lunedì, 07 settembre 2009
"Dopo tutto questo", di Alice McDermott, è una narrazione spiazzante: singoli fotogrammi della vita di una famiglia americana in un arco di tempo di quasi trent'anni durante i quali, apparentemente, non accade nulla. Nulla di più, almeno, della vita quotidiana, in cui gli eventi più drammatici possono essere il crollo di un albero a causa di un temporale, o un parto prematuro, o la raccolta di fondi per costruire la nuova chiesa, o una cena speciale. Si arriva alla fine del libro senza essere in grado di rispondere alla fatidica domanda: "di cosa parla?"

Già, "di cosa parla" questo romanzo? Di tutto, in realtà. Della vita, dell'amore, della morte, del dovere, delle piccole cose minuscole, quotidiane eppure essenziali di cui è fatta la nostra esistenza, e delle quali spesso non siamo neppure consapevoli. L'autrice riesce ad attirare la nostra attenzione su dettagli talmente minuscoli da mostrarci la trama stessa dell'esistenza, come a descrivere un dipinto non già narrando quello che vi è raffigurato, ma raccontando ogni singola pennellata.

Il risultato è stupefacente, perché nell'appassionato dipanarsi di vite  assolutamente comuni al lettore viene svelato l'appassionante romanzo della propria vita, quasi in un tentativo di insegnarci a vedere e leggere avvenimenti ai quali non siamo capaci di prestare attenzione, e che appena passati finiscono ben presto dimenticati, sostituiti da altri, in un continuo fluire.

Perché l'attenzione (come, in un vecchio proverbio, "la bellezza") sta nell'occhio di chi guarda. L'intensità delle emozioni sta nella nostra sensibilità, nella nostra capacità di comprensione, nella nostra empatia. E ci vuole un libro come questo, minimo e perfetto come una "Gioconda" della letteratura, per disvelare la grana grossa (spesso grossolana) di tanta narrativa "mainstream" di cui quotidianamente ci cibiamo.

Nella mia esperienza di lettore la cosa più simile a questo libro incontrata fin qui sono probabilmente i primi, sfortunati, tentativi di Philip K. Dick di scrivere romanzi non "di genere". Cose come: "Confessioni di un artista di merda", "L'uomo dai denti tutti uguali", "In terra ostile". Narrazioni troppo perfette della quotidianità per essere comprese ed apprezzate nel periodo storico in cui vennero scritte.

P.s.: ovviamente, un grazie a TIC per la segnalazione.
domenica, 26 luglio 2009


Correva l'anno 1986 ed il sottoscritto si ritrovava indosso una divisa, a svolgere il servizio militare in quel di Portogruaro (VE) alla caserma "Capitò". Nei lunghi ed inutili mesi di leva obbligatoria mi si offriva, tuttavia, l'occasione di conoscere uno spaccato molto vario di umanità, e di condividere ed approfondire numerosi interessi. Uno tra questi, che nella mia limitata cerchia di frequentazioni non avevo avuto modo di sviluppare riguardava la musica.


Poco prima di partire avevo infatti acquistato una delle invenzioni fondamentali di quel periodo, il "Sony Walkman", apparecchio capostipite degli attuali e diffusissimi iPod, in grado di rendere la qualità acustica della stereofonia, prima relegata ad imponenti ed inamovibili impianti casalinghi, facilmente trasportabile, sotto forma di agili musicassette, pressoché ovunque.

Dopo un'infanzia ed un'adolescenza trascorse ad assorbire passivamente quanto trasmesso da radio e tv di stato (a casa dei miei non si concepiva nemmeno lontanamente la necessità di "scegliere" la musica da ascoltare), la magica scatoletta a pile mi offriva finalmente l'opportunità di approfondire una materia nuova ed affascinante.

Ma "cosa" ascoltare, soprattutto senza spendere cifre di cui all'epoca non disponevo? A questa domanda venne bizzarramente in soccorso la mia assidua frequentazione di librerie, incluse le cosiddette "Remainders", specializzate nella rivendita sottocosto di edizioni invendute e fondi di magazzino.

In una di queste ebbi la fortuna di trovare numerosi fascicoli di una pubblicazione da edicola intitolata "Il Rock storia e musica", dove ad uno striminzito fascicoletto critico era allegata tanto di cassetta con i successi più significativi del relativo artista. Il passaggio dal "nulla" (o poco più) dei "Festival di Sanremo" alla ricchezza e varietà della produzione musicale anglosassone dei decenni precedenti fu traumatico quanto entusiasmante: Bob Dylan, Jimi Hendrix, Bruce Springsteen, I Police, Frank Zappa... c'erano più energia, idee musicali, emozioni in quella manciata di nastrini di quanti ne avessi incontrati nei lunghi anni di ignoranza giovanile, pazientemente coltivata dai redattori di polverosi palinsesti televisivi.

Non saprei dire se quella rivoluzionaria invenzione mi "salvò la vita", ma di sicuro mi ha evitato crisi depressive profonde. Potevo infilarmi le cuffiette sulle orecchie ed ascoltare la voce di Bruce Springsteen cantarmi della libertà fuori dalle mura della caserma, mostrarmi "la luce in fondo al tunnel". Potevo lasciare che la chitarra di Jimi Hendrix illuminasse di colori acidi e psichedelici il grigiore della mia vita in uniforme, o lasciarmi convincere da Bob Dylan che "i tempi stanno cambiando".

Ragionando anche di queste cose nelle lunghe ed inutili serate passate nei bar nelle ore di "libera uscita" finii con lo stringere amicizia con un ragazzo milanese, Andrea, lui sì appassionato di musica fino alla radice dei capelli, onnivoro e con gusti decisamente affini ai miei. Andrea diventò in breve il mio "spacciatore di musica strana", e cominciò a sgrezzare la mia rudimentale comprensione dei diversi generi musicali, erudendomi sulle differenze tra folk, blues, rock, jazz, country, fusion, new age, progressive, pschedelia e quant'altro.

Andrea aveva una sterminata collezione di migliaia di vinili, acquistati usati nel corso degli anni presso negozietti di settore, bancarelle e fiere, che si accresceva in continuazione. Divorava riviste di settore, "Mucchio Selvaggio" e "il Buscadero" in testa, per poi andare a rovistare tra l'usato in cerca di dischi ed artisti sconosciuti ai più. Non di rado tornava dalle licenze con manciate di cassette appena registrate dei suoi più recenti acquisti, e per solito mi sottoponeva quelle che pensava avrei trovato più interessanti.

Mi passava queste cassette, io le ascoltavo e poi commentavo: "questo mi piace... questo no... questo mi emoziona... questo mi lascia indifferente... questo è sincero... quest'altro è finto..." e via così. Un giorno mi confessò cosa lo stupiva di me e del mio rapporto con la musica: "io leggo recensioni di gente che ha passato la vita intera ad ascoltare dischi" mi confessò "diversi li frequento di persona, gente che conosce pressoché tutto lo scibile musicale prodotto fino ad oggi. Scrivono ed affermano cose sulle quali spesso non mi trovo d'accordo. Tu, al contrario loro, di queste cose non sai quasi niente, conosci quattro dischi in croce, hai abissi di ignoranza sconfinati ancora da colmare (niente da eccepire, ero il primo ad ammetterlo) eppure ascolti la musica ed istintivamente mi dici le stesse cose che ne pensano loro. Non capisco come sia possibile!"

Una delle principali fonti di divergenze tra noi era un tale Frank Marino, virtuoso della chitarra sullo stile di Hendrix. Andrea era un suo fan sfegatato mentre io, pur adorando Hendrix, trovavo Marino insopportabilmente noioso. "Non c'è emozione in questa musica" gli spiegavo, "solo tecnica. Niente cuore, solo cervello. È musica cervellotica... mi sembra di ascoltare un tizio che si masturba mentalmente suonando una chitarra!".

Un bel giorno se ne tornò con la consueta manciata di nastri, tra i quali figurava quello di un tale "Jackson C. Frank". Me lo fece ascoltare e me ne innamorai pressoché all'istante: canzoni per voce e chitarra dietro le quali aleggiava una tristezza infinita. Volevo saperne di più, ma nemmeno lui ne aveva mai sentito lontanamente parlare. Un disco come decine di altri, di uno sconosciuto cantautore inglese degli anni '60, tanto poco importante da essere ormai dimenticato. Un autore "minore", di cui a vent'anni di distanza si era persa ormai la memoria.

Seguì un dialogo di questo tenore.
Io: "Questo me lo devi assolutamente registrare"
Lui: "Questo? Ma sei sicuro? Questo qui non è nessuno!"
Io: "Non importa. Lo trovo bellissimo, struggente..."
Lui: "Frank Marino no, e un emerito sconosciuto sì? Proprio non ti capisco!"

La musica triste non ti "tira su" nei modi classici, non ti dà una "botta di allegria". Però offre conforto, ti dice: "non sei il solo ad essere triste, ascolta, sono triste anch'io, anzi, sono molto più triste di te, ma possiamo andare avanti, possiamo trasformare questa tristezza in qualcosa di bello". In quel periodo io non ero in grado di comporre musica... trasformai la mia tristezza in qualcosa che somigliava a delle poesie, e dovettero passare anni prima che mi fidassi abbastanza da farle leggere a qualcuno.

Quella singola cassetta mi accompagnò per anni. Finito il servizio di leva me ne tornai a casa, lasciai l'università, cominciai a lavorare, mi comprai un impianto stereo, cominciai a leggere riviste musicali, comprai ed ascoltai alcune centinaia di dischi, ma Jackson C. Frank restava un "signor nessuno", cancellato dal tempo, dagli anni e dalla memoria collettiva, insieme alle sue splendide canzoni.

Solo molti anni dopo, grazie ad internet, riuscii a risolvere il mistero di Jackson C. Frank, e mi trovai di fronte ad una storia di sfortuna quasi incredibile. Scampato miracolosamente ad un incendio nella sua scuola, in cui avevano perso la vita la maggior parte dei suoi compagni, il giovane Jackson (americano, non inglese) nei lunghi mesi di convalescenza in ospedale imparava a suonare la chitarra. Dieci anni dopo, come risarcimento per le ustioni che ancora lo segnavano, otteneva 100.000 dollari dall'assicurazione e decideva di partire per l'Inghilterra. Qui finiva col conoscere Paul Simon, che gli produceva il primo ed unico L.P. Due anni dopo, i soldi dell'assicurazione ormai quasi finiti, la scena musicale era cambiata al punto che a nessuno interessava più la sua musica. Le cicatrici fisiche e mentali della sua disgrazia giovanile lo precipitarono in una profonda depressione, che i medici scambiarono per schizofrenia curandola nel modo sbagliato. Ebbe un figlio che morì di fibrosi cistica. Finì a dormire sui marciapiedi. I danni delle ustioni lo paralizzarono. Fu quindi accecato da un colpo di fucile ad aria compressa, sparato da ragazzi che si divertivano a tirare a casaccio in mezzo alla folla ed alla fine morì, per complicazioni polmonari ed arresto cardiaco, nel '99, all'età di soli cinquantasei anni. Ora tutta la storia è raccontata (in inglese) su Wikipedia.

E, paradossalmente, a distanza di tanto tempo si comincia a riscoprirlo come uno dei grandi interpreti dimenticati di un'epoca ormai troppo lontana. Per me resterà sempre l'oscuro cantautore, che nel periodo più grigio della mia vita ha condiviso la meravigliosa eleganza e tristezza di una manciata di canzoni. Un piccolo grande artista con cui la vita ha giocato una delle sue partite forse più crudeli.

domenica, 05 luglio 2009


Nella lunga ed inesausta ricerca di spazi e luoghi poco frequentati dai miei simili mi accade di proporre e coinvolgere amici in esperienze improbabili. Dalle escursioni e viaggi in bici in località semi dimenticate dal turismo consumista e fracassone, alle nottate di osservazioni astronomiche in cima a montagne desolate, chi sceglie di seguirmi sa che l'assurdità apparente delle mie proposte ripaga con un senso di straniazione e di reale "divertimento", che come ho più volte spiegato, affonda le sue radici nell'idea di "divergere": allontanarsi da sé, da quello che si è o, più precisamente, da quello che nel tempo ci siamo abituati a pensare di essere.


L'ultimo di questi "esperimenti" è andato in scena lunedì scorso: girare in bici per le strade deserte di un centro città ancora immerso nel sonno, alle cinque di mattina. L'ho intitolata "L'alba nella città dormiente". Approfittando della festività di San Pietro e Paolo, Roma a quell'ora avrebbe dovuto essere perfino più deserta del solito, e la prossimità al solstizio estivo garantiva più di un'ora di luce prima del "risveglio". Sono riuscito a convincere alla "levataccia" solo otto persone, ma tutti/e hanno molto apprezzato l'esperienza.

Muoversi in bicicletta, un mezzo del suo silenzioso, attraverso una città deserta lascia esterrefatti. Ho realizzato che tutto sembra diverso per il semplice fatto che l'attenzione non è disturbata dal traffico, dal rumore, dalla necessità di prestare attenzione a non farsi investire. Attenzione che può concentrarsi nell'ammirare quello che abbiamo intorno. È altresì sconcertante rendersi conto di quanto il traffico ci porti via anche solo per il suo stesso esistere, e se non è il traffico è, pur molto meno grave, l'affollamento di vie e piazze centrali.

Detto questo lascerò la parola alle foto che, tra un colpo di pedale e l'altro, sono riuscito a scattare.

(n.b.: per non "appesantire" troppo la homepage ho "spezzato" il post, per vedere le altre foto dovete cliccare sul link in fondo "Continua a leggere")

martedì, 09 giugno 2009
foto

Alla fine, il laboratorio settimanale che mi ha tenuto impegnato negli scorsi mesi presso il teatro "Piccolo Re di Roma" ha partorito l'atteso saggio: "Istantanee". Siamo andati in scena con tre "corti" scritti da noi, come prevedeva il lavoro sulla drammaturgia propostoci all'inizio dell'anno da Giampiero Rappa, tre lavori molto diversi l'uno dall'altro.

Nel primo, "Fuori fuoco", io e Laura abbiamo messo in scena una coppia di amici alle prese con la crisi del matrimonio di lei e con una "resistibile" attrazione reciproca, che non sfocerà in un lieto fine. Nel secondo, "Zuppa zen", Sara, Cinzia e Rinalda hanno raccontato un frammento della vita di tre donne, una famiglia tutta al femminile, con due figlie in crisi coi rispettivi uomini e la madre, vedova da lungo tempo, che improvvisamente ritrova l'amore.

L'opera finale, "Soray", immaginata da Ilaria ed Annalisa, ha affrontato il delicato tema della follia e del doppio, con un uso molto più libero dello spazio e delle forme narrative, abbinando dialoghi e monologhi ad una gestualità fortemente simbolica, condita con momenti di danza.

È stato, a suo modo, un corso atipico rispetto ai precedenti. Il fatto di dividerci per sviluppare temi diversi ha dapprima frammentato il gruppo, ma col passare delle settimane la consapevolezza di stare lavorando ad un unico spettacolo ed il continuo feedback reciproco operato durante le prove ha finito col ricompattarci. Il pubblico ha apprezzato il risultato finale, gratificandoci con applausi e ringraziamenti non di circostanza. Tutto perfetto, quasi "da copione", se non fosse per un retrogusto amarognolo molto più intenso che negli anni passati, dovuto a diversi fattori.

In primis la sensazione di un ennesimo "capitolo chiuso", un'altra esperienza dietro le spalle cui non farà seguito nulla se non, forse, un nuovo laboratorio l'anno successivo che si aprirà e richiuderà su se stesso esattamente come i precedenti. D'altronde, che prospettive di crescita può avere un attore dilettante quando non c'è lavoro, o meglio non c'è pubblico, nemmeno per i professionisti? Il teatro è un'esperienza di cui questa società è ormai convinta di poter fare a meno, avendolo sostituito con cinema e dosi ipermassicce di televisione, e i risultati (ahinoi) sono sotto gli occhi di tutti.

Altra constatazione amara è legata a quella che potrei definire "la solitudine dell'artista". In tre serate, ed escludendo Emanuela, gli amici venuti espressamente a vedere il mio spettacolo sono stati solo quattro: Elena, Gianni, Fabrizio e Viviana che qui ringrazio formalmente. Altri non hanno potuto causa influenza, altri ancora per problemi familiari, ma la maggior parte, che si potrebbe stimare in diverse decine di persone, parecchie decine per la verità, è completamente mancata all'appello, scomparsa.

C'è un fatto, che probabilmente non è tanto chiaro a chi ha col teatro una frequentazione occasionale: uno spettacolo non è fatto solo dagli attori, non vive indipendentemente dal pubblico. La comunicazione che si sviluppa non è unidirezionale come quella del cinema o della televisione ma viaggia avanti e indietro. Lo spettacolo cambia a seconda di come il pubblico reagisce, perfino di come respira. Ho recitato per un pubblico estraneo, a posteriori me ne rendo conto. Un po' come dev'essere per gli attori professionisti... sensazione strana e non particolarmente piacevole.

C'è, inutile dirlo, una volontà comunicativa frustrata. Mettere in scena una "pièce" è come raccontare una storia, un pezzo di sé, ma con un investimento enormemente maggiore in termini di impegno, energie, organizzazione scenica. Serve un teatro con un palcoscenico, dei costumi, degli oggetti di scena, un tecnico che cambi le luci ed inserisca la musica, un regista... insomma una costruzione che dura settimane per uno spettacolo normale, e addirittura mesi per dei dilettanti come noi. Alla fine di tutto questo percorso chi c'era ad ascoltare la mia "storia", a viverla? Estranei. Chi ci sarà a discuterne con me? Quasi nessuno/a.

Sia ben chiaro, non voglio "buttare la croce addosso" a chicchessia: penso che di questa situazione la responsabilità sia in gran parte del sottoscritto. Mia la scelta, nel corso degli anni, di diluire le frequentazioni estendendole a gruppi di discussione on line, alle mailing list, ai forum, a decine se non centinaia di "presenze virtuali"... che alla fine virtuali restano. Mia la pretesa che contatti quotidiani via Facebook, o i Blog, o Cicloappuntamenti, potessero efficacemente sostituire una presenza concreta, un contatto interpersonale vero. Sbagliavo.

Mi è tornato in mente un film visto diversi anni fa, "Hello Denise", nel quale veniva rappresentata la vita quotidiana di un gruppo di amici sparpagliati in una grande città, New York, il loro incessante dialogare via telefono ad ogni ora del giorno e della notte ed il continuo rincorrersi e ripetersi reciproco: "dobbiamo vederci, dobbiamo vederci". Quando poi, alla fine del film, uno di loro organizza finalmente la cena per incontrarsi, gli altri non ci vanno: uno dopo l'altro arrivano fin sulla soglia della sua abitazione e non trovano il coraggio, o la motivazione, per suonare il campanello ed entrare.

A torto o a ragione mi sento esattamente così. La tentazione, in questa fase, è di azzerare tutto, ma non è così semplice... come pure non può esserlo continuare sulla stessa strada di sempre. Sarà l'ennesimo "momento di riflessione". Non preoccupatevi troppo se per un po' la mia "presenza virtuale" diventerà più evanescente, o se lo diventerà in via definitiva. Non è una minaccia, al più è una speranza.
mercoledì, 20 maggio 2009
Questo periodo dell'anno è particolarmente denso di attività che mi rendono difficile trovare il tempo di inserire nuovi post nel blog.



Il prossimo fine settimana, con partenza venerdì sera e ritorno lunedì, sarò al paesello nelle Marche per un po' di pedalate (tornerò sul leggendario monte Catria) e l'appuntamento con la tappa marchigiana del Giro d'Italia. Mi sono sempre chiesto cosa si provi ad aspettare la corsa in cima ad una montagna, ora forse lo scoprirò.



Il weekend successivo si terrà a Roma la quinta edizione della Ciemmona, per chi non sapesse di che si tratta consiglio la lettura di questa "fotocronaca" dell'edizione 2007.



Per chiudere "in bellezza", dal 5 al 7 giugno sarò in scena al teatro Piccolo Re di Roma per il saggio di fine corso. Quest'anno ci siamo cimentati con la scrittura teatrale, per cui metteremo in scena opere prime ed inedite di autori emergenti: noi.

Insomma, se nelle prossime settimane vi sembrerò "poco presente" non preoccupatevi troppo.
martedì, 21 aprile 2009


Capita di imbattersi in storie davvero incredibili, questa è una di quelle. La cornice è il "talent show" Britains Got Talent 2009, una via di mezzo tra "X-Factor" e "La Corrida" in cui degli assoluti sconosciuti si esibiscono di fronte ad una giuria. La protagonista è lei, Susan Boyle, 47 anni, scozzese, disoccupata. L'aspetto è quello di una vecchia zia nubile, niente di più stonato nella società dell'immagine, al limite dell'imbarazzante. Sale sul palcoscenico e per poco non le ridono in faccia, poi comincia a cantare, e guardate cosa succede!



(grazie a LaVyrtuosa per la segnalazione)