno strumento più grande", diceva quel tarlo, "devi farti un dobson, è inutile insistere a spremer fuori da un 8" quello che non ti può più dare". Tutto vero, incontestabile, se non che i problemi logistici di gestione di un telescopio più pesante ed ingombrante mi parevano insormontabili.

Dobson, per chi non lo sapesse, è un modello di telescopio di una semplicità disarmante. Negli anni '60, constatato che al crescere del diametro dell'ottica (e del conseguente peso del tubo) le montature equatoriali finivano col costare molto più dell'ottica stessa, John Dobson decise che per osservare le stelle era sufficiente qualcosa che reggesse il tubo e consentisse di puntarlo in giro per il cielo. Niente meccaniche di precisione, niente stazionamenti polari, niente motori di inseguimento: un tubo ottico poggiato su uno scatolone, in grado di ruotare in orizzontale ed in verticale.

In questa maniera diventò possibile abbattere drammaticamente i costi, ridotti a quelli dei soli due specchi (con celle e ragni di supporto) e del fuocheggiatore. Per contro significò rinunciare anche a tante comodità, come ad esempio la compensazione della rotazione terrestre, che fa sì che gli oggetti osservati scivolino lentamente da un lato all'altro del campo inquadrato e dopo poco ne escano fuori. Altra cosa alla quale occorre rinunciare è l'idea di utilizzarlo per farci fotografie del cielo stellato.

Tormentato dal tarlo ho provato a chiedere consigli a chi c'era già passato interpellando il forum degli astrofili italiani, col solo risultato di vedermi piovere fra capo e collo un'offerta di quelle a cui è molto difficile resistere: un 12" usato in ottime condizioni messo in vendita da un astrofilo spinto dall'inquinamento luminoso ad abbandonare l'osservazione visuale per dedicarsi alla fotografia del cielo stellato.

Ci ho ragionato su un paio di giorni, solo per realizzare che era una decisione di fondo già presa. Ho mandato al diavolo i "problemi logistici" e mi sono fatto spedire il "mostro" da Crotone. Giovedì scorso me lo sono andato a prendere alla fermata del pullman, ho chiesto ospitalità ai miei cognati per poter disporre di una terrazza e l'ho tirato su di fronte ai miei nipoti esterrefatti. L'effetto era questo:
 
 
Il "collaudo" (se così si può definire) effettuato sotto un cielo inquinatissimo di classe Bortle 8, mi ha edotto sui principali problemi dello strumento: pesi, ingombri, necessità di un frequente riallineamento delle ottiche, e tuttavia fatto solo vagamente intuire le sue potenzialità osservative. Dovevo assolutamente procurarmi un cielo decente, e contavo di averne l'occasione nel weekend

Nella giornata di sabato ho monitorato fin dalla mattina una situazione meteo decisamente non entusiasmante. L'andirivieni di nuvole, il tempo variabile, le piogge sparse, non sono riusciti a dissuadermi dal desiderio di correre a Campo Felice per mettere alla prova il giocattolo nuovo. L'incertezza climatica ed il brevissimo preavviso mi hanno spinto a rinunciare all'idea di coinvolgere altre persone, e l'unica ad accompagnarmi fin lassù è stata la mia dolce metà, Emanuela, immagino più preoccupata di pensarmi da solo in cima ad una montagna di notte che entusiasta per l'idea di una nottata osservativa (con un telescopio, oltretutto, vissuto più che altro come un nuovo ingombro dentro casa).

La scommessa sulla situazione meteo è stata totale: al momento di caricare lo strumento in macchina i nuvoloni che si andavano addensando sulla città hanno prodotto un acquazzone estivo micidiale, che ha messo a dura prova la fiducia della consorte nelle mie estrapolazioni basate su meteosat e webcam. Tuttavia lungo la strada è apparso evidente che la coltre di nubi non si estendeva alle montagne circostanti. Avevamo tutte le premesse per una soddisfacente serata osservativa.

E lo è stata. Il cielo di Campo Felice ci è apparso in una serata di grazia, anche per merito delle piogge del pomeriggio che hanno ripulito l'aria. Potrei stimarlo di classe Bortle 4, se non fosse che ormai ritengo la scala di Bortle inadeguata per i cieli d'alta quota, dove la maggior trasparenza dell'aria rende alcuni oggetti più evidenti anche in presenza di inquinamento luminoso. Per fare un esempio, allo zenith la Via Lattea nel Cigno era poco dissimile da quella osservata alle Canarie, mentre la situazione peggiorava nettamente per la parte di cielo più prossima all'orizzonte.

Ma l'osservazione al telescopio, quella era decisamente da urlo.

Il passaggio ad uno strumento di diametro superiore è sempre del suo sconvolgente (mi era già successo passando dai 4,5" del vetusto newton Skymaster 114/900 ad un diametro quasi doppio), ma non potevo immaginare l'abisso tra il mio precedente 8", strumento peraltro onestissimo, ed il Lightbridge. Il mio cielo è cambiato, il mio modo di pensarlo è cambiato, le mie aspettative sono cambiate e nulla potrà più essere come prima.

Alcune cose andranno sicuramente messe a registro. Per la prima volta ho sperimentato i problemi della stabilizzazione termica dello specchio (evidenti all'inizio, sulle immagini sfocate, le celle convettive generate dalla superficie ancora calda dello specchio primario), ed anche l'adattamento ad un puntatore Red Dot ("...Chili Peppers", come suggeriva Manu) al posto del classico cercatore non è stato proprio banalissimo: puntare una crocetta rossa tra le stelle e trovarsi gli oggetti nel campo dell'oculare è qualcosa di inaspettato persino per un astrofilo navigato.

In compenso l'accoppiata tra maggior diametro dello strumento e gli oculari a largo campo ha cambiato in maniera irreversibile la mia percezione del cielo, e penso anche quella di Manu, che forse per la prima volta è rimasta davvero affascinata dagli oggetti che stavamo osservando.

La cosa più banale da constatare è stata la differenza in quello che le dicevo lasciandole l'oculare per farla osservare. Con il precedente 8" c'era tutta una serie di istruzioni: "osserva così e cosà, dovresti vedere un oggetto di questo tipo (piccolo, grande, concentrato, diffuso, ecc...)". Ora le dicevo solo: "guarda!", ed era lei a spiegarmi cosa stava vedendo. La differenza è principalmente questa: con un 12" gli oggetti si vedono, non vanno "cercati", non vanno "intravisti", non vanno "immaginati", stanno lì e basta, prepotentemente, al centro dell'oculare.

La carrellata ha viaggiato in fretta sugli oggetti "soliti" del cielo estivo, che ormai "soliti" non erano comunque più, mostrando nuovi dettagli, sfumature, ed un rapporto diverso col fondo stellato. Le nebulose Laguna, Trifida, Omega, la Ring nebula nella Lira, il Wild Duck cluster nello Scudo, la Dumbbell, il sontuoso ammasso globulare M13 in Ercole, la galassia di Andromeda M31 col suo contorno di compagne nane, il Velo nel Cigno, una spolverata di ammassi aperti in Cassiopea, la Whirlpool galaxy M51 purtroppo già bassa sull'orizzonte... e poi, per la prima volta dopo molti anni, è iniziata la caccia a cose mai viste.

Questa è un'altra sostanziale differenza rispetto all'8", non solo gli oggetti "classici" sono molto più dettagliati ed interessanti, ma quelli "minori" cominciano ad avere un loro perché. Le minuscole galassie e nebulose che in uno strumento più piccolo mi sorprendevo anche solo del fatto che "si vedessero" (all'inizio ci si accontenta davvero di poco), ora iniziavano a mostrare forme interessanti. Persino gli ammassi globulari, archiviati fino all'altro ieri come "tutti uguali, solo un po' più grandi o piccoli", e ridotti all'osservazione di M13 che "almeno si vede qualcosa" improvvisamente erano divenuti oggetti affascinanti: più concentrati o più diffusi, nascosti dietro un velo di stelle o sospesi nel vuoto, lontani, vicini... insomma è ripartita l'esplorazione.

Ho quindi aperto sul cofano dell'auto le fotocopie del "Tirion Sky Atlas 2000.0" (n.b.: ho anche l'originale, ma teme l'umidità...) vecchie di oltre vent'anni ed in disuso da più o meno altrettanto tempo. Avevo acquistato le mappe ai tempi lontani del "114/900" per trovare le sfuggenti nebulose usando le stelle di riferimento. Poi, con l'8" ed il computerino per il puntamento assistito avevo preso l'abitudine di portarmi dietro solo degli elenchi (ed in quel modo, ora me ne rendo conto, parte della "magia" era sparita).

Il vecchio atlante, riesumato, ora splendeva di una nuova luce. Ho iniziato a puntare tutti gli oggetti non stellari riportati sulle mappe per la prima volta senza preoccuparmi che fossero troppo deboli per il mio strumento. Ne sono usciti fuori la maggior parte! La quantità di oggetti osservabili è aumentata in maniera esponenziale.


Nebulose planetarie minuscole e brillantissime, ammassi globulari, ammassi aperti, galassie, oggetti che da anni non mi appartenevano più sono riemersi dall'inchiostro delle mappe per mostrarsi come diafani fantasmi galleggianti fra le stelle. Il mio cielo è cambiato, l'antica passione, alimentata dal nuovo strumento, si è riaccesa.

Purtroppo sabato avevamo sottovalutato il freddo montano ed i suoi deleteri effetti. Dopo solo un paio d'ore, passate saltellando da una meraviglia all'altra, un vento gelido e tagliente mal  contrastato da un abbigliamento troppo "ottimista" ha avuto ragione del mio entusiasmo. Quando ho iniziato a battere i denti mi sono dovuto arrendere all'impossibilità di proseguire le osservazioni.

Ma "c'est ne pas qu'un debut...", ora che ho assaporato l'osservazione "deep sky" con uno strumento finalmente adeguato penso che sarà molto difficile tornare indietro, ed almeno un fine settimana al mese finirà piacevolmente sacrificato alla rinata passione. "Dobson rules!"
venerdì, 28 agosto 2009


L'arrivo al Roque de Los Muchachos lascia perplessi e stupefatti. In cima ad un vulcano ormai estinto ed eroso, su strati di roccia lavica porosa, tra arbusti d'alta quota, come impenetrabili vascelli alieni poggiano le cupole metalliche dell'Istituto di Astrofisica delle Canarie.


L'altitudine, il silenzio, le aspre rocce vulcaniche ed i fantascientifici manufatti, l'oceano tutt'intorno ed il cielo azzurro, bloccano la mente in una condizione di totale straniamento. La percezione di qualcosa di bizzarro ed incomprensibile afferra le corde vocali e, senza alcuna necessità, ogni parola prende la forma di un sussurro.

Lo stupore attonito che ci avvolge rimanda alla mente l'immagine dei Moai dell'isola di Pasqua. Figure massicce e totemiche quanto enigmatiche, idoli innalzati a divinità immote ed incomprensibili immersi in un contesto che nella sua immobilità racconta la furia della natura e degli elementi.

A pochi passi dal bordo della caldera la montagna precipita verso il basso, lasciando svettare mastodontici e friabili pinnacoli di roccia vulcanica, giganti di sassi e polvere modellati dall'erosione in strati e strati caratterizzati da diverse sfumature di grigio ed ocra.

Ed il senso religioso del silenzio appare immediatamente tangibile. Quassù, a migliaia di metri sopra l'oceano, l'uomo ha innalzato templi ad una fede di cui non è neppure pienamente consapevole. Cattedrali di vetro ed acciaio consacrate alla conoscenza ultima, alla sfida ai misteri del Cosmo, alla potenza inarrestabile del pensiero creatore.

Nei millenni trascorsi dall'acquisizione di una postura eretta, dalla scoperta del fuoco all'invenzione dell'agricoltura, dalle caverne alla nascita delle prime città, l'uomo ha elevato in mille forme templi votivi a divinità sovrumane, possenti ed incomprensibili, sacrari del Mistero e di una Conoscenza rivelata dall'alto a pochi eletti, luoghi dedicati al Sapere incarnato nelle divinità, menhir, piramidi, ziqqurat, pagode, chiese, totem, obelischi, amuleti.

Finché non si è sentito pronto a prendere tra le proprie mani la fiaccola della conoscenza, a farsi carico in prima persona della definizione di sapere, e del sapere in sé, attraverso il metodo scientifico. Da quel momento ogni nuova costruzione, ogni nuovo artefatto, canta il potere della conoscenza dell'Uomo, racconta il dominio della mente sul mondo materiale, la grandezza della scimmia nuda che ha saputo imprigionare gli elettroni e far disintegrare gli atomi al proprio comando.

Ora questi immensi occhi meccanici scrutano il Cosmo sempre più lontano nello spazio e nel tempo, alla ricerca di un sapere più antico della nostra stessa specie, dell'origine dell'Universo. Sono gli occhi dell'Umanità rivolti verso le stelle, gli sconfinati e vuoti spazi intergalattici, solo per misurare e descrivere la nostra infinita solitudine, la perenne insoddisfazione che ci muove, l'inesausta spinta a protenderci oltre i nostri umani limiti.

Ma questi templi aggrappati alla montagna raccontano anche la nostra incompletezza, la nostra fragilità. Il bisogno d'infinito non è che la proiezione di una finitezza tanto ineluttabile quanto inaccettabile ed inaccettata, la fame di sapere null'altro che un'ammissione di ignoranza, ed il piccolo e fragile Uomo solo una scimmia, nuda e supponente, intenta a lanciare il suo grido di sfida al vuoto cosmico.