sabato, 27 giugno 2009


Oggi pomeriggio sono riuscito a trovare un'ora e mezza di tempo per vedere un film. Si intitola "Home" ed ha una particolarità: viene distribuito gratuitamente via internet, su Youtube, in alta definizione. Già questo è bastato a farmi saltare sulla sedia quando ne sono venuto a conoscenza. Le cose stanno cambiando in fretta, negli ultimi tempi. Non servono più società di distribuzione, una catena di cinema che lo proietti, dei canali televisivi che lo trasmettano: basta un po' di "banda" internet ed il film può essere fruito direttamente dal pubblico, a casa, su uno schermo in alta qualità.

Ma la cosa più interessante di "Home" sono, secondo me, i contenuti. "Home" è un lungo documentario sullo sviluppo della vita sul pianeta terra, e sui cambiamenti disastrosi prodotti dall'uomo negli ultimi decenni. Le immagini sono di una bellezza sconvolgente (anche se la compressione software le rende a volte un po' "plasticose":  ogni tanto si ha la sensazione di star guardando un'animazione digitale...) e raccontano il drammatico cambiamento climatico che sta avvenendo sotto i nostri occhi, nell'indifferenza generale.



Mi ha rimandato con la memoria ad un altro film, per certi versi molto simile, uscito a metà degli anni '80, il cui titolo era "Koyaanisqatsi - Life out of balance", impronunciabile parola in lingua Hopi, (una popolazione originaria dei deserti dell'Arizona) il cui significato veniva tradotto in diverse maniere:


ko.yaa.nis.qatsi (dall'originale in lingua Hopi)
1. vita folle.
2. vita tumultuosa.
3. vita in disintegrazione.
4. vita squilibrata.
5. condizione che richiede un altro stile di vita.
Il regista Godfrey Reggio tentò un'operazione che oggi può apparire commercialmente suicida: un documentario di sole immagini e commento musicale, lungo un'ora e mezza. E la musica era uno sconvolgente tappeto di tastiere di Philip Glass, passata alla storia. In novanta minuti e cinque "movimenti" le immagini raccontavano la creazione, l'avvento dell'uomo, la civiltà, l'accelerazione assurda della modernità e quindi la catastrofe, facendo un uso sapiente di riprese a tempo rallentato ed accelerato. Ricordo che lo vidi con un amico in un'arena estiva all'aperto, ed a tre quarti circa lui se ne andò adducendo le testuali parole "non ce la faccio a guardarlo, mi sto sentendo male", a cui io risposi qualcosa del tipo "scherzi? È fantastico!"

Oggi "Home" è un prodotto più tradizionale, c'è un commento parlato (nell'originale di Glenn Close) ed il significato è più esplicito, grossomodo: stiamo seriamente danneggiando l'equilibrio della vita sul pianeta, fra un po' potremmo dover fronteggiare condizioni climatiche che non si sono mai verificate negli ultimi milioni di anni, ovvero da quando i predecessori della nostra specie hanno assunto la postura eretta. Possiamo, anzi, dobbiamo prendere coscienza di questo fatto e cambiare strada, prima che sa troppo tardi.

Nonostante tutto, però, non riesco ad essere ottimista. L'esperienza dell'isola di Pasqua (menzionata a metà del film), ridotta nel volgere di pochi secoli da un paradiso di foreste tropicali ad una distesa desolata e priva di risorse, l'incapacità umana nel comprendere e gestire il risultato finale delle proprie azioni, mi pare ormai troppo evidente. La frase che accompagna le immagini afferma: "il vero mistero dell'isola di Pasqua non è come le sue strane statue sono finite lì, noi ora lo sappiamo, è perché il popolo Rapa-Nui non reagì in tempo". Non è un mistero, in fondo. Noi stiamo facendo esattamente la stessa cosa.

Il documentario ha un finale a mio parere contraddittorio, immaginando un possibile futuro di inesauribile energia solare ed eolica. Ma anche se così sarà, sostituendo il petrolio con altre risorse più pulite e rinnovabili (e io ne dubito), questo non ci impedirà di proseguire con le deforestazioni ed il consumo dissennato di risorse. Perché non possediamo lungimiranza. Buona catastrofe a tutti
martedì, 09 giugno 2009
foto

Alla fine, il laboratorio settimanale che mi ha tenuto impegnato negli scorsi mesi presso il teatro "Piccolo Re di Roma" ha partorito l'atteso saggio: "Istantanee". Siamo andati in scena con tre "corti" scritti da noi, come prevedeva il lavoro sulla drammaturgia propostoci all'inizio dell'anno da Giampiero Rappa, tre lavori molto diversi l'uno dall'altro.

Nel primo, "Fuori fuoco", io e Laura abbiamo messo in scena una coppia di amici alle prese con la crisi del matrimonio di lei e con una "resistibile" attrazione reciproca, che non sfocerà in un lieto fine. Nel secondo, "Zuppa zen", Sara, Cinzia e Rinalda hanno raccontato un frammento della vita di tre donne, una famiglia tutta al femminile, con due figlie in crisi coi rispettivi uomini e la madre, vedova da lungo tempo, che improvvisamente ritrova l'amore.

L'opera finale, "Soray", immaginata da Ilaria ed Annalisa, ha affrontato il delicato tema della follia e del doppio, con un uso molto più libero dello spazio e delle forme narrative, abbinando dialoghi e monologhi ad una gestualità fortemente simbolica, condita con momenti di danza.

È stato, a suo modo, un corso atipico rispetto ai precedenti. Il fatto di dividerci per sviluppare temi diversi ha dapprima frammentato il gruppo, ma col passare delle settimane la consapevolezza di stare lavorando ad un unico spettacolo ed il continuo feedback reciproco operato durante le prove ha finito col ricompattarci. Il pubblico ha apprezzato il risultato finale, gratificandoci con applausi e ringraziamenti non di circostanza. Tutto perfetto, quasi "da copione", se non fosse per un retrogusto amarognolo molto più intenso che negli anni passati, dovuto a diversi fattori.

In primis la sensazione di un ennesimo "capitolo chiuso", un'altra esperienza dietro le spalle cui non farà seguito nulla se non, forse, un nuovo laboratorio l'anno successivo che si aprirà e richiuderà su se stesso esattamente come i precedenti. D'altronde, che prospettive di crescita può avere un attore dilettante quando non c'è lavoro, o meglio non c'è pubblico, nemmeno per i professionisti? Il teatro è un'esperienza di cui questa società è ormai convinta di poter fare a meno, avendolo sostituito con cinema e dosi ipermassicce di televisione, e i risultati (ahinoi) sono sotto gli occhi di tutti.

Altra constatazione amara è legata a quella che potrei definire "la solitudine dell'artista". In tre serate, ed escludendo Emanuela, gli amici venuti espressamente a vedere il mio spettacolo sono stati solo quattro: Elena, Gianni, Fabrizio e Viviana che qui ringrazio formalmente. Altri non hanno potuto causa influenza, altri ancora per problemi familiari, ma la maggior parte, che si potrebbe stimare in diverse decine di persone, parecchie decine per la verità, è completamente mancata all'appello, scomparsa.

C'è un fatto, che probabilmente non è tanto chiaro a chi ha col teatro una frequentazione occasionale: uno spettacolo non è fatto solo dagli attori, non vive indipendentemente dal pubblico. La comunicazione che si sviluppa non è unidirezionale come quella del cinema o della televisione ma viaggia avanti e indietro. Lo spettacolo cambia a seconda di come il pubblico reagisce, perfino di come respira. Ho recitato per un pubblico estraneo, a posteriori me ne rendo conto. Un po' come dev'essere per gli attori professionisti... sensazione strana e non particolarmente piacevole.

C'è, inutile dirlo, una volontà comunicativa frustrata. Mettere in scena una "pièce" è come raccontare una storia, un pezzo di sé, ma con un investimento enormemente maggiore in termini di impegno, energie, organizzazione scenica. Serve un teatro con un palcoscenico, dei costumi, degli oggetti di scena, un tecnico che cambi le luci ed inserisca la musica, un regista... insomma una costruzione che dura settimane per uno spettacolo normale, e addirittura mesi per dei dilettanti come noi. Alla fine di tutto questo percorso chi c'era ad ascoltare la mia "storia", a viverla? Estranei. Chi ci sarà a discuterne con me? Quasi nessuno/a.

Sia ben chiaro, non voglio "buttare la croce addosso" a chicchessia: penso che di questa situazione la responsabilità sia in gran parte del sottoscritto. Mia la scelta, nel corso degli anni, di diluire le frequentazioni estendendole a gruppi di discussione on line, alle mailing list, ai forum, a decine se non centinaia di "presenze virtuali"... che alla fine virtuali restano. Mia la pretesa che contatti quotidiani via Facebook, o i Blog, o Cicloappuntamenti, potessero efficacemente sostituire una presenza concreta, un contatto interpersonale vero. Sbagliavo.

Mi è tornato in mente un film visto diversi anni fa, "Hello Denise", nel quale veniva rappresentata la vita quotidiana di un gruppo di amici sparpagliati in una grande città, New York, il loro incessante dialogare via telefono ad ogni ora del giorno e della notte ed il continuo rincorrersi e ripetersi reciproco: "dobbiamo vederci, dobbiamo vederci". Quando poi, alla fine del film, uno di loro organizza finalmente la cena per incontrarsi, gli altri non ci vanno: uno dopo l'altro arrivano fin sulla soglia della sua abitazione e non trovano il coraggio, o la motivazione, per suonare il campanello ed entrare.

A torto o a ragione mi sento esattamente così. La tentazione, in questa fase, è di azzerare tutto, ma non è così semplice... come pure non può esserlo continuare sulla stessa strada di sempre. Sarà l'ennesimo "momento di riflessione". Non preoccupatevi troppo se per un po' la mia "presenza virtuale" diventerà più evanescente, o se lo diventerà in via definitiva. Non è una minaccia, al più è una speranza.
giovedì, 02 aprile 2009
Visto che impiego una quota marginale ma significativa del mio tempo a leggere narrativa, prevalentemente fantascientifica, ed una parte ancor più significativa a scrivere sul web, accade sempre più spesso che mi vengano sottoposti lavori letterari per riaverne un "parere competente". L'ultimo in ordine di tempo è un imponente romanzo di fantascienza, opera di un amico di vecchia data, del quale ho potuto leggere due sinossi ed alcuni capitoli sparsi. Il parere richiesto verteva sull'attendibilità scientifica dei fatti narrati.

Questo mi ha portato a ragionare sull'effettiva attendibilità, o esigenza di attendibilità della fantascienza attualmente in circolazione. Non è una novità, ho già affrontato altre volte il tema del precoce "invecchiamento" di questo genere narrativo, ma stavolta la conclusione a cui sono giunto ha stupito anche me. Nella pratica quello che abitualmente chiamiamo "fantascienza" semplicemente non lo è, e quella che si poteva definire tale è di fatto pressoché estinta.

Penso di non poter portare avanti quest'analisi senza partire con un po' di paletti, dunque: cos'è la fantascienza, come nasce, come si evolve? La fantascienza (dall'inglese "science fiction") nasce agli inizi del secolo scorso quando la narrativa d'intrattenimento ("fiction") inizia a sfruttare le enormi promesse derivanti dalle incalzanti scoperte scientifiche dell'epoca per speculare sul futuro. Qualcuno, qui in Italia, coniò il termine più calzante di "narrativa d'anticipazione".

Erano anni in cui le scoperte in ambito scientifico si susseguivano una dopo l'altra, demolendo credenze ed abitudini consolidate. Nel giro di pochi anni erano apparsi il cinema, le automobili, gli aeroplani, i raggi X, le trasmissioni radio, i grattacieli, i sommergibili. Non c'era ambito dell'attività umana che non subisse trasformazioni epocali, e pareva davvero che la conquista dello spazio sarebbe avvenuta a breve. Questo determinava tra la gente curiosità, entusiasmi, e la nascita di nuove paure e preoccupazioni (armi prima inimmaginabili, mostruosità, invasioni aliene), che la narrativa popolare si occupò di provare ad elaborare.

La fantascienza nacque perciò come evoluzione della narrativa fantastica in chiave scientifica, provvedendo a "vestire" di verosimiglianza vicende che nei secoli precedenti avevano vissuto di magia e della scarsa conoscenza del mondo. Pur senza mai scalzare del tutto il racconto fantastico "classico" (che di lì a poco sarebbe stato ribattezzato "fantasy"), galeoni e caravelle si trasformarono in astronavi, maghi e stregoni in scienziati buoni o malvagi, i sortilegi divennero "raggi della morte", teletrasporto, superpoteri ed altre meraviglie plausibili (o quasi) sul piano scientifico.

All'inizio il rapporto parve idilliaco, ed infatti si parla ancora di "anni d'oro" della fantascienza per intendere il periodo a cavallo degli anni '30-'40, poi ci furono la seconda guerra mondiale, la bomba atomica, la guerra fredda e le sue ricadute sull'immaginario collettivo, prima fra tutte la psicosi degli "U.F.O.". La fantascienza in quel periodo approdò al cinema come "format" d'intrattenimento, conquistando terreno di pari passo col progredire degli "effetti speciali", e guadagnandosi uno spazio di primo piano presso il grande pubblico.

Nel frattempo, tuttavia, il rapporto con la scienza stava mutando. Nel corso degli anni le strabilianti promesse su cui si era tanto fantasticato non erano state mantenute. La conoscenza scientifica cominciava a mostrare il rovescio della medaglia. L'energia nucleare era stata sì imbrigliata, ma a prezzo della produzione di scorie radioattive pressoché impossibili da smaltire in sicurezza. L'uomo aveva finalmente camminato sulla Luna, ma con costi e difficoltà terrificanti ed all'epoca ancora non ben compresi. L'umanità continuava a farsi guerre una dopo l'altra.

Di più, quasi paradossalmente i margini immaginativi aperti dalle scoperte scientifiche ad inizio secolo si andavano progressivamente richiudendo. L'astronomia aveva donato all'umanità la visione di un universo popolato da miliardi di pianeti, ma la teoria della relatività di Einstein dimostrava l'impossibilità pratica di raggiungerli. Eravamo (siamo) prigionieri di un singolo mondo, dalle risorse limitate ed in via di esaurimento, niente astronavi, niente conquista delle stelle, niente contatti con altre civiltà, piuttosto un futuro prevedibile di declino industriale e sociale, carestie, guerre.

Sul finire degli anni '60, per il filone della "verosimiglianza", fiorì la cosiddetta "scuola catastrofista" inglese, il cui esponente più noto è probabilmente J. G. Ballard, cui dobbiamo alcuni dei più convincenti incubi sul futuro che ci attende. Fiorì la "fantascienza sociologica" ma, per contro, furono anche gli anni della saga televisiva di Star Trek che, in barba alla verosimiglianza scientifica, faceva viaggiare per il cosmo astronavi immense spinte da motori "a curvatura", alimentati da "cristalli di dilitio".

Il punto è che il bisogno di sognare è connaturato alla nostra specie, e prevale sugli obblighi e le ristrettezze del mondo reale, per non dire che ne è da essi alimentato. Se la scienza ci dice che una cosa "allo stato attuale delle conoscenze" non è realizzabile, non è un problema, si "immagina" una condizione futura in cui sia realizzabile.

Se non è possibile viaggiare nello spazio a velocità uguale o superiore a quella della luce (quattro anni e mezzo di viaggio per raggiungere la stella più vicina, e una quantità di energia da impiegare che si approssima asintoticamente all'infinito), la cosa si risolve "curvando lo spazio". Qualsiasi fisico sogghignerà ed affermerà che "non si può fare" (tranne, forse, Stephen Hawking), ma non è un problema che riguardi lo scrittore o il lettore.

Di fatto, una volta circumnavigato, mappato ed analizzato ogni singolo metro quadro del pianeta si è di fatto impediti dal narrare racconti di viaggi avventurosi ed incontri con creature fantastiche, com'era consuetudine fino ad un paio di secoli fa, ma i limiti raggiunti dell'esperienza umana non possono impedire che la fantasia si liberi a briglie sciolte, come faceva prima che questi limiti fossero noti.

La moderna "space opera" non fa che riscoprire il senso di fantastico che stava alla base dell'immaginifico viaggio di Ulisse nell'Odissea di Omero, i moderni alieni sono figli del ciclope Polifemo, delle sirene, del Minotauro. La fantasia continua a galoppare lontano dai territori del reale, e spesso incurante di questi, per raccontare la natura umana in chiave di metafora.

Ma questo pone una questione importante: fino a che punto ci si può spingere senza tradire la vocazione del genere di narrare vicende coerenti con le conoscenze scientifiche dell'epoca? Il viaggio di Ulisse descritto da Dante nel ventiseiesimo canto dell'Inferno è, a tutti gli effetti, narrativa fantascientifica, perché basata sulle conoscenze astronomiche dell'epoca. Il "Frankenstein" di Mary Shelley è anch'esso "narrativa di anticipazione", perché scritto in un'epoca in cui resuscitare i cadaveri con l'elettricità appariva plausibile.

Au contraire, Superman non è tecnicamente fantascienza, in quanto i suoi "super-poteri" non hanno una spiegazione scientifica, anzi sono decisamente implausibili, ma servono unicamente a far galoppare il nostro senso del fantastico. In realtà quello dei super-eroi è un po' un capitolo a sé stante, in cui l'irruzione di "novità scientifiche", verosimili o meno, non viene messa a disposizione dell'umanità (come nella narrativa fantascientifica, per studiarne gli effetti, sulla società) ma resa disponibile a singoli individui per inscenare relazioni meramente conflittuali.

Un ulteriore colpo di grazia alla verosimiglianza degli impianti fantascientifici è venuto dal cinema, che di recente prova addirittura a riscrivere la realtà con le nuove tecnologie di animazione virtuale. Nei decenni scorsi si è assistito ad un susseguirsi di innovazioni sceniche che hanno trovato immediata applicazione ai film in commercio. Ad oggi gli effetti speciali vengono perfino prima delle trame: se c'è l'effetto adatto il film si può realizzare, altrimenti si aspetta.

Il risultato sono pellicole come il "Godzilla", di Roland Emmerich, la cui trama si potrebbe riassumere in: "un lucertolone gigante scorrazza per New York abbattendo grattacieli e violando tutte le leggi della fisica e della biologia". Una creatura vivente, anche ammesso che riesca a crescere a quelle dimensioni, non potrebbe nemmeno uscire dall'acqua, figuriamoci camminare o mettersi a correre... (per ulteriori approfondimenti vi rimando ad un divertentissimo ed ormai celeberrimo articolo disponibile in rete: "The biology of B-movie monsters" di Michael C. LaBarbera) eppure, nella grossolana percezione del pubblico, anche quello è "fantascienza".

Arrivati a questo punto non si può che convenire sul fatto che la stragrande maggioranza di quello che viene definito narrativa fantascientifica andrebbe più pragmaticamente classificato come "fantasy pseudoscientifica", appellandosi non tanto ad una dimostrata verosimiglianza con le conoscenze attuali, quanto ad una pretesa "non inverosimiglianza" con quanto si sa.

Arthur Clarke ebbe a dire che "ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia", e su questo si può convenire, ma non vale la tesi opposta, ovvero che "ogni forma immaginabile di magia possa verosimilmente essere riprodotta con una tecnologia sufficientemente avanzata", che, all'apparenza, è esattamente quanto sembrano ritenere la maggior parte degli scrittori e sceneggiatori odierni in ambito fantascientifico.

Tradimento del genere o necessario adattamento per non soccombere? Non saprei dirlo. Resta il fatto che la fantascienza del terzo millennio ha cessato di credere nelle potenzialità speculative della mente umana sul proprio futuro e sulle questioni etiche e morali prodotte dall'innovazione scientifica, rifugiandosi in un empireo di fantasie rutilanti quanto gratuite ed inverosimili. E questo, duole dirlo, suona un po' come una resa.
mercoledì, 11 febbraio 2009
La vicenda umana di Eluana Englaro e della sua famiglia ha monopolizzato il dibattito politico nelle ultime settimane, facendo discutere, anche aspramente, sostenitori di opposte tesi. Ora che la questione, almeno per quello che riguarda i diretti interessati, è finalmente risolta, aggiungo alcune considerazioni personali a quanto già detto e scritto da altri.

La prima domanda di fondo emersa in queste settimane è, a mio parere, "di chi sia la vita", ed in che maniera ne possa disporre. La seconda, ben più complessa, cosa possa essere definito "vita". Su questa base si sono accavallate tesi ed antitesi, castelli di ipotesi inverificabili e retorica assortita, lasciando intoccati i veri nodi della questione.

Ovvero se "la vita" sia di proprietà dell'essere che la stia sperimentando, e questi possa gestirla nella pienezza del "libero arbitrio", o non piuttosto "donata" da un "essere supremo", che resti comunque l'unico "giudice" delegato a poterne disporre, tutelato in questo dalle leggi dello stato.

In realtà, ad oggi, a poter decidere cosa e chi mantenere in vita (e aggiungerei "come", ovvero "a quale prezzo") sono piuttosto i progressi legati alla scienza medica, ed è sull'uso o meno di questi che teisti e laici si accapigliano, non di rado mostrando più interesse per l'affermazione di principi astratti che per il benessere delle persone.

Non credendo in dio sono obbligato a schierarmi con la prima tesi, ma per quello che mi è stato insegnato del cattolicesimo devo ritenere che l'abbracciare la seconda comporti comunque, per i credenti, qualche dubbio etico non banale.

Ancora di più in un caso come questo, dove persino la definizione di "vita" appare incerta, e il termine stesso viene spesso brandito in maniera strumentale. A cosa dovremmo paragonare un corpo umano in stato neurovegetativo ormai da diciassette anni? Nella peggiore delle ipotesi... ad una pianta?

Certo, le piante sono "vive", ma non ci facciamo scrupoli a potarle, mangiarle, farne parquet o semplicemente distruggerle. E, da un altro punto di vista, una pianta quello è, non è mai stata altro di ben differente.

A maggior ragione non è mai stata un essere umano. Una donna, per di più, che ha espresso chiaramente la volontà di non diventare qualcosa di assimilabile ad un vegetale. La categoria "vita" è troppo generica per poterci aiutare a dirimere un caso come questo, e rischia di indurci a commettere semplificazioni grossolane.

E se questo corpo non fosse un "vegetale", ma il suo livello di coscienza tale da rendere la persona che lo abita pienamente consapevole, pur se incapace di qualsiasi azione? In tal caso recidere quella vita significherebbe davvero "uccidere" una persona. Ma una persona in quali condizioni?

Vidi un film, anni fa, "E Johnny prese il fucile", di Dalton Trumbo. Un film scomodo. Narrava la storia di un reduce americano della prima guerra mondiale col corpo completamente devastato da un'esplosione. Privo di braccia e gambe, cieco, sordo e muto, incapace di comunicare col resto del mondo è ospitato in un ospedale militare dove tutti pensano che anche il suo cervello sia parimenti distrutto.

Invece non è così, il cervello di Johnny è perfettamente lucido, ed alterna sogni della sua vita "di prima" (che nella pellicola sono scene a colori, a differenza delle immagini del presente filmate in bianco e nero) a periodi di veglia da incubo, in cui vi è solo buio, silenzio, e il dolore delle cicatrici e degli arti recisi.

Nella sua disperazione trova il modo di comunicare con la sua infermiera, battendo la testa sul cuscino in codice morse, ed inizia con lei un dialogo che culmina nella richiesta di poter morire, di poter porre fine ad un'esistenza priva di senso, fatta solo di vuoto, dolore e ricordi strazianti.

Ma l'infermiera commette l'errore di informarne i suoi superiori, i quali, temendo uno scandalo, la fanno trasferire, condannando definitivamente Johnny alla solitudine, alla disperazione ed alla follia.



Il caso di Eluana è certamente molto diverso, ma lo stesso se ne traggono conclusioni analoghe: una vita inaccettabile non può essere inflitta a qualcuno/a che non la desideri. Non è moralmente ammissibile costringere una persona in una condizione subumana contro la volontà della stessa esplicitamente e lucidamente espressa.

Pensando al film di Trumbo mi sono chiesto se si sarebbe potuto mandarlo in onda in una prima serata televisiva, ed al dibattito che avrebbe potuto farvi seguito. Dibattito di cui la nostra epoca avrebbe, ritengo, una estrema necessità, per affrontare e definire un'idea di "qualità della vita" che vada oltre il vuoto paradigma produrre/consumare che da decenni sta plastificando e sterilizzando le nostre esistenze.

Discutere di una vita "degna di essere vissuta", anziché della generica sussistenza dei segnali vitali. Discutere di "senso", anziché di riflessi automatici come il battito cardiaco e la respirazione. Ripensare un'umanità che non sia ridotta alle semplici funzionalità biologiche.

Ma non si è fatto. Si è preferito dar spazio alla usuale trita contrapposizione di opposte ideologie. E questo mi ha suggerito un parallelo inquietante: che la nostra intera società, la nostra cultura, sia ormai ridotta in una condizione paravegetativa analoga a quella di Eluana, fossilizzata dalla sedimentazione di steccati ideologici e partigianerie politiche, ormai priva degli strumenti intellettuali capaci di dar vita ad un pensiero critico collettivamente condiviso.

Subito dopo la morte fisiologica di Eluana, a conclusione di una vicenda umana personale e collettiva che ha investito l'intera nazione, si è registrato un record di ascolti per la puntata del "Grande Fratello". Nessuno scandalo, solo tanta tristezza. "The Show Must Go On".
sabato, 07 febbraio 2009
Con l'intenzione di ritrovare un vecchio amico che non leggevo da diverso tempo (non moltissimo, tutto sommato) ho saccheggiato questa vecchia raccolta di "racconti lunghi" dalla libreria che mia sorella ha lasciato, piena di "bestseller", a casa di mia madre.

Racconti lunghi, o romanzi brevi, definizione difficile da spiegare soprattutto agli editori, che infatti hanno accorpato quattro storie molto diverse in un unico volume, che raggiunge a malapena la mole di un romanzo medio di King. Meglio per noi lettori, direi, che evitiamo di riempire gli scaffali di esili volumetti e risparmiamo un po'.

In realtà tre su quattro di queste storie sono risultate talmente interessanti da trarci dei film. La copertina del 1991 riporta in grandi caratteri proprio il titolo del film tratto per primo, "Stand by me", lasciando in alto (e sulla costolina laterale) il titolo originale della raccolta: "Stagioni diverse".

La prima cosa che mi ha stupito è stato realizzare che dal primo racconto, "Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank", è stato tratto, successivamente alla pubblicazione di questo volume, un film ben più famoso: "Le ali della libertà", con Tim Robbins. Il racconto sembra la sceneggiatura del film, tanto è definito al millimetro. Gli autori della pellicola non hanno fatto altro che rimanere fedeli a quanto scritto da King fino all'ultima virgola, o quasi.

In realtà il finale del film è leggermente diverso, nel racconto il protagonista Dufresne scappa con i soldi che ha maturato investendo in azioni prima della condanna, anziché con quelli nascosti per conto del direttore del carcere, e quest'ultimo non si suicida in seguito allo scandalo. Il finale del film, per questo solo dettaglio, è migliore di quello del racconto. Ma appunto è un dettaglio in un affresco magistrale, il racconto scritto da King, che ha dato vita ad uno dei film più importanti nella storia del cinema.

Anche dal secondo racconto è stato tratto un film, "L'allievo". Non lo sapevo, né ho visto il film. Il racconto è buono, ma vive una sua dimensione claustrofobica che impedisce alla fantasia di King di aprire veramente le ali. Storia interessante, insomma, ma che non lascia il segno.

È invece sconvolgente la bellezza de "Il corpo", da cui è stato tratto "Stand by me". In poche decine di pagine King costruisce mondi dentro mondi, racconti dentro racconti, in una sorta di "Cappella Sistina" della letteratura. Per chi come me ha provato a misurarsi con la narrazione è un'esperienza devastante, il trovarsi al cospetto di un gigante.

Considerando quanto è faticoso, dopo tutti questi anni, trovare ancora qualcosa di veramente entusiasmante, questo racconto di King è quello che mi ci voleva. Una storia di cose minuscole, quattro ragazzi dodicenni che partono a piedi per andare a vedere un cadavere non ancora rinvenuto dalla polizia, che si trasforma strada facendo in un rito di passaggio all'età adulta, echeggiando vissuti ed emozioni comuni a ciascuno di noi.

E compie perfettamente quello che lo stesso autore scrive nella postfazione: "quello che ogni buon racconto dovrebbe fare... farti dimenticare per un po' la realtà che ti pesa sulle spalle e trasportarti in un luogo in cui non sei mai stato". King è uno che ci riesce, almeno con me. Non sempre, ma spesso.

Ed ancora ricordo come fu capace, con "IT", primo romanzo suo che mi capitò tra le mani (di cui però non ho amato il finale, troppo lungo e confuso) a farmi provare nostalgia di un luogo e di un tempo, il Maine degli anni '50, in cui non ero mai neppure lontanamente stato. Nostalgia! Vi sembra possibile? Signori: Stephen King.
mercoledì, 28 gennaio 2009

Ormai da un po' di tempo provo a seguire le dinamiche legate al problema del progressivo esaurimento delle risorse del pianeta. Tutto iniziò un paio d'anni fa, quando un messaggio postato sulla mailing list della Massa Critica romana mi introdusse alla teoria del "Picco di Hubbert", ovvero l'analisi del possibile "punto di non ritorno" della nostra civiltà, prodotta dal declino dei combustibili fossili e dell'energia a basso costo.

Da grande appassionato di speculazioni sul futuro del Mondo (cosa che dovrebbe riguardare tutti, dal mio punto di vista, salvo constatare che per la maggior parte delle persone non è così) ho spazzolato un po' il web alla ricerca di conferme e/o smentite della teoria. Nel frattempo si è verificata un'impennata brusca dei prezzi del petrolio, immediatamente seguita da una crisi finanziaria e da una altrettanto brusca recessione mondiale, quasi ad avvalorare la correttezza dei modelli matematici.

Ora stiamo attraversando un periodo di grande confusione, dominato da una spinta "inerziale" diretta alla prosecuzione del modello di sviluppo che ha caratterizzato i precedenti decenni, fondato sull'indimostrabile paradigma della "crescita indefinita" dell'economia. Essendo materia assolutamente fideistica, non è da escludere che gli eventi più drammatici si verificheranno quando apparirà evidente l'infondatezza di questa "fede".

Lo sviluppo economico attuale è prosperato per decenni sulla negazione delle proprie contraddizioni, sul consumo e la distruzione dell'esistente, sulla produzione di "ricchezza materiale" del tutto slegata dalla felicità effettiva ad essa collegata, sull'autosfruttamento delle popolazioni, sul dominio politico/militare di ampie porzioni "sotto-sviluppate" del pianeta, sull'insoddisfazione generalizzata indotta per mezzo della pubblicità.

Cosa succede quando l'occidente globalizzato è costretto a fare i conti con la cruda realtà della finitezza delle risorse, dopo avere ostinatamente preteso il contrario e negato l'evidenza dei fatti fino alla fine? Siamo qui per vederlo, ed immagino che non ci piacerà. Per quanto mi riguarda un po' di idee, molto grossolane, me le sono fatte, e mi piacerebbe discuterle con chi frequenta questo blog.

In primo luogo mi sono fatto l'idea che il mondo della finanza, come la "scienza" dell'economia, non tratti una materia reale, concreta, tangibile, ma bensì idee astratte, che il denaro circolante non misuri realmente la ricchezza (di una persona, di un'impresa, di una nazione) bensì l'idea collettivamente accettata di tale ricchezza.

Quest'idea è talmente slegata dalla realtà dei fatti che si fa presto a mandarla in crisi. Prendiamo ad esempio le "bolle speculative" cresciute e scoppiate negli ultimi decenni. Si parla di "miliardi di euro bruciati" dalle borse mondiali, si tace che quello che è sparito, in realtà, è un valore del tutto fittizio assegnato arbitrariamente. Nel concreto quella ricchezza non è mai esistita, ma ci avevano convinto del contrario, o meglio "ci eravamo" convinti del contrario.

Un grande bluff, insomma, ma un bluff collettivamente accettato e condiviso, un bluff su cui abbiamo scommesso il nostro futuro. Finché qualcuno, o perfino noi stessi, non chiederà di vedere che carte abbiamo in mano.

Oggi siamo tutti d'accordo che un dischetto di metallo equivale ad un pezzo di pane, cibo concreto e commestibile, o che un ritaglio di carta colorata equivalga ad un'intera cena, o ad un oggetto la cui costruzione ha coinvolto diverse persone, processi ed attrezzature sparse ai quattro angoli del pianeta, domani potrebbero ridiventare un semplice dischetto di metallo ed un ritaglio stropicciato di carta colorata.

Oggi potremmo pensare di andare a vivere in una nuova area residenziale, ben collegati da una rete stradale ad una varietà di centri commerciali, aree ricreative, luoghi di lavoro. Domani potremmo realizzare di aver comprato casa in un luogo dimenticato da dio e dagli uomini, troppo lontano da ogni area di un qualche minimo valore ed interesse contingente, senza fonti energetiche, o macchine manufatturiere, o terra coltivabile, privati, dalla crisi energetica, della maniera di spostarci rapidamente da un luogo all'altro.

Non è un caso se nei secoli le comunità si sono strette intorno a piccoli borghi autonomi, in cui accanto alle abitazioni prosperavano commercio ed artigianato, circondati da mura che li rendessero facilmente difendibili, e da aree agricole in grado di sostentarne la popolazione. La disponibilità di energia a costi bassissimi ha capovolto questo assunto, producendo il fenomeno dell'urban sprowling, la fuga verso i sobborghi, la proliferazione di villette e seconde case, la cementificazione su larga scala del territorio agricolo.

Costruire l'attuale organizzazione urbanistica ha richiesto più di un secolo, ma c'è da chiedersi se i presupposti in base ai quali si sia prodotta siano solidi, e quanto se ne salverà nel momento in cui tali presupposti dovessero nuovamente capovolgersi. Da un altro punto di vista, però, occorre valutare la distruttività intrinseca di questo modello di sviluppo, e domandarci quanto se ne salverà se i presupposti dovessero invece rivelarsi validi.

Abbiamo qui, a mio parere, due opzioni: da un lato il crollo della civiltà, ed il ritorno ad organizzazioni sociali caratteristiche di epoche lontane, una sorta di "nuovo medioevo" prossimo venturo, dall'altro la continuazione della "crescita", con conseguente progressiva distruzione di risorse, territorio, aria, acqua, in vista di un olocausto finale ancora più catastrofico, o della totale perdita della nostra umanità.

La terza opzione, quella di un ravvedimento collettivo, mi pare estremamente improbabile, ma forse è l'unica su cui valga la pena di fantasticare. Proviamo dunque ad immaginare che si inverta l'attuale tendenza a farci governare da arrivisti incolti e truffaldini, e si riesca a mettere in posti decisionali persone intelligenti, competenti e dotate di lungimiranza.

La prima questione da affrontare sarà la riduzione della dipendenza dai consumi energetici, che potrà essere affrontata sul breve periodo con sacrifici (case più fredde, meno illuminate, tempi più lunghi per gli spostamenti), e sul lungo termine con sistemi di risparmio energetico, fonti rinnovabili ed una riorganizzazione del territorio volta a minimizzare la necessità di spostare persone ed oggetti da un luogo all'altro.

Al posto di grandi città complessissime e fragili avremo insediamenti produttivi semi-autonomi simili ai borghi medievali, strutturati per rispondere al meglio ad esigenze produttive agricole o industriali, collegati da linee ferroviarie efficienti, di basso costo e manutenzione.

La produzione manifatturiera sarà caratterizzata da oggetti molto resistenti, duraturi e facilmente riparabili, e sul fronte opposto da materiali "di consumo" naturali e interamente riciclabili. Al posto di sterminate periferie di case monofamiliari isolate avremo piccoli borghi con collettività socialmente molto integrate, e con gran parte dei servizi e degli spazi in comune.

La ridotta esigenza di un ricambio continuo di oggetti d'uso comune farà sì che la gente che vivrà in questo ipotetico mondo di domani rischierà di avere molto tempo libero a disposizione per attività sportive, escursioni, attività culturali e per lo studio. La rete internet continuerà ad esistere, accessibile da spazi pubblici e privati, e diventerà la vera biblioteca del mondo, anche se i libri continueranno ad essere pubblicati perché economici, durevoli e, all'occorrenza, riciclabili.

Messa così non sarebbe un brutto mondo per viverci, anzi, rispetto all'attuale avrebbe addirittura dei grossi vantaggi, ma appunto per questo lo considero un'utopia non destinata a realizzarsi, perlomeno nell'arco delle nostre vite. La nostra specie non si adatta facilmente a forme relazionali ragionevoli e pacifiche, preferisce piuttosto esplorare i territori violenti e sanguinosi della guerra e della distruzione reciproca.

Secondo me faremo la fine di questi qua: