sabato, 07 novembre 2009
And the mercy seat is waiting
And I think my head is burning
And in a way I'm yearning
To be done with all this measuring of truth.
An eye for an eye
A tooth for a tooth
And anyway I told the truth
And I'm not afraid to die.


"E il trono della misericordia attende
E credo che la mia testa bruci
E in qualche modo io sto agognando
Di essere sottoposto a questa prova della verità
Occhio per occhio
Dente per dente
E comunque ho detto la verità
E non ho paura di morire"
Questa settimana è stata terribile. Prima la notizia della morte di Eva, poi l'eco rimbalzante attraverso tutti i social network, le parole di chi la conosceva, le foto di questa ragazza sorridente che ora non c'è più, la mia certezza di averla vista, più volte, in occasione dei picnic del mercoledì, la cappa di angoscia che è scesa su tutti noi.

Quindi il senso di infinita tristezza, e di impotenza, di fronte ad una ennesima "morte annunciata". La consapevolezza che è solo questione di tempo prima che tocchi a qualcun altro. La rabbia infinita di fronte ad istituzioni che fanno sempre meno del minimo indispensabile. L'indifferenza criminale di automobilisti che si preoccupano sempre e solo della propria sicurezza, mai di quella di chi hanno intorno, troppo intenti a nutrire il proprio egoismo.

"La strada è di chi se la prende" recita la
delirante pubblicità di un nuovo SUV, e probabilmente lo stesso si può dire della vita altrui, abbandonata in balia di mostri d'acciaio pesanti tonnellate lanciati a folle ed inutile velocità sulle strade urbane, senza nemmeno la protezione di una riga disegnata a terra. Senza diritti. Senza giustizia. Senza misericordia.

Giovedì sera ho partecipato ad una riunione spontanea, ed eravamo a decine. Tutte le "tribù" del ciclismo urbano, un attimo prima pronte a litigare ed a rinfacciarsi le rispettive ortodossie riunite intorno ad un tavolo dalla morte di una ragazza. Per la prima volta ci si è voluti incontrare di persona, decidere un'azione comune. È stato bellissimo, ma una voce insistente dentro di me si domandava: "Quanto durerà? Quanto tempo passerà prima che si torni a litigare come bambini?"

Venerdì mattina, andando in ufficio, il ritornello ipnotico della canzone di Nick Cave mi rimbombava in testa ossessivo, "an eye for an eye and a tooth for a tooth", "occhio per occhio, dente per dente", l'antichissimo codice di Hamurrabi urlava la sua martellante e seducente litania.

Quante volte si è talmente accecati dalla rabbia da voler fare propria questa legge, da volersi sostituire ad un giudizio, umano o divino, che non avverrà mai, che non sarà mai equo, e volersi fare giustizia da sé?

Venerdì sera abbiamo partecipato in silenzio ad
una fiaccolata spontanea sul luogo del delitto, via dei Fori Imperiali, una via che fa parte dei luoghi simbolo di questa città. Ci è stato impedito di lasciare una bici bianca legata al lampione di fronte al tratto di strada dove la vita di Eva è stata spezzata, ma abbiamo lasciato fiori, e candele, e messaggi.


Quel luogo, da ieri, è diventato per noi ciclisti romani un simbolo di quello che potrebbe succedere a chiunque di noi se non saremo in grado di cambiare le maledette regole del gioco che ci vedono, birilli umani, obbligati a condividere le strade con persone distratte, frettolose, indifferenti ed armate di autoveicoli mortali dalla potente mano delle "leggi di mercato".

Ed allora la rabbia diventa
lucida determinazione, da non sprecare in un atto inconsulto, in una vendetta sommaria. Una fiamma da mantenere accesa e bruciante dentro di sé, in modo che possa guidare le nostre azioni fino ad un obiettivo di civiltà, di sicurezza, di giustizia per tutti.

Per Eva. Per tutti quelli che quotidianamente si spostano in bici. Per i pedoni falciati sugli attraversamenti. Per i portatori di handicap. Per i bambini prigionieri di quest'assurda organizzazione urbana. Ed anche per loro, gli altri, gli adoratori del totem, del vitello d'oro, del "feticcio nerolucido", e che ad esso sacrificano le proprie vite, e quelle altrui, senza neppure rendersene conto.



mercoledì, 04 novembre 2009
Due persone che conoscevo, due ragazze giovani, sono morte nell'arco di una settimana. Di Ely ho scritto nel post precedente a questo. Di Eva hanno scritto altri, che le sono stati più vicini... Un mio amico è in ospedale, in coma farmacologico e prognosi riservata, per un ictus. Un dolore sordo, un senso di inutilità, pervadono ed ottundono ogni cosa.

Scrivere mi aiuta, tuttavia, ragion per cui proverò a rispondere ad una domanda che mi è stata posta diverse volte nel corso degli anni, in molte e varie forme riassumibili in: "come si relaziona con la morte un non credente?" Se, infatti, per il credente la morte non è una fine bensì il passaggio ad una diversa condizione di esistenza, come affronta l'idea della morte un non credente, che non ha questo conforto?

La prima considerazione che mi viene da fare è che la morte, come condizione, non esiste. La morte è l'assenza di vita: la vita esiste, la morte no. È come discutere del vuoto. Il vuoto è assenza, per definizione "non è". Così la morte. Dal momento che ha senso solo discutere di qualcosa che "è", inizierò ragionando della vita.

Definiamo vita, genericamente, una forma estremamente complessa di organizzazione della materia che si verifica in presenza di particolari condizioni ambientali. Sul nostro pianeta la presenza prolungata di temperature comprese tra il punto di congelamento e quello di evaporazione dell'acqua ha consentito, nell'arco di miliardi di anni, la nascita e lo sviluppo di innumerevoli forme di vita di sconcertante complessità.

Una caratteristica delle forme di vita più complesse è la costante trasformazione, sia come specie che come singoli individui siamo alla perenne ricerca della sopravvivenza fino alla riproduzione. Una forma di vita, o una specie, che non sopravviva si estingue, lo stesso dicasi di una che non si riproduca. Questo fa si che le diverse forme di vita siano in perenne competizione per l'alimentazione.

La competizione ha fatto sì che nel corso degli eoni si sviluppasse una varietà di adattamenti in grado di garantire un miglior successo a specie nuove, rispetto alle vecchie. L'adattamento vantaggioso della nostra specie è consistito nello sviluppo di un cervello di grandi dimensioni, in grado di operare sull'ambiente circostante e far fronte a problematiche più complesse di quelle gestibili, con un cervello meno complesso, in base al semplice istinto.

In ultima istanza un grosso cervello ha finito col produrre il pensiero complesso, col suo portato di consapevolezza di sé, delle conseguenze delle proprie azioni, della propria ineluttabile finitezza. La nostra specie ha dovuto elaborare concetti totalmente nuovi come etica, morale, responsabilità.

Vivere in piena consapevolezza un'esistenza felice è un'esperienza fantastica, oltreché la summa di tutte le esperienze che mai potremo sperimentare. Descartes condensò questa idea nel celebre motto "Cogito ergo sum", "Penso, dunque sono": l'assenza di pensiero è perciò assenza di essere, e come tale rifuggita razionalmente, oltreché istintivamente.

Il desiderio di sopravvivere, in sé positivo, ha tuttavia come portato negativo l'angoscia della morte, dell'assenza, il dolore empatico per la perdita di persone care. Questo ha portato la nostra specie, fin dall'antichità, ad elaborare complesse teologie per descrivere mondi ultraterreni in cui il nostro "pensiero" (l'anima, per chi crede, l'attività elettrica dei neuroni, per la scienza) possa trovare ospitalità dopo la morte del corpo fisico, e sperimentare l'immortalità.

E tuttavia l'avvento del pensiero razionale e scientifico ha posto un ulteriore limite a queste elucubrazioni, affermando che esiste solo ciò che è dimostrabile, o meglio fornendoci un apparato concettuale in grado di smontare e ridurre a semplici manifestazioni antropologico-culturali le grandi religioni, e restituendoci intatta la paura della morte. La scienza non si occupa dell'alleviare le sofferenze umane, non è suo compito.

Quindi, non potendo discutere di ciò che non è, ognuno di noi deve fare i conti con ciò che è, ma a questo punto forse varrebbe la pena di comprenderlo meglio. Ognuno/a di noi è un unicum, irripetibile, una creatura che non esisterà mai più. Siamo il prodotto di un miscuglio genetico con miliardi di variabili, e di un contesto familiare e socio culturale anch'esso unico tra miliardi.

Possiamo immaginare milioni di individui, risultanti da diverse combinazioni tra il patrimonio genetico dei nostri genitori, che non sono mai nati. Possiamo immaginare miliardi di miliardi di individui che sarebbero nati se i nostri genitori si fossero uniti con altri partner: sarebbero stati altri, non noi.

Possiamo immaginare il nostro stesso patrimonio genetico, un nostro clone, crescere e vivere una vita diversa, in una famiglia diversa, in una cultura diversa: non saremmo noi, sarebbe qualcun altro/a.

Tuttavia l'Universo non è in grado di ospitare questa infinita diversità, ma solo una unica linea probabilistico-temporale, un unico stato di esistenza a fronte di infiniti stati, potenziali, di non esistenza. Noi ci siamo, gli altri miliardi, che possiamo immaginare, non solo non esistono: non esisteranno mai. Bisogna essere pienamente consapevoli del miracoloso privilegio di vivere anche una sola vita.

E dov'è che inizia, questa vita, e dove finisce? In termini oggettivi la fisica è in grado di definire la direzione di scorrimento del tempo, ma non il "tempo presente". L'idea di "presente" dipende dall'osservatore, ed è puramente soggettiva. Il nostro cervello ha necessariamente la percezione dello scorrere, determinata dalla sua evoluzione nel tempo e scandita dal suo orologio interno, ma il tempo soggettivo personale non è misurabile. Ognuno/a di noi vive nel proprio momento presente, che si sposta nel corso della vita.

Ora io ho quarantacinque anni, posso dire di essere "più vivo" di quanto lo fosse mio padre, a quarantacinque anni, nel 1975? No, evidentemente. Il suo tempo soggettivo, allora, gli faceva percepire il presente in quel momento. Per la fisica l'intero Universo è una bolla di spaziotempo che esiste (forse) all'interno di qualche macrostruttura al momento totalmente incomprensibile, una sorta di orologio che si scarica lentamente, dall'inizio alla fine, e per il quale il tempo è solo un vettore, unidirezionale ma finito.

Da questo punto di vista tutti gli istanti che compongono il "fiume del tempo" sono equivalenti, ed il fatto di vivere un "momento presente" è una pura percezione prospettica, un punto di vista puramente soggettivo. All'interno della "bolla di spaziotempo", separati temporalmente ma del tutto equivalenti, ci siamo noi, i nostri antenati, i nostri pronipoti, e tutte le creature che in questo Universo hanno/hanno avuto/avranno la fortuna di esistere.

E questa è per me l'immortalità: far parte di una realtà che esiste, complessivamente, ed in cui il tempo è pura percezione, la perdita un fatto temporale e soggettivo. Certo, resta il dolore per un'esperienza interrotta, per sogni e desideri destinati a non avverarsi, ma se penso a mio padre, ai miei amici ormai scomparsi, mi basta immaginarli in qualche momento del passato, vivi, felici, pensierosi, in un tempo diverso dal mio ma non per questo meno importante, solo sfalsato.

Non so se qualcuno/a leggerà questo scritto dopo la mia morte. Se capita, per allora non ci sarò più, ma "ci sono" qui ed ora, negli anni della maturità e della responsabilità, lucido, forte e felice di avere una splendida moglie accanto, a condividere con me questa incredibile esperienza che è la vita. E la morte...non esiste davvero. In fondo, a pensarci bene, è solo una sciocca percezione soggettiva.
Ely
mercoledì, 28 ottobre 2009

Ely - "Angelo del Cuore"

Una settimana fa seppellivamo Ely.

Non posso definirla un'amica. Ci si incontrava ai Ciclopicnic, scambiandoci un sorriso, un saluto, poche parole. Aveva ventisei anni, ed era una ragazza fragile, giovane e sfuggente. Dieci giorni fa è sfuggita del tutto, volando giù da una finestra. E lasciando tutti noi che la conoscevamo un po' più soli, più tristi, e con un enorme senso di vuoto dentro.

La morte, di per sé, è una realtà difficile da accettare. La scelta di morire è ancora più inconcepibile. L'idea che, in assenza di sofferenza fisica, la vita stessa diventi ad un certo punto talmente insopportabile da scegliere di rinunciarvi volontariamente appare totalmente priva di senso. Eppure ci sono persone, giovani, perfettamente in salute, intelligenti, in grado di trovare inaccettabile la propria stessa esistenza, e scegliere di porvi fine.

Nel monologo più celebre di tutta la storia del teatro William Shakespeare di questo faceva ragionare il principe Amleto. A distanza di quasi cinque secoli quell'interrogativo è ancora lì, irrisolto. Esplorarlo probabilmente ci costa troppa fatica. E le persone continuano a soffrire, e a morire.

Dopo la cerimonia funebre, parlandone tra noi, Manu (mia moglie) si è detta convinta che il "disagio psichico" sia uno dei grandi problemi "rimossi" del nostro tempo. Non sappiamo riconoscerlo, non sappiamo affrontarlo, non sappiamo guarirlo.

Io mi sono spinto un po' più in là. Per poter davvero fare i conti con il "disagio" di altri dovremmo essere in grado di misurarci con l'idea che il mondo così come è, come siamo abituati ad accettarlo, la nostra stessa organizzazione sociale, sia in realtà completamente folle, assurda, priva di senso.

Un mondo che vive di competizione esasperata, di apparenze, di "status symbol", di sfruttamento, di emarginazione, che isola le persone in spazi urbani alienanti. E che, invece di rimettere in discussione questi controsensi, bolla come "diverso", "disagiato", "instabile", chi non si conforma al paradigma dell'homo homini lupus.

Penso di aver conosciuto Ely la notte che "inventammo il ciclopicnic". Mai, nelle rare volte che l'ho incontrata, mi ha dato motivo di sospettare di queste sue difficoltà. Mi è sempre parsa una ragazza come tante altre, graziosa, simpatica. Niente che potesse far sospettare...

Poi, quando ho saputo cosa le era successo, ho cominciato a cercare pezzi di lei sparsi in rete, per provare a comprendere chi era stata. Troppo tardi ormai anche per questo. Il suo blog cancellato, le sue foto irreperibili. Non saprei spiegare perché, ma questa cosa mi ha turbato.

Ci affanniamo tanto per lasciare qualcosa del nostro passaggio, perché cancellare tutto? Perché questa "terra bruciata"? Eppure dovrebbe essere ovvio che una persona che sceglie di cancellare sé stessa applichi lo stesso principio a tutto ciò che la rappresenta.

Alla fine sono riuscito a trovare le foto dei suoi quadri, che non avevo mai visto (e non vi dirò dove si trovano...).

Ho già scritto tanto eppure sento di non essere riuscito a dire niente. Niente di importante. Niente che renda minima giustizia all'enormità del suo gesto. All'enormità di quello che non sapevamo di lei, di quello che non sapremo mai.

A confronto, forse, del poco che avremmo dovuto, e non siamo stati in grado di fare. Di tutto quello che non si può fare più. Dei pensieri, dei ricordi, dei rimorsi di chi nonostante tutto continua a vivere. Con un sorriso in meno. Con un pezzetto di vita in meno. Con un dolore in più. Mentre il mondo appare, tragicamente, ancora più assurdo del solito.
mercoledì, 21 ottobre 2009

Recentemente, l'avvento di Facebook come strumento per rintracciare vecchie amicizie ha messo in moto processi in precedenza molto ardui da realizzare, primo fra tutti, e diventato già "un classico", le reunion di ex compagni di scuola persi di vista da decenni. Dal momento della mia registrazione al summenzionato social network l'idea di dover reincontrare i miei ex compagni di classe ha rappresentato un inquietante sottofondo a tutte le mie sessioni su FB, finendo col materializzarsi prepotentemente poche settimane fa.

In realtà il primo dei miei dei miei ex colleghi di studi mi aveva contattato già a maggio, e ci eravamo incontrati di persona alla
Ciemmona. Altri erano poi riapparsi, unicamente in forma "virtuale", pian piano nei mesi successivi, fino alla convocazione della "grande cena" in quel di Frascati, dove sorgeva, e sorge tutt'ora, l'I.T.I.S. E. Fermi.

Della mia adolescenza non conservo ricordi entusiasmanti. Ero un ragazzo "strano", perennemente "fuori posto", incapace di adeguarsi alle mode, perso in improbabili letture ed interessi. Abitavo anche molto lontano rispetto ai quartieri di residenza dei miei compagni e non avevo praticamente nemmeno il telefono. Se aggiungiamo a questo che la scuola che avevo scelto, un istituto tecnico con specializzazione in Energia Nucleare, era a frequentazione esclusivamente maschile, e che le mie amicizie al di fuori di esso assommavano nella pratica a zero, avrete un quadro minimo della situazione.

Una volta ottenuto il diploma la perdita dei contatti fu pressoché immediata. È difficile al giorno d'oggi immaginarlo, connessi come siamo da media asincroni e pervasivi come la posta elettronica ed i social network, ma venti e rotti anni fa passare dalle superiori all'università per me significò buttarmi alle spalle amicizie e frequentazioni, e ripartire da zero.

Insomma, trascorrevano i giorni e l'evento incombeva. Le mie due fonti principali di preoccupazione erano da un lato il film di Carlo Verdone "
Compagni di scuola", commedia amarissima di fine anni '80, dall'altro l'involontaria partecipazione alla reunion dei compagni di scuola di una mia ex, avvenuta a metà degli anni '90, se possibile ancora più terribile del film stesso.

"Che senso ha rivedersi dopo ventisei anni?", mi domandavo... "perché dobbiamo confrontare le persone che eravamo con quello che siamo diventati?" Mi aspettavo di leggere sui volti degli altri i segni del tempo, paragonare fallimenti e successi, fare i conti con le proprie e le altrui scelte... una sorta di Giudizio Universale su scala ridotta.

Invece niente di tutto questo. Ci siamo ritrovati in nove ex studenti assieme all'ormai anziano professore di italiano, a cenare in una trattoriola. E pian piano, dietro i corpi appesantiti, i capelli imbiancati o perduti, i vestiti eleganti o informali, sono riemersi uno ad uno i ragazzi con cui ho passato tre anni di scuola, tre anni di vita.

Il tempo, con noi, è stato sorprendentemente clemente. Abbiamo passato la serata rievocando gli anni della scuola, esumandone gli aneddoti più divertenti, inframmezzati da brandelli delle nostre vite, i matrimoni, i divorzi, le carriere lavorative. Abbiamo fatto l'elenco di quelli che mancavano all'appello e qua e là, a tratti, nelle luci basse della locale, poteva quasi sembrare che ventisei anni non fossero passati affatto.

E... no! Se questa è la domanda, non siamo cambiati. La vita ci ha smussati, rifiniti, ha limato le asperità eccessive, ci ha resi più maturi, ma quello che eravamo lo siamo ancora, nel bene e nel male. Ognuno col suo carattere ben definito, ognuno misteriosamente pronto a rientrare nelle dinamiche e nei meccanismi relazionali messi a punto in tre anni di convivenza... una vita fa.

E tra una battuta ed uno scoppio di risa mi sono reso conto che ogni cosa era già allora esattamente così, ed è stato come rivedere un vecchio film e ricordarsi le scene man mano che la vicenda prosegue. Solo per realizzare, tardivamente, quello che l'inesperienza ed il "disagio giovanile" mi avevano sempre impedito di vedere e comprendere: di aver passato quegli anni in compagnia di veramente ottime persone.

Nelle poche battute scambiate con l'anziano ma lucido professore, che si ricordava perfettamente di me, ho ritrovato una forza, una determinazione ed una intransigenza che sicuramente mi appartengono. Non so dire quanto di questo mio atteggiamento fosse già presente, e quanto sia dovuto al suo insegnamento, ma posso affermare con certezza di apprezzare e condividere nel merito e nel metodo quanto ha cercato di trasmetterci.

Alla fine l'ora tarda e gli impegni hanno vinto la nostra voglia di continuare a raccontare. Ci siamo salutati, quindi sono risalito in macchina domandandomi se quello che avevo appena vissuto fosse successo davvero.

E convinto che il passato vive insieme a noi. Che quelle persone le ho avute accanto nei ricordi, nella mia personalità, nelle esperienze vissute e nella fiducia reciproca che ci siamo scambiati allora, per tutta la mia vita fin qui. E a loro
posso rivolgere solo un saluto ed un augurio: "a presto!".

mercoledì, 16 settembre 2009
Dopo il viaggio alle Canarie ed il risveglio dell'antica passione per l'astronomia ho passato la fine di agosto e l'inizio di settembre a combattere con un tarlo che mi rosicchiava in testa. "Ti serve uno strumento più grande", diceva quel tarlo, "devi farti un dobson, è inutile insistere a spremer fuori da un 8" quello che non ti può più dare". Tutto vero, incontestabile, se non che i problemi logistici di gestione di un telescopio più pesante ed ingombrante mi parevano insormontabili.

Dobson, per chi non lo sapesse, è un modello di telescopio di una semplicità disarmante. Negli anni '60, constatato che al crescere del diametro dell'ottica (e del conseguente peso del tubo) le montature equatoriali finivano col costare molto più dell'ottica stessa, John Dobson decise che per osservare le stelle era sufficiente qualcosa che reggesse il tubo e consentisse di puntarlo in giro per il cielo. Niente meccaniche di precisione, niente stazionamenti polari, niente motori di inseguimento: un tubo ottico poggiato su uno scatolone, in grado di ruotare in orizzontale ed in verticale.

In questa maniera diventò possibile abbattere drammaticamente i costi, ridotti a quelli dei soli due specchi (con celle e ragni di supporto) e del fuocheggiatore. Per contro significò rinunciare anche a tante comodità, come ad esempio la compensazione della rotazione terrestre, che fa sì che gli oggetti osservati scivolino lentamente da un lato all'altro del campo inquadrato e dopo poco ne escano fuori. Altra cosa alla quale occorre rinunciare è l'idea di utilizzarlo per farci fotografie del cielo stellato.

Tormentato dal tarlo ho provato a chiedere consigli a chi c'era già passato interpellando il forum degli astrofili italiani, col solo risultato di vedermi piovere fra capo e collo un'offerta di quelle a cui è molto difficile resistere: un 12" usato in ottime condizioni messo in vendita da un astrofilo spinto dall'inquinamento luminoso ad abbandonare l'osservazione visuale per dedicarsi alla fotografia del cielo stellato.

Ci ho ragionato su un paio di giorni, solo per realizzare che era una decisione di fondo già presa. Ho mandato al diavolo i "problemi logistici" e mi sono fatto spedire il "mostro" da Crotone. Giovedì scorso me lo sono andato a prendere alla fermata del pullman, ho chiesto ospitalità ai miei cognati per poter disporre di una terrazza e l'ho tirato su di fronte ai miei nipoti esterrefatti. L'effetto era questo:
 
 
Il "collaudo" (se così si può definire) effettuato sotto un cielo inquinatissimo di classe Bortle 8, mi ha edotto sui principali problemi dello strumento: pesi, ingombri, necessità di un frequente riallineamento delle ottiche, e tuttavia fatto solo vagamente intuire le sue potenzialità osservative. Dovevo assolutamente procurarmi un cielo decente, e contavo di averne l'occasione nel weekend

Nella giornata di sabato ho monitorato fin dalla mattina una situazione meteo decisamente non entusiasmante. L'andirivieni di nuvole, il tempo variabile, le piogge sparse, non sono riusciti a dissuadermi dal desiderio di correre a Campo Felice per mettere alla prova il giocattolo nuovo. L'incertezza climatica ed il brevissimo preavviso mi hanno spinto a rinunciare all'idea di coinvolgere altre persone, e l'unica ad accompagnarmi fin lassù è stata la mia dolce metà, Emanuela, immagino più preoccupata di pensarmi da solo in cima ad una montagna di notte che entusiasta per l'idea di una nottata osservativa (con un telescopio, oltretutto, vissuto più che altro come un nuovo ingombro dentro casa).

La scommessa sulla situazione meteo è stata totale: al momento di caricare lo strumento in macchina i nuvoloni che si andavano addensando sulla città hanno prodotto un acquazzone estivo micidiale, che ha messo a dura prova la fiducia della consorte nelle mie estrapolazioni basate su meteosat e webcam. Tuttavia lungo la strada è apparso evidente che la coltre di nubi non si estendeva alle montagne circostanti. Avevamo tutte le premesse per una soddisfacente serata osservativa.

E lo è stata. Il cielo di Campo Felice ci è apparso in una serata di grazia, anche per merito delle piogge del pomeriggio che hanno ripulito l'aria. Potrei stimarlo di classe Bortle 4, se non fosse che ormai ritengo la scala di Bortle inadeguata per i cieli d'alta quota, dove la maggior trasparenza dell'aria rende alcuni oggetti più evidenti anche in presenza di inquinamento luminoso. Per fare un esempio, allo zenith la Via Lattea nel Cigno era poco dissimile da quella osservata alle Canarie, mentre la situazione peggiorava nettamente per la parte di cielo più prossima all'orizzonte.

Ma l'osservazione al telescopio, quella era decisamente da urlo.

Il passaggio ad uno strumento di diametro superiore è sempre del suo sconvolgente (mi era già successo passando dai 4,5" del vetusto newton Skymaster 114/900 ad un diametro quasi doppio), ma non potevo immaginare l'abisso tra il mio precedente 8", strumento peraltro onestissimo, ed il Lightbridge. Il mio cielo è cambiato, il mio modo di pensarlo è cambiato, le mie aspettative sono cambiate e nulla potrà più essere come prima.

Alcune cose andranno sicuramente messe a registro. Per la prima volta ho sperimentato i problemi della stabilizzazione termica dello specchio (evidenti all'inizio, sulle immagini sfocate, le celle convettive generate dalla superficie ancora calda dello specchio primario), ed anche l'adattamento ad un puntatore Red Dot ("...Chili Peppers", come suggeriva Manu) al posto del classico cercatore non è stato proprio banalissimo: puntare una crocetta rossa tra le stelle e trovarsi gli oggetti nel campo dell'oculare è qualcosa di inaspettato persino per un astrofilo navigato.

In compenso l'accoppiata tra maggior diametro dello strumento e gli oculari a largo campo ha cambiato in maniera irreversibile la mia percezione del cielo, e penso anche quella di Manu, che forse per la prima volta è rimasta davvero affascinata dagli oggetti che stavamo osservando.

La cosa più banale da constatare è stata la differenza in quello che le dicevo lasciandole l'oculare per farla osservare. Con il precedente 8" c'era tutta una serie di istruzioni: "osserva così e cosà, dovresti vedere un oggetto di questo tipo (piccolo, grande, concentrato, diffuso, ecc...)". Ora le dicevo solo: "guarda!", ed era lei a spiegarmi cosa stava vedendo. La differenza è principalmente questa: con un 12" gli oggetti si vedono, non vanno "cercati", non vanno "intravisti", non vanno "immaginati", stanno lì e basta, prepotentemente, al centro dell'oculare.

La carrellata ha viaggiato in fretta sugli oggetti "soliti" del cielo estivo, che ormai "soliti" non erano comunque più, mostrando nuovi dettagli, sfumature, ed un rapporto diverso col fondo stellato. Le nebulose Laguna, Trifida, Omega, la Ring nebula nella Lira, il Wild Duck cluster nello Scudo, la Dumbbell, il sontuoso ammasso globulare M13 in Ercole, la galassia di Andromeda M31 col suo contorno di compagne nane, il Velo nel Cigno, una spolverata di ammassi aperti in Cassiopea, la Whirlpool galaxy M51 purtroppo già bassa sull'orizzonte... e poi, per la prima volta dopo molti anni, è iniziata la caccia a cose mai viste.

Questa è un'altra sostanziale differenza rispetto all'8", non solo gli oggetti "classici" sono molto più dettagliati ed interessanti, ma quelli "minori" cominciano ad avere un loro perché. Le minuscole galassie e nebulose che in uno strumento più piccolo mi sorprendevo anche solo del fatto che "si vedessero" (all'inizio ci si accontenta davvero di poco), ora iniziavano a mostrare forme interessanti. Persino gli ammassi globulari, archiviati fino all'altro ieri come "tutti uguali, solo un po' più grandi o piccoli", e ridotti all'osservazione di M13 che "almeno si vede qualcosa" improvvisamente erano divenuti oggetti affascinanti: più concentrati o più diffusi, nascosti dietro un velo di stelle o sospesi nel vuoto, lontani, vicini... insomma è ripartita l'esplorazione.

Ho quindi aperto sul cofano dell'auto le fotocopie del "Tirion Sky Atlas 2000.0" (n.b.: ho anche l'originale, ma teme l'umidità...) vecchie di oltre vent'anni ed in disuso da più o meno altrettanto tempo. Avevo acquistato le mappe ai tempi lontani del "114/900" per trovare le sfuggenti nebulose usando le stelle di riferimento. Poi, con l'8" ed il computerino per il puntamento assistito avevo preso l'abitudine di portarmi dietro solo degli elenchi (ed in quel modo, ora me ne rendo conto, parte della "magia" era sparita).

Il vecchio atlante, riesumato, ora splendeva di una nuova luce. Ho iniziato a puntare tutti gli oggetti non stellari riportati sulle mappe per la prima volta senza preoccuparmi che fossero troppo deboli per il mio strumento. Ne sono usciti fuori la maggior parte! La quantità di oggetti osservabili è aumentata in maniera esponenziale.


Nebulose planetarie minuscole e brillantissime, ammassi globulari, ammassi aperti, galassie, oggetti che da anni non mi appartenevano più sono riemersi dall'inchiostro delle mappe per mostrarsi come diafani fantasmi galleggianti fra le stelle. Il mio cielo è cambiato, l'antica passione, alimentata dal nuovo strumento, si è riaccesa.

Purtroppo sabato avevamo sottovalutato il freddo montano ed i suoi deleteri effetti. Dopo solo un paio d'ore, passate saltellando da una meraviglia all'altra, un vento gelido e tagliente mal  contrastato da un abbigliamento troppo "ottimista" ha avuto ragione del mio entusiasmo. Quando ho iniziato a battere i denti mi sono dovuto arrendere all'impossibilità di proseguire le osservazioni.

Ma "c'est ne pas qu'un debut...", ora che ho assaporato l'osservazione "deep sky" con uno strumento finalmente adeguato penso che sarà molto difficile tornare indietro, ed almeno un fine settimana al mese finirà piacevolmente sacrificato alla rinata passione. "Dobson rules!"
lunedì, 14 settembre 2009


Questa storia inizia nel pomeriggio di sabato 5 settembre quando, da un giornale letto casualmente in treno, ho appreso che una band di nome "Dinosaur jr." (l'articolo specificava "nella formazione originale") avrebbe tenuto un concerto a Roma di lì a tre giorni... o per meglio dire inizia nel lontano 1987, allorché guidato da una recensione intrigante letta su una rivista di settore mi recai presso "Disfunzioni Musicali", a San Lorenzo, per comprare una copia di "You're Living All Over Me", secondo LP fresco di stampa della summenzionata band... o forse occorre arrivare ancora più lontano, fino ai tardi anni '60, al genio chitarristico di Jimi Hendrix ed agli assoli ancor oggi insuperati quanto ad originalità di "Voodoo Chile (slight return)" e "All Along The Watchtower".


"Dinosaur jr." è un nome che alla stragrande maggioranza delle persone non dirà nulla, perfino tra quelli che si ritengono genericamente "appassionati di musica" pochi sapranno associarvi un brano, una copertina, anche solo una citazione. Eppure furono in grado, sul finire degli anni '80, di dare ad un genere musicale dai contorni da sempre indefiniti (il rock "indie", ovvero delle etichette indipendenti) la svolta che pochi anni dopo avrebbe prodotto il fenomeno "grunge".

La grande intuizione di J Mascis, Lou Barlow e Murph fu di fondere elementi tra loro contrastanti. All'energia rumorista dell'hardcore accostarono parti vocali melodiche e quasi "pop", inframmezzando il tutto con digressioni strumentali e recuperando dalla tradizione hard-rock degli anni '70 gli assoli chitarristici, non tanto in chiave di sublimazione e vertice artistico del brano stesso ma integrati, in forma frammentata e stravolta, nella struttura complessiva della composizione.

In questo il rimando ad Hendrix è inevitabile, non tanto per lo stile nudo e crudo (ed anche lì tra "fuzz", "noise", "wa-wa" ed altri effetti assortiti la "discendenza" è evidente), quanto nella capacità rara di sottomettere il virtuosismo chitarristico alle esigenze compositive, rendendolo parte e non culmine della composizione, dando spazio alle digressioni strumentali di basso e batteria e finendo col costruire degli "oggetti canzone" estremamente dinamici, imprevedibili e sfuggenti.

È pressoché impossibile cogliere, nel periodo in cui gli eventi prendono forma, la reale portata ed importanza di una singola opera, di un singolo artista, di una singola band. Anni dopo si scopre, per pubblica ammissione di altri diretti interessati, il tributo di ispirazione dovuto ai "grandi" o, meno spesso, a degli emeriti semisconosciuti. La valenza seminale di "You're Living All Over Me" è emersa solo molto dopo la sua pubblicazione, nelle interviste ai membri di band del calibro di "Nirvana" e "Soundgarden".

Sabato, dunque, tornato a casa, ho cominciato a scartabellare la rete per colmare il vuoto di questi ultimi diciotto anni (nel corso dei quali più che abbandonare i "Dinosaur jr." ed il rock "indie" della mia, direi tardiva, adolescenza ho finito con lo sviluppare altri interessi e col relegare l'ascolto della musica a spazi via via più marginali). In breve dopo tre lustri in cui nemmeno si erano parlati tra loro, il trio originario aveva deciso di riunirsi di nuovo nel 2005 per riportare in tour i vecchi brani, e la cosa aveva funzionato al punto da far ripartire il progetto musicale andato in crisi quasi quindici anni prima con l'abbandono di Barlow e Murph ed arenatosi definitivamente sul finire dei '90.

Potrei dire che c'era qualcosa, da quel lontano passato, che stava chiamando anche me. "Noi siamo qui", sembravano dirmi i tre, "e tu?"... già, e io? La cosa che ha vinto la mia naturale riluttanza nell'assistere ai concerti rock e mi ha spinto a rischiare i timpani ed una possibile crisi matrimoniale credo sia stata questo video con cui la band sta attualmente promuovendo il nuovo disco.

Quarantenni che vanno in bicicletta e sullo skate... Eh, quando si dice le coincidenze!

Il concerto in sé è come un tuffo nel passato, come precipitare indietro di vent'anni, alle cantine fumose e buie, a palchi microscopici ed ingombri di amplificatori, alla musica sparata a mille. Nessun "gruppo spalla" per scaldare l'atmosfera, i tre "dinosauri" salgono sul palco di fronte ad un pubblico molto più giovane di loro (e di me!) e cominciano a vomitare sulla platea l'incubo sonoro rappresentato dal loro progetto artistico.

Il rumore è spaventoso, e rasenta la soglia del fastidio fisico, le parti vocali sono a malapena avvertibili, sommerse da vagonate di "noise" grintoso e granitico e da percussioni incalzanti, l'aggressione ai timpani supera spesso e volentieri il margine di sopportabilità. Decisamente le incisioni discografiche rendono maggior giustizia alla ricchezza e varietà dell'estro compositivo dei "Dinosaur jr." rispetto alle loro performance dal vivo in cui domina il rumore... ma resta affascinante l'attitudine distruttiva di questi ex ragazzi, capaci di sacrificare al gusto per l'assordante volume sonoro perfino l'intelligibilità della loro musica.

Dopo un'ora buona di esplorazione dei limiti di resistenza dell'apparato auditivo usciamo provati e storditi, con le orecchie che fischiano su due tonalità diverse. Manu mi domanda se tutto ciò abbia un senso, e quale significato dargli. Io rispondo per me: l'arte esiste per dar corpo al nostro inconscio, per mostrarci le cose che si nascondono dentro di noi e rendercele riconoscibili. Nei mostri sonori evocati dai "Dinosaur jr." c'è evidentemente qualcosa che mi rispecchia, che mi appartiene, in cui mi riconosco. Ed ho bisogno di questo tipo di esperienza per diventarne consapevole.

Di fatto traggo giovamento dall'effetto catartico che l'immedesimazione in questo caos furibondo mi produce, come se i mostri rabbiosi che ho dentro in qualche modo trovassero uno sfogo, una rappresentazione, un'accettazione. Io sono anche questo: fastidio, violenza, distruttività. Non penso abbia senso negarlo, e come "valvola di scarico" la musica mi pare una soluzione più che accettabile.

E dunque la risposta alla domanda che implicitamente mi ponevo è data: "Anch'io sono qui. Ci sono ancora, nonostante gli anni. Sono cresciuto, ma non rinnego nulla". Eccomi, con le mie antiche passioni, le mie biciclette, la mia musica strana e poco addomesticata, i miei telescopi e le mie stelle, la fantascienza, i mondi immaginari... Un ragazzo cresciuto che non può farci nulla se gli anni continuano a passare, che non si adegua a fare quello che fanno gli altri, che non rinuncia a sognare.

Perché in fondo, bisogna ammetterlo, essere giovani è la cosa più fantastica che può capitarci nella vita... e allora tanto vale farsela durare! "Long life to us dinosaurs!"