sabato, 07 novembre 2009
And the mercy seat is waiting
And I think my head is burning
And in a way I'm yearning
To be done with all this measuring of truth.
An eye for an eye
A tooth for a tooth
And anyway I told the truth
And I'm not afraid to die.


"E il trono della misericordia attende
E credo che la mia testa bruci
E in qualche modo io sto agognando
Di essere sottoposto a questa prova della verità
Occhio per occhio
Dente per dente
E comunque ho detto la verità
E non ho paura di morire"
Questa settimana è stata terribile. Prima la notizia della morte di Eva, poi l'eco rimbalzante attraverso tutti i social network, le parole di chi la conosceva, le foto di questa ragazza sorridente che ora non c'è più, la mia certezza di averla vista, più volte, in occasione dei picnic del mercoledì, la cappa di angoscia che è scesa su tutti noi.

Quindi il senso di infinita tristezza, e di impotenza, di fronte ad una ennesima "morte annunciata". La consapevolezza che è solo questione di tempo prima che tocchi a qualcun altro. La rabbia infinita di fronte ad istituzioni che fanno sempre meno del minimo indispensabile. L'indifferenza criminale di automobilisti che si preoccupano sempre e solo della propria sicurezza, mai di quella di chi hanno intorno, troppo intenti a nutrire il proprio egoismo.

"La strada è di chi se la prende" recita la
delirante pubblicità di un nuovo SUV, e probabilmente lo stesso si può dire della vita altrui, abbandonata in balia di mostri d'acciaio pesanti tonnellate lanciati a folle ed inutile velocità sulle strade urbane, senza nemmeno la protezione di una riga disegnata a terra. Senza diritti. Senza giustizia. Senza misericordia.

Giovedì sera ho partecipato ad una riunione spontanea, ed eravamo a decine. Tutte le "tribù" del ciclismo urbano, un attimo prima pronte a litigare ed a rinfacciarsi le rispettive ortodossie riunite intorno ad un tavolo dalla morte di una ragazza. Per la prima volta ci si è voluti incontrare di persona, decidere un'azione comune. È stato bellissimo, ma una voce insistente dentro di me si domandava: "Quanto durerà? Quanto tempo passerà prima che si torni a litigare come bambini?"

Venerdì mattina, andando in ufficio, il ritornello ipnotico della canzone di Nick Cave mi rimbombava in testa ossessivo, "an eye for an eye and a tooth for a tooth", "occhio per occhio, dente per dente", l'antichissimo codice di Hamurrabi urlava la sua martellante e seducente litania.

Quante volte si è talmente accecati dalla rabbia da voler fare propria questa legge, da volersi sostituire ad un giudizio, umano o divino, che non avverrà mai, che non sarà mai equo, e volersi fare giustizia da sé?

Venerdì sera abbiamo partecipato in silenzio ad
una fiaccolata spontanea sul luogo del delitto, via dei Fori Imperiali, una via che fa parte dei luoghi simbolo di questa città. Ci è stato impedito di lasciare una bici bianca legata al lampione di fronte al tratto di strada dove la vita di Eva è stata spezzata, ma abbiamo lasciato fiori, e candele, e messaggi.


Quel luogo, da ieri, è diventato per noi ciclisti romani un simbolo di quello che potrebbe succedere a chiunque di noi se non saremo in grado di cambiare le maledette regole del gioco che ci vedono, birilli umani, obbligati a condividere le strade con persone distratte, frettolose, indifferenti ed armate di autoveicoli mortali dalla potente mano delle "leggi di mercato".

Ed allora la rabbia diventa
lucida determinazione, da non sprecare in un atto inconsulto, in una vendetta sommaria. Una fiamma da mantenere accesa e bruciante dentro di sé, in modo che possa guidare le nostre azioni fino ad un obiettivo di civiltà, di sicurezza, di giustizia per tutti.

Per Eva. Per tutti quelli che quotidianamente si spostano in bici. Per i pedoni falciati sugli attraversamenti. Per i portatori di handicap. Per i bambini prigionieri di quest'assurda organizzazione urbana. Ed anche per loro, gli altri, gli adoratori del totem, del vitello d'oro, del "feticcio nerolucido", e che ad esso sacrificano le proprie vite, e quelle altrui, senza neppure rendersene conto.



domenica, 18 ottobre 2009
Mi scuso con i frequentatori di questo blog per non essere riuscito ad inserire nulla da ormai troppo tempo. Può sembrare una sciocchezza, ma per me non lo è. Mantenere vivo un blog è un impegno anche e soprattutto nei confronti di chi lo legge. Mantenere viva una presenza è importante non solo per chi ci scrive.

Mi scuso anche perché questo post non rapprensenta quello che avrei voluto inserire. negli ultimi dieci giorni non ho avuto grandi "illuminazioni filosofiche", non ho vissuto esperienze indimenticabili, né particolarmente dense di pregnanti significati, solo la normale quotidianità fatta di lavoro, pasti, frequentazione di spazi di discussione on-line e meritato riposo.

Molto tempo ed attenzione mi sono stati portati via dalla nascita di un nuovo forum sulla mobilità ciclabile urbana, argomento che mi sta a cuore da anni ma non ha fin qui trovato una forma di espressione capace di incidere veramente sulle politiche cittadine.

Su questo blog avrei voluto scrivere di molte cose, ma nessuna in grado di dar vita ad una riflessione di ampio respiro. Avrei voluto scrivere di come invecchiano in fretta e drammaticamente i films di fantascienza di soli pochi anni addietro, di come è cambiata la vita di un appassionato di astronomia nell'era di internet, di come la società si imbarbarisce giorno dopo giorno, di quanto si assomiglino, tolte le apparenze superficiali, i signori della guerra talebani e gli amministratori di società che smaltiscono i rifiuti tossici ai danni delle popolazioni.

Avrei voluto ma non ci sono riuscito, e non so quando (e se) questa impasse si sbloccherà. Mi spiace.
domenica, 09 agosto 2009


Mi sono reiscritto recentemente alla mailing-list della Massa Critica romana, giusto in tempo per invischiarmi in una di quelle discussioni sui "massimi sistemi" da cui non riesco proprio a stare alla larga. In buona sostanza un mio amico lamentava la delusione per una bicicletta pazientemente ed amorevolmente "rimessa in sesto" in una ciclofficina, in seguito divenuta il primo premio in una riffa di autofinanziamento, finita all'asta su e-bay anziché in giro per le strade romane. A questa addolorata constatazione ho risposto con considerazioni strettamente pragmatiche ("usate il ricavato della riffa per ricomprarvela") suscitando reazione infastidite da parte di altri partecipante alla lista, culminata con un invito ad aprire una riflessione su "la nostra impreparazione come gruppo (?) di fronte alla realtà che cerchiamo di cambiare".

Ho accolto l'invito, come sempre a modo mio, da "cane sciolto", fuori dal giro delle "ciclofficine popolari", e la risposta che mi è uscita di slancio è stata la seguente: "ti regalo da subito una chiave di riflessione: l'impreparazione nasce dal non volerla vedere, la realtà, perché se la guardi bene ti fa passare la voglia di fare qualunque cosa. Quindi giocoforza le persone "più attive" sono anche quelle meno adatte ad affrontare (termine in seguito aggiustato in "interpretare") la realtà. Per questo esiste il dialogo, il confronto, la discussione con gli altri, quelli "meno attivi", quelli che con la realtà hanno scelto di scendere a patti e ne hanno un'idea un forse po' più precisa."

La discussione è proseguita con ulteriori (pochi) scambi di battute, anche piccati, ma al di là di tutto il tarlo di quello che avevo testé affermato ha continuato a rodere nella mia testa. Dopo aver formulato la tesi della dicotomia tra comprensione del Mondo e speranza di cambiamento non potevo fare a meno di applicare le stesse considerazioni a me stesso ed al mio approccio con la realtà circostante.

Avendo vissuto in passato grandi speranze di cambiamento, ed avendole viste arenarsi di fronte all'atteggiamento conformista della maggior parte dei miei concittadini, mi risulta ad oggi molto difficile provare gli stessi slanci ed entusiasmi di vent'anni fa. Sono diventato disilluso e circospetto, e tendo ad evitare dolorosi "sprechi di risorse" di fronte a situazioni che non offrano sufficienti "margini di successo". In questo senso la mia maturata "comprensione del mondo" mi rende meno "attivo" di un ventenne privo di esperienza, che non vedrà gli stessi ostacoli e proverà, con pieno diritto, a perseguire le proprie idee ed iniziative con ben altro slancio.

Tuttavia mi sono anche reso conto che, in un altro senso, la sopravvenuta "comprensione ed accettazione della realtà" non ha ha prodotto un appiattimento sul conformismo dominante, bensì ha fatto sì che procedessi a ritagliarmi un mondo mio, fatto di spazi, usi, tempi e luoghi diversi da quelli della maggior parte dei miei concittadini. Un "mondo altro" in cui essere me stesso, ospitato negli interstizi dimenticati ed abbandonati dalla realtà circostante.

Un esempio. Stamattina ho inforcato la mountain bike e mi sono mosso per un giro di una ventina di chilometri, quasi tutto compreso tra i parchi urbani del comprensorio dell'Appia Antica. Sentieri per me familiari, ma che andando mi rendevo conto di come fossero sconosciuti non solo ai romani in genere, ma addirittura alla stragrande maggioranza degli abitanti del quartiere Tuscolano. Nei brevissimi tratti "di raccordo", in cui sono stato costretto a condividere la sede stradale con le automobili, ho approfittato di ogni metro di marciapiede libero per tenermene fuori.

Poi mi sono imbucato nel parcheggio deserto dell'ippodromo di Capannelle, ho varcato in entrata ed in uscita aperture nelle reti di recinzione, ho attraversato l'Appia Nuova per imboccare una stradina secondaria "senza uscita". Molti ciclisti leggono "strada senza uscita" e non realizzano che la segnaletica è per le automobili, la mia "strada senza uscita" invece diventa un sentiero che poche centinaia di metri più su sbuca direttamente sull'Appia Antica.

La "Regina Viarum" è un luogo che i romani conoscono bene, ma siccome è scomoda da raggiungere (potrei dire "per fortuna"), ed ancor di più da raggiungere con la bici sul tetto dell'automobile... risulta sempre pochissimo affollata. Difficile far capire ai romani che possono spostarsi direttamente "con" la bicicletta, difficile farli uscire dalle gabbie mentali che li spingono a percorrere in bici le stesse strade che farebbero in macchina, imbottigliandosi nel traffico.

Quello che potrebbe apparire un hobby, un passatempo è in realtà per me un'esigenza, una necessità. Vivere la realtà che i miei concittadini trovano abituale è al contrario fonte di stress. Sabato mattina ero in un megastore di articoli sportivi per acquistare un paio di scarpe da montagna. Anziché girare da una sezione all'altra desiderando questo e quell'altro dopo un po' mi sorprendevo a stupirmi di quante cose diverse "non" avessi bisogno.

Lo stesso discorso vale per gli appetiti intellettuali. Anziché seguire "l'ultima moda" vado cercando tracce di pensiero e di arte negli interstizi lasciati vuoti dai mass media, in internet, su blog semisconosciuti, cucendo insieme frammenti di senso partoriti da pensatori appartenuti a secoli diversi, a culture diverse. Come una sorta di intellettuale randagio.

Ultimamente, poi, non riesco più a seguire quella che viene spacciata per "politica", non so più che musicisti siano ora "sulla cresta dell'onda", o quali generi musicali vadano "per la maggiore", e da sempre non provo alcun interesse per lo "sport", o quello che viene ritenuto tale (p.e il tifo calcistico, o qualunque altro ambito che comporti lo star seduti in poltrona davanti ad uno schermo in cui della gente si affanni a compiere esercizi di resistenza fisica o di bravura).

Spesso mi accade di non saper cosa dire, di non aver padronanza dell'effimero al punto da non capire nemmeno "perché" dire. Mi guardo intorno ed aspetto paziente di poter tornare al mio "mondo altro". A cose che abbiano, per me, un senso.
domenica, 05 luglio 2009


Nella lunga ed inesausta ricerca di spazi e luoghi poco frequentati dai miei simili mi accade di proporre e coinvolgere amici in esperienze improbabili. Dalle escursioni e viaggi in bici in località semi dimenticate dal turismo consumista e fracassone, alle nottate di osservazioni astronomiche in cima a montagne desolate, chi sceglie di seguirmi sa che l'assurdità apparente delle mie proposte ripaga con un senso di straniazione e di reale "divertimento", che come ho più volte spiegato, affonda le sue radici nell'idea di "divergere": allontanarsi da sé, da quello che si è o, più precisamente, da quello che nel tempo ci siamo abituati a pensare di essere.


L'ultimo di questi "esperimenti" è andato in scena lunedì scorso: girare in bici per le strade deserte di un centro città ancora immerso nel sonno, alle cinque di mattina. L'ho intitolata "L'alba nella città dormiente". Approfittando della festività di San Pietro e Paolo, Roma a quell'ora avrebbe dovuto essere perfino più deserta del solito, e la prossimità al solstizio estivo garantiva più di un'ora di luce prima del "risveglio". Sono riuscito a convincere alla "levataccia" solo otto persone, ma tutti/e hanno molto apprezzato l'esperienza.

Muoversi in bicicletta, un mezzo del suo silenzioso, attraverso una città deserta lascia esterrefatti. Ho realizzato che tutto sembra diverso per il semplice fatto che l'attenzione non è disturbata dal traffico, dal rumore, dalla necessità di prestare attenzione a non farsi investire. Attenzione che può concentrarsi nell'ammirare quello che abbiamo intorno. È altresì sconcertante rendersi conto di quanto il traffico ci porti via anche solo per il suo stesso esistere, e se non è il traffico è, pur molto meno grave, l'affollamento di vie e piazze centrali.

Detto questo lascerò la parola alle foto che, tra un colpo di pedale e l'altro, sono riuscito a scattare.

(n.b.: per non "appesantire" troppo la homepage ho "spezzato" il post, per vedere le altre foto dovete cliccare sul link in fondo "Continua a leggere")

domenica, 21 giugno 2009
(questo breve excursus non ha, ovviamente, la pretesa di esaurire l'argomento, né di dettar legge sulla materia, dal momento che prende spunto unicamente dalla mia esperienza personale, verificata in anni di attività escursionistica e proposta con successo a diversi altri ciclisti. Spero potrà rivelarsi utile anche ad altri ciclisti che leggeranno il post)

Parlare di ergonomia dell'andare in bicicletta non è semplice. Troppi sono i parametri che influenzano il relazionamento tra il corpo del ciclista ed il suo veicolo, troppe sono le variabili anatomiche da dover valutare.
Scegliere una bicicletta adatta alla propria taglia è solo il primo passo di una lunga serie di messe a punto ed ottimizzazioni, che possono risolversi, in caso di morfologie particolarmente atipiche, soltanto facendosi progettare un telaio su misura da un bravo artigiano. Per fortuna nella stragrande maggioranza dei casi si può ben adattare al proprio corpo un telaio commerciale senza sacrificare troppo in termini di comodità di guida e di performance.
In linea di massima le proporzioni che entrano in gioco nella sistemazione di una bicicletta sono principalmente quelle relative alla lunghezza delle gambe, al rapporto tra femore e tibia, al rapporto tra la lunghezza delle gambe, quella del busto e quella delle braccia.

La bicicletta che prenderò in considerazione per l'analisi posturale è una mountain bike XC (non un modello da discesa) di metà degli anni '90 con telaio da 19" che per il sottoscritto (1,74m) è prossimo al limite massimo, ma ho ben adattato alle mie esigenze. La geometria del telaio è classica di quel periodo, il tubo orizzontale ha un'inclinazione minima, più che altro dovuta all'innalzamento della serie sterzo conseguente al "trapianto" di una forcella ammortizzata in luogo di quella rigida originariamente presente.


Le considerazioni applicate a questa tipologia di bicicletta sono estensibili a qualunque altra tipologia, dalle bici da corsa a quelle "da viaggio", dal momento che i due requisiti di base da cui parte l'analisi, efficienza del lavoro muscolare e comodità di guida, sono comuni a qualsiasi ciclista. Una tipologia a cui quest'analisi non è applicabile è quella delle mountain bike "da discesa" (Downhill e Freeride), che nascono ottimizzate per la percorrenza di pendenze estreme e sono drammaticamente svantaggiate in salita. Un'altra è quella delle bici "da passeggio", senza cambio e prodotte per un'utenza dalle pretese minime in termini di percorrenze e tempi di utilizzo. Una terza, ancora più "atipica", è quella delle Recumbent, o "bici sdraiate".

La bicicletta che prenderò in esame è quindi in partenza "adatta" alle mie proporzioni anatomiche, che sono abbastanza nella media, non ha quindi richiesto interventi più drastici delle semplici regolazioni già disponibili per i diversi componenti della bici.
Ne approfitto per ribadire l'importanza, troppo spesso sottovalutata, di disporre già in partenza di un telaio "giusto" per le nostre misure. Adattare una bici troppo grande o troppo piccola produrrà quasi sempre risultati insoddisfacenti.

Questa è, nella mia esperienza, la posizione corretta da assumere in sella.


Tale posizione realizza diverse condizioni, in primo luogo un efficiente scaricamento della spinta articolare sul pedale.


E' importante che il ginocchio, nella posizione di spinta (corrispondente al punto più avanzato della traiettoria del pedale) sia prossimo alla verticale dell'asse del pedale stesso, e quindi ci vada a gravare direttamente sopra.
Questo si realizza spostando la sella in avanti o indietro (più spesso in avanti) facendola scorrere sui due binari su cui avviene il fissaggio, e si controlla con un filo a piombo, collocato in prossimità dell'articolazione del ginocchio.
Più in generale si deve realizzare una condizione complessiva di scaricamento del peso del ciclista sul pedale.


Se la posizione della sella risulta troppo arretrata la sensazione complessiva sarà di spingere i pedali "in avanti", anziché salirci sopra "in verticale". La condizione di massima resa si realizza quando il baricentro del corpo si approssima al punto di applicazione della spinta (il pedale in posizione avanzata). Esistono significative differenze nelle lunghezze dei bracci delle pedaliere (da 170 a 185mm), anche se le differenze finali sono poco percettibili sarà il caso di verificare se la lunghezza montata sulla nostra bici è coerente con la geometria del telaio e con la nostra corporatura.

Ruotando la pedaliera, quando il pedale raggiunge il punto più basso la posizione corretta è la seguente.


In questa posizione la gamba deve risultare distesa (anche se non eccessivamente) ed il piede deve tassativamente poggiare con il suo punto di spinta (la piega del metatarso, quella che appoggia a terra quando ci alziamo "in punta di piedi") direttamente sull'asse del pedale.


Oltre a far lavorare le articolazioni in maniera più efficiente, la distensione dei muscoli facilita lo smaltimento dell'acido lattico, responsabile della sensazione di fatica. Questa condizione si realizza agendo sull'altezza della sella, regolazione tipica in qualsiasi bicicletta. La posizione ottimale si raggiunge per tentativi, modificando l'altezza di mezzo centimetro alla volta e successivamente provando a pedalare. Al superamento del punto ottimale si percepirà il bacino ondeggiare verticalmente ad ogni pedalata, questo è il sintomo che l'altezza della sella è eccessiva: si tornerà alla posizione precedente e si provvederà a marcare tale posizione (p.e. graffiando una riga sul tubo reggisella con un cacciavite) per ripristinarla con facilità in ogni situazione futura in cui si renda necessario sfilare o abbassare la sella.
Attenzione alle scarpe che utilizzerete durante tale regolazione, devono essere le stesse che poi userete per pedalare: calzature con suole di diverso spessore richiederanno una correzione alla posizione verticale del sellino.

Una volta regolata la sella rispetto ai pedali bisognerà valutare la posizione del busto e delle braccia. La condizione da realizzare è quella della foto seguente.


Per ottenere uno scaricamento ottimale del peso del corpo sui pedali il busto dovrà essere inclinato in avanti di circa 45° rispetto alla verticale, e le braccia si distenderanno quasi perpendicolarmente rispetto ad esso (c.a 85°).
Tale posizione, a differenza delle altre viste fin qui, non è regolabile ma dipende dalla lunghezza orizzontale del telaio. Questo è anche il motivo per cui la regolazione verticale della sella, a differenza di quello che molti pensano, non è sufficiente per adattare una bicicletta al suo utilizzatore: occorre che l'intero telaio sia costruito in proporzione, altrimenti ci si troverà "sdraiati" in avanti, o al contrario troppo "contratti".
Va anche notato che anatomicamente la distanza tra le spalle ed i polsi è maggiore di quella tra le spalle e le ossa del bacino che poggiano sulla sella (tuberosità ischiatiche). Questo fa sì che la posizione del manubrio debba necessariamente essere più bassa di quella del sellino. La posizione sollevata della testa necessiterà di un adattamento della muscolatura della parte posteriore del collo, che verrà da sé col passare del tempo.

Esistono delle controindicazioni per tale assetto, motivate da patologie della spina dorsale e/o dei dischi intervertebrali. Per esperienza è da sconsigliarsi a chi soffra già di cervicale. In questi casi occorrerà valutare ogni singola situazione, ed individuare un assetto compatibile con la patologia riscontrata.

Per evitare che il sellino eserciti una fastidiosa (e a volte dolorosa) pressione sulla prostata o sui genitali femminili, la punta della sella dovrà essere leggermente inclinata verso il basso, al più orizzontale ma mai verso l'alto.



Se la punta del sellino arriva a produrre un fastidio a livello inguinale, il nostro corpo tenderà a compensarla ruotando indietro il bacino e causando un inarcamento della schiena assolutamente nefasto, che produrrà, oltre ad una posizione scomoda, il rischio di dolori alla colonna vertebrale.
La posizione inclinata in avanti della schiena, oltre a garantire una guidabilità ottimale della bici, preverrà i danneggiamenti da urti verticali in presenza di fondo stradale sconnesso.
Nel caso si verificasse una eccessiva lunghezza della bici, l'unico intervento possibile è la sostituzione dell'attacco manubrio con un modello più corto o (situazione ben più rara) più lungo, al fine di recuperare una posizione il più possibile prossima all'ottimale.

Altezza, avanzamento ed inclinazione verticale della sella vanno regolate di pari passo, ogni correzione dell'una richiederà un adattamento dell'altra, fino ad arrivare alla soluzione ottimale.

La sistemazione descritta ottimizza la bicicletta per il movimento, ma non per la sosta. La sella risulterà perciò troppo alta per poter semplicemente fermarsi e poggiare il piede a terra. Occorrerà abituarsi, da fermi, a scendere ogni volta dal sellino.


La cosa ha un senso se si pensa che in un'uscita in bici si passano ore a pedalare, mentre per fermarsi e ripartire occorrono pochi istanti. Questo però obbligherà ad apprendere due semplici movimenti per partire e fermarsi. Per partire si procederà dalla posizione illustrata nella foto, si porterà uno dei pedali in posizione avanzata (ruotando la pedaliera all'indietro), quindi con un unico movimento si "salirà" sul pedale (la bici si sposterà in avanti) e ci si siederà sul sellino. Per fermarsi si sceglierà di collocare uno dei due piedi nel punto più basso della pedaliera, e frenando il corpo scivolerà in avanti fuori dal sellino mentre l'altro piede si poggerà a terra. Questi due movimenti, per quanto possano risultare inizialmente "ostici", col passare del tempo finiranno a far parte di quel bagaglio di gestualità istintive che eseguiamo senza nemmeno pensarci su.

Non dobbiamo però pensare che l'utilizzo della bici si limiti ad una sola postura, ci capiterà sicuramente di dover ottimizzare la posizione in sella per far fronte ad esigenze "tecniche" del percorso, ad esempio in caso di discesa converrà poter spostare indietro il peso per aumentare l'efficienza frenante della ruota posteriore ed "alleggerire" quella anteriore, che potrà così più efficacemente superare eventuali ostacoli.


Oppure, nel caso delle salite o di ostacoli come cunette o buche, potrà rendersi necessario sbilanciare il peso in avanti.


Questi due movimenti, tanto semplici quanto spesso necessari, risulteranno molto limitati in presenza di un telaio più grande del necessario, rendendo l'atto del pedalare, oltre che più scomodo e stancante, anche inutilmente difficoltoso.

Da ultimo analizzerò la corretta disposizione dei comandi dei freni e del cambio.


Le leve dei freni dovranno essere abbassate fino a collocarle su una linea definita dal prolungamento degli avambracci. Dalla posizione "di marcia" saranno appena visibili al di sopra della barra del manubrio. Le leve del cambio dovranno muoversi parallelamente a quelle dei freni, questo già avviene per i comandi "integrati" (quelli in cui cambio e freni sono fissati ad un unico supporto), mentre dovrà essere verificato nei casi in cui i due comandi siano forniti separatamente. La posizione descritta ottimizza l'appoggio dei polsi sulle impugnature ed uno scaricamento ottimale delle sollecitazioni. Anche nel caso di frenate prolungate su un fondo sconnesso (si incontrano spesso lunghe discese nel corso delle escursioni, soprattutto in mountain bike) i polsi non soffriranno a causa di una postura errata.

Le leve dei freni di buona fattura dispongono inoltre di una regolazione della corsa per adattarsi a mani di diverse dimensioni. L'adattamento è necessario quasi per chiunque, dal momento che la posizione "standard" con cui le bici vengono fornite è al massimo dell'estensione e va bene, a mio parere, solo per i giocatori di pallacanestro capaci di tenere un pallone da basket con una sola mano.


La condizione ottimale di funzionalità si verifica quando la leva viene azionata con indice e medio, ed il lavoro di trazione operato dalle seconde falangi delle dita. La regolazione della battuta della corsa delle leve farà in modo che le nostre dita si trovino da subito in questa situazione, senza doversi allungare per raggiungere una leva troppo "avanzata".

L'argomento non si esaurisce qui, ma almeno penso di aver fornito le basi essenziali perché ognuno/a possa valutare con cognizione di causa la propria posizione in sella, ed aver fornito sufficienti indicazioni per poter pervenire ad una sistemazione ottimale.

(P.s.: un grande grazie ad Emanuela per le foto, la revisione del testo e la pazienza nel sopportare la "full immersion" necessaria per portare a termine questo lavoro)

N.b.: l'articolo è stato pubblicato anche sul Forum Cicloappuntamenti.
martedì, 02 giugno 2009


Da cinque anni a questa parte c'è almeno una cosa in cui siamo primi in Europa, ed è la grande Critical Mass di fine maggio. Non preoccupatevi se non ne sapete nulla: viviamo in un paese strano, dove manifestazioni politiche di quattro gatti assurgono alle cronache dei TG di prima serata e su feste popolari ed "autogestite" come la Ciemmona, che coinvolgono letteralmente migliaia di ciclisti invadendo festosamente le strade della capitale, cala una cappa di omertoso silenzio.


La "Ciemmona", nata dall'esperienza di Critical Mass (C.M. ...che si pronuncia "ciemme") nel 2004 col nome di "Roma Pedala" come esperimento estemporaneo, è negli anni diventata uno degli appuntamenti più attesi dei ciclisti della capitale e dei "ciclisti critici" del resto d'Italia e d'Europa. Si registrano ogni anno decine di presenze soprattutto da Spagna e Francia. Da quest'anno un'iniziativa simile, denominata "La Criticona", si svolge a Madrid all'inizio di maggio.

In cosa consiste la Ciemmona? Niente di più e niente di meno che una Critical Mass, beninteso tenendo conto del fatto che i partecipanti si contano in termini di migliaia. Ci si dà appuntamento in una piazza cittadina, si parte e ci si muove "senza piani prestabiliti" per la città. In realtà un gruppone così grande pone dei limiti alla scelta del percorso, ragion per cui ci si muove di preferenza su strade ampie, evitando di creare colli di bottiglia che immobilizzino troppo a lungo la coda della massa.


Questo per quanto concerne il fatto tecnico in sé, ma la cosa che mi interessa è raccontare cosa si prova a "starci dentro". La Ciemmona è un'esperienza unica perché è prima di tutto una festa, un grande carnevale delle biciclette in cui ognuno/a dei partecipanti racconta ed in qualche modo "mette in scena" una briciola della propria follia. Che pure già è folle, nel comune sentire ed a un primo rudimentale approccio, l'idea di usare la bicicletta per spostarsi nelle città italiane in generale, ed a Roma in particolare.

Follia e ribellione che prende la forma di bici impossibili, a due o tre piani, allungate, dilatate, colorate, di macchine a pedali che delle biciclette sono solo lontane cugine, di ibridi e chimere dalle forme improbabili. Oppure di vere e proprie maschere, clownesche ed irriverenti, di suoni ritmici prodotti sul momento, o musica "ciclotrasportata" con appositi sound-system, di fiori e colori. Una festa per gli occhi, e per le orecchie, la realizzazione estemporanea di un'utopia ciclabile in netta contrapposizione al grigiore inquinante, pseudo-efficientista e letale dei veicoli a combustibili fossili.


Quest'anno anche tanti bambini, ai quali la città è di fatto quotidianamente vietata per tacito accordo egoistico degli adulti. Bambini perennemente sequestrati dentro edifici ed autoveicoli che nella massa recuperano e sperimentano, forse per la prima volta, una libertà di movimento e di esperienza di vita che gli spetterebbe di diritto. Ed osservano la situazione con occhi increduli, fanno domande, che poi sono le stesse domande che si pongono gli adulti una volta strappati alla forma-mentis ed all'abitudinarietà in cui l'organizzazione sociale li costringe.

Per chi l'ha vissuta nei primi anni le edizioni attuali appaiono ormai ripetitive, e non potrebbe essere altrimenti. L'emozione straordinaria che provai nel lontano 2005 ad invadere la "sopraelevata", territorio "sacro" fin lì consacrato al feticcio automobile e vietato da sempre alle biciclette, penso non la proverò più. Adesso ci si torna ogni anno, ma ormai il "gesto primigenio" è compiuto, resta emozionante solo per chi non lo ha ancora sperimentato.


Ed è forse questo, più di altri, il motivo che mi spinge a restare affezionato alla Ciemmona, nonostante buona parte della sua carica sovversiva sia andata persa: la possibilità di farla vivere a chi non c'è mai stato, regalare un'esperienza agli altri. Quest'anno, oltre agli studenti ed al "popolo dei centri sociali", c'erano anche tante famiglie, con bambini. Manu, prima di me, pensando al nostro nipotino Davide, si domandava: "come guarderà il mondo dopo aver partecipato ad una Critical Mass a soli sei anni?".


Insomma la Ciemmona è una sorta di "macchina dell'immaginario" capace, anche solo per poche ore, di rappresentare l'esperienza di un mondo diverso. Un mondo in cui i bambini possono pedalare sulle strade, vivere la città. Un mondo dove è possibile respirare aria pulita, non viziata da migliaia di tubi di scappamento. Inutile interrogarsi se serva a qualcosa: è solo un sogno. Ma i sogni, a volte, cambiano il mondo.