sabato, 07 novembre 2009
And the mercy seat is waiting
And I think my head is burning
And in a way I'm yearning
To be done with all this measuring of truth.
An eye for an eye
A tooth for a tooth
And anyway I told the truth
And I'm not afraid to die.


"E il trono della misericordia attende
E credo che la mia testa bruci
E in qualche modo io sto agognando
Di essere sottoposto a questa prova della verità
Occhio per occhio
Dente per dente
E comunque ho detto la verità
E non ho paura di morire"
Questa settimana è stata terribile. Prima la notizia della morte di Eva, poi l'eco rimbalzante attraverso tutti i social network, le parole di chi la conosceva, le foto di questa ragazza sorridente che ora non c'è più, la mia certezza di averla vista, più volte, in occasione dei picnic del mercoledì, la cappa di angoscia che è scesa su tutti noi.

Quindi il senso di infinita tristezza, e di impotenza, di fronte ad una ennesima "morte annunciata". La consapevolezza che è solo questione di tempo prima che tocchi a qualcun altro. La rabbia infinita di fronte ad istituzioni che fanno sempre meno del minimo indispensabile. L'indifferenza criminale di automobilisti che si preoccupano sempre e solo della propria sicurezza, mai di quella di chi hanno intorno, troppo intenti a nutrire il proprio egoismo.

"La strada è di chi se la prende" recita la
delirante pubblicità di un nuovo SUV, e probabilmente lo stesso si può dire della vita altrui, abbandonata in balia di mostri d'acciaio pesanti tonnellate lanciati a folle ed inutile velocità sulle strade urbane, senza nemmeno la protezione di una riga disegnata a terra. Senza diritti. Senza giustizia. Senza misericordia.

Giovedì sera ho partecipato ad una riunione spontanea, ed eravamo a decine. Tutte le "tribù" del ciclismo urbano, un attimo prima pronte a litigare ed a rinfacciarsi le rispettive ortodossie riunite intorno ad un tavolo dalla morte di una ragazza. Per la prima volta ci si è voluti incontrare di persona, decidere un'azione comune. È stato bellissimo, ma una voce insistente dentro di me si domandava: "Quanto durerà? Quanto tempo passerà prima che si torni a litigare come bambini?"

Venerdì mattina, andando in ufficio, il ritornello ipnotico della canzone di Nick Cave mi rimbombava in testa ossessivo, "an eye for an eye and a tooth for a tooth", "occhio per occhio, dente per dente", l'antichissimo codice di Hamurrabi urlava la sua martellante e seducente litania.

Quante volte si è talmente accecati dalla rabbia da voler fare propria questa legge, da volersi sostituire ad un giudizio, umano o divino, che non avverrà mai, che non sarà mai equo, e volersi fare giustizia da sé?

Venerdì sera abbiamo partecipato in silenzio ad
una fiaccolata spontanea sul luogo del delitto, via dei Fori Imperiali, una via che fa parte dei luoghi simbolo di questa città. Ci è stato impedito di lasciare una bici bianca legata al lampione di fronte al tratto di strada dove la vita di Eva è stata spezzata, ma abbiamo lasciato fiori, e candele, e messaggi.


Quel luogo, da ieri, è diventato per noi ciclisti romani un simbolo di quello che potrebbe succedere a chiunque di noi se non saremo in grado di cambiare le maledette regole del gioco che ci vedono, birilli umani, obbligati a condividere le strade con persone distratte, frettolose, indifferenti ed armate di autoveicoli mortali dalla potente mano delle "leggi di mercato".

Ed allora la rabbia diventa
lucida determinazione, da non sprecare in un atto inconsulto, in una vendetta sommaria. Una fiamma da mantenere accesa e bruciante dentro di sé, in modo che possa guidare le nostre azioni fino ad un obiettivo di civiltà, di sicurezza, di giustizia per tutti.

Per Eva. Per tutti quelli che quotidianamente si spostano in bici. Per i pedoni falciati sugli attraversamenti. Per i portatori di handicap. Per i bambini prigionieri di quest'assurda organizzazione urbana. Ed anche per loro, gli altri, gli adoratori del totem, del vitello d'oro, del "feticcio nerolucido", e che ad esso sacrificano le proprie vite, e quelle altrui, senza neppure rendersene conto.



Ely
mercoledì, 28 ottobre 2009

Ely - "Angelo del Cuore"

Una settimana fa seppellivamo Ely.

Non posso definirla un'amica. Ci si incontrava ai Ciclopicnic, scambiandoci un sorriso, un saluto, poche parole. Aveva ventisei anni, ed era una ragazza fragile, giovane e sfuggente. Dieci giorni fa è sfuggita del tutto, volando giù da una finestra. E lasciando tutti noi che la conoscevamo un po' più soli, più tristi, e con un enorme senso di vuoto dentro.

La morte, di per sé, è una realtà difficile da accettare. La scelta di morire è ancora più inconcepibile. L'idea che, in assenza di sofferenza fisica, la vita stessa diventi ad un certo punto talmente insopportabile da scegliere di rinunciarvi volontariamente appare totalmente priva di senso. Eppure ci sono persone, giovani, perfettamente in salute, intelligenti, in grado di trovare inaccettabile la propria stessa esistenza, e scegliere di porvi fine.

Nel monologo più celebre di tutta la storia del teatro William Shakespeare di questo faceva ragionare il principe Amleto. A distanza di quasi cinque secoli quell'interrogativo è ancora lì, irrisolto. Esplorarlo probabilmente ci costa troppa fatica. E le persone continuano a soffrire, e a morire.

Dopo la cerimonia funebre, parlandone tra noi, Manu (mia moglie) si è detta convinta che il "disagio psichico" sia uno dei grandi problemi "rimossi" del nostro tempo. Non sappiamo riconoscerlo, non sappiamo affrontarlo, non sappiamo guarirlo.

Io mi sono spinto un po' più in là. Per poter davvero fare i conti con il "disagio" di altri dovremmo essere in grado di misurarci con l'idea che il mondo così come è, come siamo abituati ad accettarlo, la nostra stessa organizzazione sociale, sia in realtà completamente folle, assurda, priva di senso.

Un mondo che vive di competizione esasperata, di apparenze, di "status symbol", di sfruttamento, di emarginazione, che isola le persone in spazi urbani alienanti. E che, invece di rimettere in discussione questi controsensi, bolla come "diverso", "disagiato", "instabile", chi non si conforma al paradigma dell'homo homini lupus.

Penso di aver conosciuto Ely la notte che "inventammo il ciclopicnic". Mai, nelle rare volte che l'ho incontrata, mi ha dato motivo di sospettare di queste sue difficoltà. Mi è sempre parsa una ragazza come tante altre, graziosa, simpatica. Niente che potesse far sospettare...

Poi, quando ho saputo cosa le era successo, ho cominciato a cercare pezzi di lei sparsi in rete, per provare a comprendere chi era stata. Troppo tardi ormai anche per questo. Il suo blog cancellato, le sue foto irreperibili. Non saprei spiegare perché, ma questa cosa mi ha turbato.

Ci affanniamo tanto per lasciare qualcosa del nostro passaggio, perché cancellare tutto? Perché questa "terra bruciata"? Eppure dovrebbe essere ovvio che una persona che sceglie di cancellare sé stessa applichi lo stesso principio a tutto ciò che la rappresenta.

Alla fine sono riuscito a trovare le foto dei suoi quadri, che non avevo mai visto (e non vi dirò dove si trovano...).

Ho già scritto tanto eppure sento di non essere riuscito a dire niente. Niente di importante. Niente che renda minima giustizia all'enormità del suo gesto. All'enormità di quello che non sapevamo di lei, di quello che non sapremo mai.

A confronto, forse, del poco che avremmo dovuto, e non siamo stati in grado di fare. Di tutto quello che non si può fare più. Dei pensieri, dei ricordi, dei rimorsi di chi nonostante tutto continua a vivere. Con un sorriso in meno. Con un pezzetto di vita in meno. Con un dolore in più. Mentre il mondo appare, tragicamente, ancora più assurdo del solito.
domenica, 09 agosto 2009


Mi sono reiscritto recentemente alla mailing-list della Massa Critica romana, giusto in tempo per invischiarmi in una di quelle discussioni sui "massimi sistemi" da cui non riesco proprio a stare alla larga. In buona sostanza un mio amico lamentava la delusione per una bicicletta pazientemente ed amorevolmente "rimessa in sesto" in una ciclofficina, in seguito divenuta il primo premio in una riffa di autofinanziamento, finita all'asta su e-bay anziché in giro per le strade romane. A questa addolorata constatazione ho risposto con considerazioni strettamente pragmatiche ("usate il ricavato della riffa per ricomprarvela") suscitando reazione infastidite da parte di altri partecipante alla lista, culminata con un invito ad aprire una riflessione su "la nostra impreparazione come gruppo (?) di fronte alla realtà che cerchiamo di cambiare".

Ho accolto l'invito, come sempre a modo mio, da "cane sciolto", fuori dal giro delle "ciclofficine popolari", e la risposta che mi è uscita di slancio è stata la seguente: "ti regalo da subito una chiave di riflessione: l'impreparazione nasce dal non volerla vedere, la realtà, perché se la guardi bene ti fa passare la voglia di fare qualunque cosa. Quindi giocoforza le persone "più attive" sono anche quelle meno adatte ad affrontare (termine in seguito aggiustato in "interpretare") la realtà. Per questo esiste il dialogo, il confronto, la discussione con gli altri, quelli "meno attivi", quelli che con la realtà hanno scelto di scendere a patti e ne hanno un'idea un forse po' più precisa."

La discussione è proseguita con ulteriori (pochi) scambi di battute, anche piccati, ma al di là di tutto il tarlo di quello che avevo testé affermato ha continuato a rodere nella mia testa. Dopo aver formulato la tesi della dicotomia tra comprensione del Mondo e speranza di cambiamento non potevo fare a meno di applicare le stesse considerazioni a me stesso ed al mio approccio con la realtà circostante.

Avendo vissuto in passato grandi speranze di cambiamento, ed avendole viste arenarsi di fronte all'atteggiamento conformista della maggior parte dei miei concittadini, mi risulta ad oggi molto difficile provare gli stessi slanci ed entusiasmi di vent'anni fa. Sono diventato disilluso e circospetto, e tendo ad evitare dolorosi "sprechi di risorse" di fronte a situazioni che non offrano sufficienti "margini di successo". In questo senso la mia maturata "comprensione del mondo" mi rende meno "attivo" di un ventenne privo di esperienza, che non vedrà gli stessi ostacoli e proverà, con pieno diritto, a perseguire le proprie idee ed iniziative con ben altro slancio.

Tuttavia mi sono anche reso conto che, in un altro senso, la sopravvenuta "comprensione ed accettazione della realtà" non ha ha prodotto un appiattimento sul conformismo dominante, bensì ha fatto sì che procedessi a ritagliarmi un mondo mio, fatto di spazi, usi, tempi e luoghi diversi da quelli della maggior parte dei miei concittadini. Un "mondo altro" in cui essere me stesso, ospitato negli interstizi dimenticati ed abbandonati dalla realtà circostante.

Un esempio. Stamattina ho inforcato la mountain bike e mi sono mosso per un giro di una ventina di chilometri, quasi tutto compreso tra i parchi urbani del comprensorio dell'Appia Antica. Sentieri per me familiari, ma che andando mi rendevo conto di come fossero sconosciuti non solo ai romani in genere, ma addirittura alla stragrande maggioranza degli abitanti del quartiere Tuscolano. Nei brevissimi tratti "di raccordo", in cui sono stato costretto a condividere la sede stradale con le automobili, ho approfittato di ogni metro di marciapiede libero per tenermene fuori.

Poi mi sono imbucato nel parcheggio deserto dell'ippodromo di Capannelle, ho varcato in entrata ed in uscita aperture nelle reti di recinzione, ho attraversato l'Appia Nuova per imboccare una stradina secondaria "senza uscita". Molti ciclisti leggono "strada senza uscita" e non realizzano che la segnaletica è per le automobili, la mia "strada senza uscita" invece diventa un sentiero che poche centinaia di metri più su sbuca direttamente sull'Appia Antica.

La "Regina Viarum" è un luogo che i romani conoscono bene, ma siccome è scomoda da raggiungere (potrei dire "per fortuna"), ed ancor di più da raggiungere con la bici sul tetto dell'automobile... risulta sempre pochissimo affollata. Difficile far capire ai romani che possono spostarsi direttamente "con" la bicicletta, difficile farli uscire dalle gabbie mentali che li spingono a percorrere in bici le stesse strade che farebbero in macchina, imbottigliandosi nel traffico.

Quello che potrebbe apparire un hobby, un passatempo è in realtà per me un'esigenza, una necessità. Vivere la realtà che i miei concittadini trovano abituale è al contrario fonte di stress. Sabato mattina ero in un megastore di articoli sportivi per acquistare un paio di scarpe da montagna. Anziché girare da una sezione all'altra desiderando questo e quell'altro dopo un po' mi sorprendevo a stupirmi di quante cose diverse "non" avessi bisogno.

Lo stesso discorso vale per gli appetiti intellettuali. Anziché seguire "l'ultima moda" vado cercando tracce di pensiero e di arte negli interstizi lasciati vuoti dai mass media, in internet, su blog semisconosciuti, cucendo insieme frammenti di senso partoriti da pensatori appartenuti a secoli diversi, a culture diverse. Come una sorta di intellettuale randagio.

Ultimamente, poi, non riesco più a seguire quella che viene spacciata per "politica", non so più che musicisti siano ora "sulla cresta dell'onda", o quali generi musicali vadano "per la maggiore", e da sempre non provo alcun interesse per lo "sport", o quello che viene ritenuto tale (p.e il tifo calcistico, o qualunque altro ambito che comporti lo star seduti in poltrona davanti ad uno schermo in cui della gente si affanni a compiere esercizi di resistenza fisica o di bravura).

Spesso mi accade di non saper cosa dire, di non aver padronanza dell'effimero al punto da non capire nemmeno "perché" dire. Mi guardo intorno ed aspetto paziente di poter tornare al mio "mondo altro". A cose che abbiano, per me, un senso.
martedì, 09 giugno 2009
foto

Alla fine, il laboratorio settimanale che mi ha tenuto impegnato negli scorsi mesi presso il teatro "Piccolo Re di Roma" ha partorito l'atteso saggio: "Istantanee". Siamo andati in scena con tre "corti" scritti da noi, come prevedeva il lavoro sulla drammaturgia propostoci all'inizio dell'anno da Giampiero Rappa, tre lavori molto diversi l'uno dall'altro.

Nel primo, "Fuori fuoco", io e Laura abbiamo messo in scena una coppia di amici alle prese con la crisi del matrimonio di lei e con una "resistibile" attrazione reciproca, che non sfocerà in un lieto fine. Nel secondo, "Zuppa zen", Sara, Cinzia e Rinalda hanno raccontato un frammento della vita di tre donne, una famiglia tutta al femminile, con due figlie in crisi coi rispettivi uomini e la madre, vedova da lungo tempo, che improvvisamente ritrova l'amore.

L'opera finale, "Soray", immaginata da Ilaria ed Annalisa, ha affrontato il delicato tema della follia e del doppio, con un uso molto più libero dello spazio e delle forme narrative, abbinando dialoghi e monologhi ad una gestualità fortemente simbolica, condita con momenti di danza.

È stato, a suo modo, un corso atipico rispetto ai precedenti. Il fatto di dividerci per sviluppare temi diversi ha dapprima frammentato il gruppo, ma col passare delle settimane la consapevolezza di stare lavorando ad un unico spettacolo ed il continuo feedback reciproco operato durante le prove ha finito col ricompattarci. Il pubblico ha apprezzato il risultato finale, gratificandoci con applausi e ringraziamenti non di circostanza. Tutto perfetto, quasi "da copione", se non fosse per un retrogusto amarognolo molto più intenso che negli anni passati, dovuto a diversi fattori.

In primis la sensazione di un ennesimo "capitolo chiuso", un'altra esperienza dietro le spalle cui non farà seguito nulla se non, forse, un nuovo laboratorio l'anno successivo che si aprirà e richiuderà su se stesso esattamente come i precedenti. D'altronde, che prospettive di crescita può avere un attore dilettante quando non c'è lavoro, o meglio non c'è pubblico, nemmeno per i professionisti? Il teatro è un'esperienza di cui questa società è ormai convinta di poter fare a meno, avendolo sostituito con cinema e dosi ipermassicce di televisione, e i risultati (ahinoi) sono sotto gli occhi di tutti.

Altra constatazione amara è legata a quella che potrei definire "la solitudine dell'artista". In tre serate, ed escludendo Emanuela, gli amici venuti espressamente a vedere il mio spettacolo sono stati solo quattro: Elena, Gianni, Fabrizio e Viviana che qui ringrazio formalmente. Altri non hanno potuto causa influenza, altri ancora per problemi familiari, ma la maggior parte, che si potrebbe stimare in diverse decine di persone, parecchie decine per la verità, è completamente mancata all'appello, scomparsa.

C'è un fatto, che probabilmente non è tanto chiaro a chi ha col teatro una frequentazione occasionale: uno spettacolo non è fatto solo dagli attori, non vive indipendentemente dal pubblico. La comunicazione che si sviluppa non è unidirezionale come quella del cinema o della televisione ma viaggia avanti e indietro. Lo spettacolo cambia a seconda di come il pubblico reagisce, perfino di come respira. Ho recitato per un pubblico estraneo, a posteriori me ne rendo conto. Un po' come dev'essere per gli attori professionisti... sensazione strana e non particolarmente piacevole.

C'è, inutile dirlo, una volontà comunicativa frustrata. Mettere in scena una "pièce" è come raccontare una storia, un pezzo di sé, ma con un investimento enormemente maggiore in termini di impegno, energie, organizzazione scenica. Serve un teatro con un palcoscenico, dei costumi, degli oggetti di scena, un tecnico che cambi le luci ed inserisca la musica, un regista... insomma una costruzione che dura settimane per uno spettacolo normale, e addirittura mesi per dei dilettanti come noi. Alla fine di tutto questo percorso chi c'era ad ascoltare la mia "storia", a viverla? Estranei. Chi ci sarà a discuterne con me? Quasi nessuno/a.

Sia ben chiaro, non voglio "buttare la croce addosso" a chicchessia: penso che di questa situazione la responsabilità sia in gran parte del sottoscritto. Mia la scelta, nel corso degli anni, di diluire le frequentazioni estendendole a gruppi di discussione on line, alle mailing list, ai forum, a decine se non centinaia di "presenze virtuali"... che alla fine virtuali restano. Mia la pretesa che contatti quotidiani via Facebook, o i Blog, o Cicloappuntamenti, potessero efficacemente sostituire una presenza concreta, un contatto interpersonale vero. Sbagliavo.

Mi è tornato in mente un film visto diversi anni fa, "Hello Denise", nel quale veniva rappresentata la vita quotidiana di un gruppo di amici sparpagliati in una grande città, New York, il loro incessante dialogare via telefono ad ogni ora del giorno e della notte ed il continuo rincorrersi e ripetersi reciproco: "dobbiamo vederci, dobbiamo vederci". Quando poi, alla fine del film, uno di loro organizza finalmente la cena per incontrarsi, gli altri non ci vanno: uno dopo l'altro arrivano fin sulla soglia della sua abitazione e non trovano il coraggio, o la motivazione, per suonare il campanello ed entrare.

A torto o a ragione mi sento esattamente così. La tentazione, in questa fase, è di azzerare tutto, ma non è così semplice... come pure non può esserlo continuare sulla stessa strada di sempre. Sarà l'ennesimo "momento di riflessione". Non preoccupatevi troppo se per un po' la mia "presenza virtuale" diventerà più evanescente, o se lo diventerà in via definitiva. Non è una minaccia, al più è una speranza.
mercoledì, 20 maggio 2009
Questo periodo dell'anno è particolarmente denso di attività che mi rendono difficile trovare il tempo di inserire nuovi post nel blog.



Il prossimo fine settimana, con partenza venerdì sera e ritorno lunedì, sarò al paesello nelle Marche per un po' di pedalate (tornerò sul leggendario monte Catria) e l'appuntamento con la tappa marchigiana del Giro d'Italia. Mi sono sempre chiesto cosa si provi ad aspettare la corsa in cima ad una montagna, ora forse lo scoprirò.



Il weekend successivo si terrà a Roma la quinta edizione della Ciemmona, per chi non sapesse di che si tratta consiglio la lettura di questa "fotocronaca" dell'edizione 2007.



Per chiudere "in bellezza", dal 5 al 7 giugno sarò in scena al teatro Piccolo Re di Roma per il saggio di fine corso. Quest'anno ci siamo cimentati con la scrittura teatrale, per cui metteremo in scena opere prime ed inedite di autori emergenti: noi.

Insomma, se nelle prossime settimane vi sembrerò "poco presente" non preoccupatevi troppo.
giovedì, 07 maggio 2009
Saranno anche piccole cose, ma non manco di rimanere colpito quando trovo in giro "tracce del mio passaggio". È una cosa che mi emoziona, ed anche un po' mi imbarazza, come quando si viene presentati a degli sconosciuti per essere "quello che ha fatto la tal cosa" (che in genere pare una roba talmente minima da non sembrare degna di menzione). Stavolta mi sono "ritrovato" citato da Cecilia Gentile, giornalista e scrittrice ("Buongiorno Senegal", Ediciclo editore), che in un suo racconto intitolato "Pag e le pannocchie di Marco P." (sic!) rievoca un episodio risalente ad un lontano viaggio in bici. Parte di questo racconto è stata pubblicata nel Blog dell'editore Ediciclo.

Scrive Cecilia:
"Ricordo il mio primo viaggio a pedali tanti anni fa in Bretagna, Francia. Eravamo in quattro. Avevamo programmato la prima settimana a nord per poi spostarci con il treno a sud, zona più turistica, raccomandata dalla guida. Ad un certo punto Marco P. propose di non prendere il treno, per rimanere ad esplorare la zona in cui già ci trovavamo, e affidarci solo alla bici. Ci fu una votazione. Ricordo che rimasi molto male, io volevo cambiare zona, e persi. “Ma qui ci sono solo pannocchie”, dicevo a Marco P. mentre pedalavo. “Magari potessi pedalare tutti i giorni in mezzo alle pannocchie”, mi rispose Marco P. Ecco, con il tempo, nei miei viaggi in bici, ho imparato a cercare e a trovare le mie pannocchie."

Devo essere onesto, questa frase sulle pannocchie proprio non me la ricordavo. Probabilmente perché mi sembrava, allora, una considerazione talmente ovvia da non meritare chissà quale attenzione. Direi, a posteriori, che in effetti lo era... ma altrettanto sintetizzava con estrema linearità ed efficacia un pensiero, un'idea. Ed è forse proprio questa capacità di sintesi che, sulla distanza, l'ha resa degna di menzione, capace di tratteggiare, nella sua essenzialità, un rudimentale abbozzo di "filosofia di vita".

Un'altra amica, in quegli stessi anni, mi tributava una cosiddetta "eleganza di pensiero", ovvero una capacità di semplificazione che, a suo dire, consentiva di arrivare alle soluzioni dei problemi ragionando "per linee rette" (la retta è, per definizione, la via più breve tra due punti). Non so se sia davvero così, ma mi capita spesso di dover faticare di più a spiegare concetti sostanzialmente semplici che non architetture logiche più complesse ed arzigogolate. Non saprei dire se questo mio "ragionare per linee rette" sia una forma di intelligenza o non, piuttosto, di stupidità. Comprendo facilmente il comportamento degli oggetti, non altrettanto bene le persone. So cosa è giusto per me ma ho grossi problemi a relazionarmi con un mondo di bisogni indotti, di conformismo, di opportunismo acritico come quello che mi circonda. L'uomo giusto al momento sbagliato, o forse solo l'uomo sbagliato, in un momento qualsiasi.

L'alternativa mi suggerisce che il mondo in cui viviamo, la cultura che assorbiamo, la maniera in cui la maggior parte delle persone organizza i propri pensieri è ancora molto lontana da una reale efficienza. La scuola si preoccupa molto più di riempirci la testa di concetti diversi, non di rado fra loro antitetici, che non di insegnarci la maniera di organizzarli. Un tempo lo si definiva col termine dispregiativo di "nozionismo", oggi è una parola che non si sente più. Il dubbio, o meglio, la preoccupazione, è che l'antico "nozionismo" abbia ceduto il passo non già ad una più adeguata forma di insegnamento, ma ad un nozionismo ancora più misero e scadente.

Sere fa mi hanno posto una domanda quantomeno bizzarra. Eravamo nel bel mezzo di una sessione di osservazioni astronomiche e stavo illustrando un po' di "rudimenti" ad una ragazza che si stava avvicinando all'astronomia. Questioni in prevalenza tecniche, finché non mi ha chiesto: "ma c'è una filosofia dietro tutto questo?" Penso di averle dapprima risposto che "filosofia", dal greco "philos sophos" significa "amore per la conoscenza", quindi l'astronomia è necessariamente "filosofia"... ma mi pareva di sfuggire la domanda.

Allora ho reinterpretato la frase in altri termini, immaginando che la questione fosse: "cosa mi dà l'osservazione del cielo". Ho parlato dell'esperienza diretta, non mediata, con l'infinito. Del divenire consapevole, lì ed in quel momento, del mio posto nell'Universo. Del comprendere, lì ed in quel momento, di far parte di una specie che si è elevata dai bisogni materiali per costruire macchine in grado di scrutare nell'immensità del Cosmo. Dell'osservare coi miei occhi e poco altro (lenti, specchi) oggetti antichi di miliardi di anni, posti a distanze incolmabili, inconcepibili.

Ed è, in fondo, la stessa filosofia che mi porta a pedalare in mezzo alle pannocchie, come se fossero una cosa nuova e mai vista. Perché la bellezza non è del mondo, ma del modo in cui lo guardi. La meraviglia non sta in quello che vedi, ma in quello che ti è dato di comprenderne. Non basta avere occhi se non si sa osservare. Non basta essere liberi, se della libertà non si sa che farsene. Non basta avere in dono il pensiero, se non si sa pensare.

Io ho questo modo di ragionare per linee rette. Nella vita di tutti i giorni non aiuta moltissimo, a volte è d'impiccio. Alle volte indica soluzioni che altri faticano a vedere. Ogni tanto, per fortuna, si rende utile.