Ho letto diversi libri negli ultimi mesi, ma siccome nessuno di essi mi ha "cambiato la vita" non ho sentito la necessità di scriverne in tempo reale. Ora che si sono ammucchiati sul tavolo ne farò un unico breve post.
Cominciamo con Frank Schätzing ed il suo monumentale "Il quinto giorno", un racconto di fantascienza che si inserisce a pieno diritto nel filone catastrofico. Strani eventi cominciano ad accadere sul fondo degli oceani, mettendo a repentaglio il mondo di superficie. È un buon racconto, condito da una notevole competenza sull'argomento "abissi marini", pressoché sconosciuto ai più (sottoscritto compreso) capace di tenere avvinta l'attenzione nonostante la mole. Pecca qua e là di prolissità, e non ho apprezzato l'evoluzione "cinematografica" del finale, col consueto susseguirsi di eventi ultra-spettacolari, che alla fine stancano senza che un singolo fatto davvero memorabile resti impresso.
A seguire ho pescato dalla libreria di mia sorella un romanzo di Valerio Massimo Manfredi, "L'Oracolo". La vicenda è ambientata in Grecia, con un prologo negli anni '70, al tempo della "Dittatura dei Colonnelli", e la vicenda vera e propria a metà degli anni '80. Manfredi è uno storico, e maneggia molto bene la sua materia, suggestioni ellenistiche in primis. Il romanzo è avvincente, più nella prima parte che nel finale, rispetto al quale va dato merito all'autore di non aver inflazionato la successione degli eventi con troppi colpi di scena.
Ho quindi affrontato la lettura dei "I ragazzi di Anansi", di Neil Gaiman, di cui avevo particolarmente apprezzato "American Gods". Gaiman continua ad esplorare il suo universo a metà tra reale e fantasy, proponendoci una vicenda a cavallo tra Inghilterra e Caraibi. Rispetto al predecessore, di cui imita struttura e moduli narrativi, qui la vicenda è molto più "sopra le righe", la chiave umoristica domina sulla tensione drammatica ed il tutto si risolve senza spreco di eccessivo pathos. Meno avvincente del primo, ma con trovate qua e là irresistibili.
Reperito in un'edicola quasi per puro caso, ho di seguito riletto con piacere Valerio Evangelisti in un'antologia pubblicata dalla nuova collana "Epix" di Mondadori: "Acque Oscure". Una manciata di racconti ed un romanzo breve (quest'ultimo, "Gocce nere", occupa da solo la seconda metà del volume ed era già stato pubblicato in precedenza, ma l'ho riletto volentieri...) per una lettura "da ombrellone". L' Italian Gothic di Evangelisti rimane avvincente, nonostante la cura della plausibilità delle vicende venga volentieri sacrificata alla galoppante fantasia dell'autore. Ma è una scelta che non si rimpiange.
Infine "Guerra agli Umani", di Wu Ming 2, una strampalata vicenda tutta italiana ambientata sull'appennino emiliano tra cantieri della TAV, cacciatori, improbabili ecoterroristi, combattimenti di cani, cinghiali impazziti e molto altro ancora. Di questo romanzo colpisce lo stile di scrittura eccezionalmente sarcastico e tagliente, insieme a diverse chiavi di lettura molto interessanti sull'Italia dei giorni nostri. Forse l'unico, tra tutti quelli menzionati fin qui, che a distanza di anni potrò aver voglia di rileggere.
Visto che impiego una quota marginale ma significativa del mio tempo a leggere narrativa, prevalentemente fantascientifica, ed una parte ancor più significativa a scrivere sul web, accade sempre più spesso che mi vengano sottoposti lavori letterari per riaverne un "parere competente". L'ultimo in ordine di tempo è un imponente romanzo di fantascienza, opera di un amico di vecchia data, del quale ho potuto leggere due sinossi ed alcuni capitoli sparsi. Il parere richiesto verteva sull'attendibilità scientifica dei fatti narrati.
Questo mi ha portato a ragionare sull'effettiva attendibilità, o esigenza di attendibilità della fantascienza attualmente in circolazione. Non è una novità, ho già affrontato altre volte il tema del precoce "invecchiamento" di questo genere narrativo, ma stavolta la conclusione a cui sono giunto ha stupito anche me. Nella pratica quello che abitualmente chiamiamo "fantascienza" semplicemente non lo è, e quella che si poteva definire tale è di fatto pressoché estinta.
Penso di non poter portare avanti quest'analisi senza partire con un po' di paletti, dunque: cos'è la fantascienza, come nasce, come si evolve? La fantascienza (dall'inglese "science fiction") nasce agli inizi del secolo scorso quando la narrativa d'intrattenimento ("fiction") inizia a sfruttare le enormi promesse derivanti dalle incalzanti scoperte scientifiche dell'epoca per speculare sul futuro. Qualcuno, qui in Italia, coniò il termine più calzante di "narrativa d'anticipazione".
Erano anni in cui le scoperte in ambito scientifico si susseguivano una dopo l'altra, demolendo credenze ed abitudini consolidate. Nel giro di pochi anni erano apparsi il cinema, le automobili, gli aeroplani, i raggi X, le trasmissioni radio, i grattacieli, i sommergibili. Non c'era ambito dell'attività umana che non subisse trasformazioni epocali, e pareva davvero che la conquista dello spazio sarebbe avvenuta a breve. Questo determinava tra la gente curiosità, entusiasmi, e la nascita di nuove paure e preoccupazioni (armi prima inimmaginabili, mostruosità, invasioni aliene), che la narrativa popolare si occupò di provare ad elaborare.
La fantascienza nacque perciò come evoluzione della narrativa fantastica in chiave scientifica, provvedendo a "vestire" di verosimiglianza vicende che nei secoli precedenti avevano vissuto di magia e della scarsa conoscenza del mondo. Pur senza mai scalzare del tutto il racconto fantastico "classico" (che di lì a poco sarebbe stato ribattezzato "fantasy"), galeoni e caravelle si trasformarono in astronavi, maghi e stregoni in scienziati buoni o malvagi, i sortilegi divennero "raggi della morte", teletrasporto, superpoteri ed altre meraviglie plausibili (o quasi) sul piano scientifico.
All'inizio il rapporto parve idilliaco, ed infatti si parla ancora di "anni d'oro" della fantascienza per intendere il periodo a cavallo degli anni '30-'40, poi ci furono la seconda guerra mondiale, la bomba atomica, la guerra fredda e le sue ricadute sull'immaginario collettivo, prima fra tutte la psicosi degli "U.F.O.". La fantascienza in quel periodo approdò al cinema come "format" d'intrattenimento, conquistando terreno di pari passo col progredire degli "effetti speciali", e guadagnandosi uno spazio di primo piano presso il grande pubblico.
Nel frattempo, tuttavia, il rapporto con la scienza stava mutando. Nel corso degli anni le strabilianti promesse su cui si era tanto fantasticato non erano state mantenute. La conoscenza scientifica cominciava a mostrare il rovescio della medaglia. L'energia nucleare era stata sì imbrigliata, ma a prezzo della produzione di scorie radioattive pressoché impossibili da smaltire in sicurezza. L'uomo aveva finalmente camminato sulla Luna, ma con costi e difficoltà terrificanti ed all'epoca ancora non ben compresi. L'umanità continuava a farsi guerre una dopo l'altra.
Di più, quasi paradossalmente i margini immaginativi aperti dalle scoperte scientifiche ad inizio secolo si andavano progressivamente richiudendo. L'astronomia aveva donato all'umanità la visione di un universo popolato da miliardi di pianeti, ma la teoria della relatività di Einstein dimostrava l'impossibilità pratica di raggiungerli. Eravamo (siamo) prigionieri di un singolo mondo, dalle risorse limitate ed in via di esaurimento, niente astronavi, niente conquista delle stelle, niente contatti con altre civiltà, piuttosto un futuro prevedibile di declino industriale e sociale, carestie, guerre.
Sul finire degli anni '60, per il filone della "verosimiglianza", fiorì la cosiddetta "scuola catastrofista" inglese, il cui esponente più noto è probabilmente J. G. Ballard, cui dobbiamo alcuni dei più convincenti incubi sul futuro che ci attende. Fiorì la "fantascienza sociologica" ma, per contro, furono anche gli anni della saga televisiva di Star Trek che, in barba alla verosimiglianza scientifica, faceva viaggiare per il cosmo astronavi immense spinte da motori "a curvatura", alimentati da "cristalli di dilitio".
Il punto è che il bisogno di sognare è connaturato alla nostra specie, e prevale sugli obblighi e le ristrettezze del mondo reale, per non dire che ne è da essi alimentato. Se la scienza ci dice che una cosa "allo stato attuale delle conoscenze" non è realizzabile, non è un problema, si "immagina" una condizione futura in cui sia realizzabile.
Se non è possibile viaggiare nello spazio a velocità uguale o superiore a quella della luce (quattro anni e mezzo di viaggio per raggiungere la stella più vicina, e una quantità di energia da impiegare che si approssima asintoticamente all'infinito), la cosa si risolve "curvando lo spazio". Qualsiasi fisico sogghignerà ed affermerà che "non si può fare" (tranne, forse, Stephen Hawking), ma non è un problema che riguardi lo scrittore o il lettore.
Di fatto, una volta circumnavigato, mappato ed analizzato ogni singolo metro quadro del pianeta si è di fatto impediti dal narrare racconti di viaggi avventurosi ed incontri con creature fantastiche, com'era consuetudine fino ad un paio di secoli fa, ma i limiti raggiunti dell'esperienza umana non possono impedire che la fantasia si liberi a briglie sciolte, come faceva prima che questi limiti fossero noti.
La moderna "space opera" non fa che riscoprire il senso di fantastico che stava alla base dell'immaginifico viaggio di Ulisse nell'Odissea di Omero, i moderni alieni sono figli del ciclope Polifemo, delle sirene, del Minotauro. La fantasia continua a galoppare lontano dai territori del reale, e spesso incurante di questi, per raccontare la natura umana in chiave di metafora.
Ma questo pone una questione importante: fino a che punto ci si può spingere senza tradire la vocazione del genere di narrare vicende coerenti con le conoscenze scientifiche dell'epoca? Il viaggio di Ulisse descritto da Dante nel ventiseiesimo canto dell'Inferno è, a tutti gli effetti, narrativa fantascientifica, perché basata sulle conoscenze astronomiche dell'epoca. Il "Frankenstein" di Mary Shelley è anch'esso "narrativa di anticipazione", perché scritto in un'epoca in cui resuscitare i cadaveri con l'elettricità appariva plausibile.
Au contraire, Superman non è tecnicamente fantascienza, in quanto i suoi "super-poteri" non hanno una spiegazione scientifica, anzi sono decisamente implausibili, ma servono unicamente a far galoppare il nostro senso del fantastico. In realtà quello dei super-eroi è un po' un capitolo a sé stante, in cui l'irruzione di "novità scientifiche", verosimili o meno, non viene messa a disposizione dell'umanità (come nella narrativa fantascientifica, per studiarne gli effetti, sulla società) ma resa disponibile a singoli individui per inscenare relazioni meramente conflittuali.
Un ulteriore colpo di grazia alla verosimiglianza degli impianti fantascientifici è venuto dal cinema, che di recente prova addirittura a riscrivere la realtà con le nuove tecnologie di animazione virtuale. Nei decenni scorsi si è assistito ad un susseguirsi di innovazioni sceniche che hanno trovato immediata applicazione ai film in commercio. Ad oggi gli effetti speciali vengono perfino prima delle trame: se c'è l'effetto adatto il film si può realizzare, altrimenti si aspetta.
Il risultato sono pellicole come il "Godzilla", di Roland Emmerich, la cui trama si potrebbe riassumere in: "un lucertolone gigante scorrazza per New York abbattendo grattacieli e violando tutte le leggi della fisica e della biologia". Una creatura vivente, anche ammesso che riesca a crescere a quelle dimensioni, non potrebbe nemmeno uscire dall'acqua, figuriamoci camminare o mettersi a correre... (per ulteriori approfondimenti vi rimando ad un divertentissimo ed ormai celeberrimo articolo disponibile in rete: "The biology of B-movie monsters" di Michael C. LaBarbera) eppure, nella grossolana percezione del pubblico, anche quello è "fantascienza".
Arrivati a questo punto non si può che convenire sul fatto che la stragrande maggioranza di quello che viene definito narrativa fantascientifica andrebbe più pragmaticamente classificato come "fantasy pseudoscientifica", appellandosi non tanto ad una dimostrata verosimiglianza con le conoscenze attuali, quanto ad una pretesa "non inverosimiglianza" con quanto si sa.
Arthur Clarke ebbe a dire che "ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia", e su questo si può convenire, ma non vale la tesi opposta, ovvero che "ogni forma immaginabile di magia possa verosimilmente essere riprodotta con una tecnologia sufficientemente avanzata", che, all'apparenza, è esattamente quanto sembrano ritenere la maggior parte degli scrittori e sceneggiatori odierni in ambito fantascientifico.
Tradimento del genere o necessario adattamento per non soccombere? Non saprei dirlo. Resta il fatto che la fantascienza del terzo millennio ha cessato di credere nelle potenzialità speculative della mente umana sul proprio futuro e sulle questioni etiche e morali prodotte dall'innovazione scientifica, rifugiandosi in un empireo di fantasie rutilanti quanto gratuite ed inverosimili. E questo, duole dirlo, suona un po' come una resa.
Dopo un periodo non felice per le mie frequentazioni di narrativa fantascientifica (recente la delusione di un maestro come Silverberg, col mediocre "L'arca delle stelle"), questo "La fortezza dei cosmonauti" di Ken MacLeod mi ha piacevolmente riconciliato col genere.
Niente di che gridare al miracolo, si intende, ma comunque una bella storia, compatta, essenziale, con personaggi accattivanti e situazioni non platealmente implausibili. Privo, soprattutto, delle scivolate "pseudo cinematografiche" che purtroppo abbondano nella narrativa contemporanea, e non solo quella fantascientifica.
La "scuola scozzese", che ha in Iain M. Banks un formidabile capostipite, pare voler riservare ancora diverse sorprese, e McLeod è una di queste. In particolare stupisce positivamente lo schieramento nettamente "a sinistra" di questo autore, e la civiltà equa, solidale ed ambientalista dei suoi "sauri sapiens".
Ma, per un buon romanzo che arriva in edicola, c'è il pianto totale degli scaffali delle librerie. Proprio sabato ho avuto l'occasione di fare un salto in centro, in una delle più grosse e fornite rivendite di libri di Roma, solo per constatare l'avanzato stato di sofferenza del "genere".
Strano destino quello della fantascienza: platealmente "mainstream" come formato d'intrattenimento per cinema e televisione, ed al contrario snobbato e ghettizzato come genere letterario, al punto che non ci sono editori che investano su una sua permanenza negli scaffali. Si preferisce invece pubblicare un periodico da edicola, le cui copie in eccesso finiscono al macero e spariscono dalla circolazione.
Mi sono già interrogato in passato sui possibili perché, e continuo a farlo. Per molti versi il futuro è già qui: negli anni '60 si leggevano racconti sui computers, oggi che i computers li abbiamo in casa evidentemente preferiamo usarli al leggerli nei racconti. Il futuro tecnologico è ormai talmente entrato nel presente che la narrativa "avveniristica" fatica ad essere più sorprendente della realtà.
Ma il futuro sociale ha invece subito un destino opposto. Il ventesimo secolo è stato un periodo di grandi slanci utopici, se vogliamo anche disastrosi nei loro effetti pratici, ma si è concluso con un madornale appiattimento su un'unica ideologia, quella del "mercato", e per anni si è avuta la sensazione della "fine del tempo", tanto che ci siamo disabituati anche solo a prendere in considerazione la possibilità di radicali mutamenti nelle nostre strutture politiche e sociali.
Ma ora il cambiamento bussa alle porte, sotto forma di una crisi economica ed ambientale segnata dall'orizzonte del progressivo esaurimento delle risorse, dalla forzata contrazione dei consumi, dallo scontro di ideologie religiose, economiche e sociali, e non solo non c'è più un genere letterario in grado di aiutarci ad elaborare il cambiamento, ma neppure un interesse diffuso nella comprensione del cambiamento stesso.
I "sauri ambientalisti" di MacLeod potrebbero, nel loro piccolo, contribuire a mostrarci nuovi modi di organizzare le nostre società, o quantomeno fornire delle chiavi di lettura alternative al pensiero dominante, ma ecco, sono già spariti dalle edicole, e difficilmente li ritroveremo nelle librerie.
Mentre la narrativa "classica" funziona perfettamente per leggere il presente ed il passato, la fantascienza è l'unico genere letterario in grado di produrre un sano esercizio immaginativo, di farci fare viaggi estremi con la fantasia pur restando svegli e vigili. A differenza del "fantasy" non ci chiede di credere in situazioni razionalmente inverosimili, ma si sforza invece di proiettare quello che sappiamo un passo più in là di dove siamo ora, di immaginare un futuro.
È questo che non siamo più in grado, non dico di fare, ma nemmeno di desiderare? Siamo a tal punto appiattiti sul presente? Abbiamo così tanta paura di quello che potrebbe succederci? Abbiamo deciso perfino di smettere di desiderare qualcosa di diverso?
Fino a poco tempo fa il termine "reboot" serviva a definire un'unica operazione: il riavvio di un computer da zero, ovvero l'operazione equivalente al riaccenderlo dopo uno spegnimento. Da qualche mese a questa parte l'industria dell'intrattenimento ha prodotto una nuova accezione del termine, che ora sta a significare il riavvio "da zero" di un personaggio, o di un'intera serie.
È quello che è successo a distanza di anni con le diverse incarnazioni filmiche di Batman, ed in maniera ancor più plateale con Hulk, alla cui prima trasposizione cinematografica nel 2003 ha fatto seguito non già un "sequel", come tutti si aspettavano, ma un nuovo film con attori diversi, che ha fatto in pratica "tabula rasa" del precedente. Reboot.
Il prossimo reboot "eccellente" è quello di Star Trek, stranota serie televisiva degli anni '60, rinata negli anni '80 con la serie sequel "The Next Generation" e proseguita con attori diversi, astronavi diverse, location diverse ma sempre nella stessa "continuity" fino al volgere del millennio. L'ultimo tentativo di rivitalizzare l'universo "Trek" è stato fatto con "Enterprise", un "prequel" ambientato temporalmente prima della "serie classica" di Kirk, Spock e compagnia.
Spremere a questa maniera un filone per centinaia di puntate, sfruttando ogni possibile trama sviluppabile (il concetto di "continuity" pretende che le nuove vicende non contraddicano le precedenti, il che pone vincoli via via crescenti agli sceneggiatori) significa, letteralmente, esaurirne ogni possibile evoluzione. La "corazzata StarTrek" si è così mestamente arenata, gli ascolti sono calati e tutte le serie "figlie" sono state chiuse.
Ma una buona "macchina da incassi" non si rottama così facilmente: il pubblico pagante ci sarebbe ancora, quindi che si fa? Un bel "reboot". Tabula rasa di quello che è successo fin qui, si tengono i personaggi e le situazioni a cui il pubblico è affezionato, si attualizzano alle possibilità dei giorni nostri (nuovi attori, nuovi effetti speciali, nuove tecniche di regia) e si scrive una nuova storia.
Non solo. A tutto questo si aggiunga una campagna pubblicitaria "sotterranea", ad uso e consumo dei numerosissimi "fan", fatta di mezze dichiarazioni, foto "rubate dal set", spezzoni delle riprese ed informazioni disparate che circolano in rete dall'inizio della lavorazione del film. Tutto per creare attesa.
L'ultima di queste "indiscrezioni accuratamente pianificate a tavolino" è il rilascio di un trailer "provvisorio" (peraltro decisamente, se non esageratamente, spettacolare), che vi invito a visionare prima di proseguire oltre.
Visto? Bella "carrellata di stereotipi", non vi pare? Ad una velocità da "percezione subliminale" sfilano in ordine sparso: corse in auto, ribellismo giovanile, deserto, motociclette, astronavi, mostri alieni, battaglie spaziali, nemici brutti sporchi e cattivi, sesso, violenza, eroismo e via discorrendo. Esattamente quello che ci si aspetta da una megaproduzione hollywoodiana.
Il fatto è che basta cambiare i costumi, e le scene potrebbero appartenere benissimo ad un qualunque altro film d'avventura. Le esplosioni sulle astronavi sono identiche alle cannonate sui galeoni. Le scazzottate acrobatiche indistinguibili dai duelli alla sciabola. I "cattivi" identicamente brutti, sporchi e sgradevoli: il "male" più piatto ed implausibile, senza sfumature.
Ma, peggio ancora, tutto il progetto nasce alla luce di un ossimoro letale: il futuro che sorge dal passato. Parliamo di un film avveniristico basato su idee, personaggi, situazioni e stereotipi culturali vecchi ormai di quasi cinquant'anni. Il futuro di due generazioni fa. Il futuro di mio padre, accidenti!
La cosa peggiore è che basta guardarsi intorno per rendersi conto che non si tratta di un caso isolato. Molti degli ultimi film "di cassetta" sono state le trasposizioni cinematografiche dei supereroi Marvel: L'Uomo Ragno, i Fantastici Quattro, Iron Man, l'incredibile Hulk. Personaggi che stanno in giro da un bel po', giusto? Esatto: dagli anni '60.
La riedizione di "Io sono leggenda" (1964) è stata un successo d'incassi. A dicembre uscirà il remake di "Ultimatum alla terra" (1951). Pochi anni fa hanno provato a resuscitare addirittura "La Guerra dei Mondi" (1953, ma il romanzo è del 1898!), di H. G Wells. Cosa avranno in mente per i prossimi anni? Rifaranno "Plan 9 from Outer Space" di Ed Wood in computer grafica?
Possibile che il nostro immaginario fantascientifico sia ancora fermo agli anni '60? Che dobbiamo rimasticare fino allo sfinimento sempre gli stessi archetipi? No, affatto. Esistono letteralmente decine, se non centinaia, di ottime storie di fantascienza che aspettano soltanto che Hollywood si degni di trasferirle sullo schermo. Qual'è il problema? Il rischio?
Probabilmente è più rischioso tentare strade nuove che continuare ad investire su uno "zoccolo duro" di appassionati che in passato si sono andati a vedere anche le schifezze, pur di poter dire: "io l'ho visto e posso, con cognizione di causa, parlarne male". Se il film è brutto si riduce comunque il rischio di non rientrare nemmeno dei costi di produzione.
Io ci leggo un segnale importante del declino culturale in cui versa la nostra epoca. L'incapacità di sognare al pari della paura di rischiare. L'avventura, perfino quella virtuale, rinchiusa in un contenitore di confortanti certezze. Eh, già, perché non ci vuole molto ad immaginare il finale di questo nuovo "Star Trek". Sarà qualcosa di molto prossimo a: "...E Vissero Tutti Felici e Contenti".
Da un po' di tempo in qua mi trovo in difficoltà ad affrontare ulteriori romanzi di Philip K. Dick e la cosa, ne sono consapevole, discende dal fatto che ne ho letti ormai tantissimi, forse troppi. Procedendo mi rendo conto che non sto valutando un romanzo a sé stante, ma lo stesso in relazione alla complessità del lavoro di una vita intera. Il rischio, o meglio la certezza, è di non aver più un approccio neutro alle singole opere.
Questa premessa è necessaria prima che inizi ad enumerare i molti difetti di questo romanzo: non sono neutrale. Il mio giudizio è mediato dall'aver letto ed assimilato letteralmente decine di altri lavori di Dick, e sarebbe senza dubbio diverso se avessi letto solo questo. Probabilmente, immagino, ne sarei poco meno che entusiasta.
Invece non lo sono affatto, in primis per l'implausibilità della vicenda stessa. Questionare di "implausibilità" trattando di narrativa fantastica può apparire inutile o superfluo, ma non lo è nel merito di un genere preciso, denominato "fantascienza". La fantascienza nacque come narrativa speculativa sulle possibilità aperte dalle nuove scoperte scientifiche, e si propose di offrire una base di verosimiglianza a quanto narrato.
È pur vero che questo assunto spesso non viene rispettato, a maggior ragione dall'avvento degli effetti speciali nella cinematografia, che spesso sacrificano la verosimiglianza delle situazioni alla facile spettacolarità. Ma il caso di "In senso inverso" è ancora differente, e per comprenderlo bisogna scavare nella storia personale dell'autore.
Il principale dramma di Philip K. Dick fu il non riuscire ad affermarsi come scrittore "mainstream". Riuscì invece, non senza qualche difficoltà, a sfruttare la sua incredibile immaginazione per diventare uno scrittore professionista di fantascienza. Ma non era quello che desiderava.
La sua narrativa muove da un periodo iniziale, caratterizzato da trame coerentemente fantascientifiche e personaggi grossolanamente abbozzati, per approdare, nella piena maturità, ad una narrativa "psicologica", incentrata sulle emozioni e le reazioni umane dei personaggi protagonisti, che si muovono all'interno di uno "scenario" di situazioni surreali.
Nel periodo maturo di Dick l'impalcatura di vicende "fantastiche" funziona da contenitore, ed è quasi sempre funzionale allo sviluppo di situazioni narrative in cui l'interesse prevalente sta nell'evoluzione psicologica dei personaggi.
Questo processo di transizione si compie tra la metà dei '60 e l'inizio dei '70. In questi anni gli interessi di Dick virano verso la religione, la teologia, la natura ed interpretazione della realtà. È anche un momento di crisi personale, dopo il periodo di lavoro "forsennato" che, tra il '60 e il '64, lo portò a pubblicare una media di quattro romanzi e diverse decine di racconti l'anno. Poi il matrimonio in crisi, l'uso di droghe, la paranoia ed altre complicazioni personali.
È in questo periodo turbolento e tormentato che Philip Dick inizia staccarsi con decisione dai canoni classici della fantascienza, che evidentemente gli vanno stretti, e concepisce questa storia "fanta-religiosa" ambientata a pochi decenni di distanza dall'anno in cui fu scritta.
I personaggi agiscono in un mondo capovolto, in cui una non meglio spiegata alterazione delle leggi fisiche (la "fase Hobart") fa sì che la vita delle persone scorra all'inverso: i corpi già morti si ricompongono nelle tombe, tornano alla vita e la ripercorrono, metabolicamente, all'indietro, fino al grembo materno.
In questo "tempo rovesciato", però, le persone continuano a muoversi ed agire con la stessa logica del nostro "tempo lineare", devono lavorare per guadagnarsi la giornata, comportarsi in funzione di quello che accade loro intorno, pensare agli affari e a fronteggiare le situazioni impreviste.
Tutto questo genera un quadro di totale assurdità, che evidentemente non preoccupa l'autore quanto il rappresentare le vicissitudini del protagonista, alle prese con situazioni non chiare e quindi relativamente ingestibili, con conseguenti decisioni, ripensamenti, pentimenti e cambiamenti continui di scenario.
Ma stavolta, a differenza di molti altri romanzi in cui le "licenze logiche" sono colmabili ed al limite ignorabili, il gioco non funziona come dovrebbe. Troppo inverosimile l'idea iniziale, troppo privi di senso i dettagli (le sigarette "ricostruite" soffiandoci dentro il fumo, il cibo rigettato anziché mangiato...) troppo il fastidio per una situazione complessiva inaccettabile a fronte di qualsiasi analisi minimamente logica.
Un conto è accettare come possibile una tecnologia ancora non realizzata, un altro accettare come possibile una situazione che cozza contro tutte le leggi fisiche, in primis il principio di causa-effetto. Questa volta Dick fa il passo più lungo della gamba, e rovina tutto.
Peccato, perché per il resto i personaggi funzionano, e gli sviluppi della vicenda, per quanto inverosimili, non mancano di colpire l'immaginazione. Ma non basta. La storia non sta in piedi, ed alla fine quello che rimane è solo il fascino di un esercizio di abile arte narrativa, completamente campato per aria.
Quando ho visto questo volume in edicola non ci ho pensato su due volte ad acquistarlo: Sheckley è stato uno dei miei "maestri", per la sua ironia dissacrante ed il gusto del paradosso. Purtroppo questi racconti, scritti negli ultimi anni della sua vita (conclusasi nel 2005) non sono all'altezza della sua passata produzione.
A dirla tutta, fino alle ultime pagine pensavo di intitolare questo post "letteratura inutile", e disquisire sulla tristezza di leggere un grande autore ormai giunto al capolinea artistico. Ancora in grado di scrivere in maniera intrigante (la lettura non annoia mai) ma perso nell'inutile e vano esercizio iconoclasta di triturare e seppellire i luoghi comuni della narrativa popolare.
Leggere le totalmente improbabili vicende di Tom Carmody avendo in mente, ad esempio, "I testimoni di Joenes", dà l'esatta misura della distanza tra forma e sostanza. In "Joenes" la satira graffiante aveva bersagli reali, che trasparivano dalla scrittura immaginifica. In quest'ultimo "Carmody", e nei racconti seguenti, resta ormai solo il gioco, la burla, il nonsense.
Ma proprio verso la fine del volume, dopo il già menzionato romanzo iniziale ed una sequenza di racconti tutto sommato inutili, arriva una piccola perla di pochissime pagine, un raccontino minuscolo ma a suo modo straordinario:"Giro turistico del 2179".
L'autore immagina un anziano del prossimo futuro che decide, prima di morire, di fare un ultimo viaggio e rivedere Venezia, di cui serba uno splendido ricordo dovuto ad una vacanza fatta in gioventù. Arriva, ma si rende anche conto che quello che cercava, il ricordo della sua gioventù, stride con il suo corpo invecchiato ed i suoi sensi ormai attutiti.
Quindi, pur consapevole dei rischi a cui va incontro, decide di "forzare" il proprio metabolismo e le proprie percezioni (cosa che l'autore immagina fattibile nella sua epoca futura, ed è questo l'unico elemento fantascientifico della storia) per riprovare, per l'ultima volta, quella sensazione di essere "come un Dio in terra, lucido, forte, quasi onnipotente", propria della giovinezza.
L'anziano personaggio si rende conto che il suo organismo è ormai troppo fragile per sostenere uno sforzo di questo tipo, ma troppo grande è la seduzione di sentirsi di nuovo giovane. Perciò ignora scientemente i segnali di cedimento del suo debole corpo, pur di continuare a vivere fino in fondo questo ultimo "sogno", finché non si accascia e muore.
Sheckley, come il suo personaggio, ci lascia per sempre con una metafora potente e drammatica su ciò che siamo, e ciò che diventeremo. Narra, in pochissime pagine, dell'incredibile dono della giovinezza, e parimenti dell'incapacità di comprenderlo appieno finché non lo si sarà perso, come pure dell'ineluttabilità di questa perdita.
Dopo aver scherzato e ragionato per tutta la vita sul vuoto di senso dell'esistere, sembra quasi che Sheckley, nei suoi ultimi anni, come il protagonista moribondo di una vecchia canzone di Roberto Vecchioni: "Vide che sulla luna gli sfuggiva la sua vita e se ne innamorò". E ne scrisse, lasciandoci un monito indelebile.