"Dopo tutto questo", di Alice McDermott, è una narrazione spiazzante: singoli fotogrammi della vita di una famiglia americana in un arco di tempo di quasi trent'anni durante i quali, apparentemente, non accade nulla. Nulla di più, almeno, della vita quotidiana, in cui gli eventi più drammatici possono essere il crollo di un albero a causa di un temporale, o un parto prematuro, o la raccolta di fondi per costruire la nuova chiesa, o una cena speciale. Si arriva alla fine del libro senza essere in grado di rispondere alla fatidica domanda: "di cosa parla?"
Già, "di cosa parla" questo romanzo? Di tutto, in realtà. Della vita, dell'amore, della morte, del dovere, delle piccole cose minuscole, quotidiane eppure essenziali di cui è fatta la nostra esistenza, e delle quali spesso non siamo neppure consapevoli. L'autrice riesce ad attirare la nostra attenzione su dettagli talmente minuscoli da mostrarci la trama stessa dell'esistenza, come a descrivere un dipinto non già narrando quello che vi è raffigurato, ma raccontando ogni singola pennellata.
Il risultato è stupefacente, perché nell'appassionato dipanarsi di vite assolutamente comuni al lettore viene svelato l'appassionante romanzo della propria vita, quasi in un tentativo di insegnarci a vedere e leggere avvenimenti ai quali non siamo capaci di prestare attenzione, e che appena passati finiscono ben presto dimenticati, sostituiti da altri, in un continuo fluire.
Perché l'attenzione (come, in un vecchio proverbio, "la bellezza") sta nell'occhio di chi guarda. L'intensità delle emozioni sta nella nostra sensibilità, nella nostra capacità di comprensione, nella nostra empatia. E ci vuole un libro come questo, minimo e perfetto come una "Gioconda" della letteratura, per disvelare la grana grossa (spesso grossolana) di tanta narrativa "mainstream" di cui quotidianamente ci cibiamo.
Nella mia esperienza di lettore la cosa più simile a questo libro incontrata fin qui sono probabilmente i primi, sfortunati, tentativi di Philip K. Dick di scrivere romanzi non "di genere". Cose come: "Confessioni di un artista di merda", "L'uomo dai denti tutti uguali", "In terra ostile". Narrazioni troppo perfette della quotidianità per essere comprese ed apprezzate nel periodo storico in cui vennero scritte.
P.s.: ovviamente, un grazie a TIC per la segnalazione.
Già, "di cosa parla" questo romanzo? Di tutto, in realtà. Della vita, dell'amore, della morte, del dovere, delle piccole cose minuscole, quotidiane eppure essenziali di cui è fatta la nostra esistenza, e delle quali spesso non siamo neppure consapevoli. L'autrice riesce ad attirare la nostra attenzione su dettagli talmente minuscoli da mostrarci la trama stessa dell'esistenza, come a descrivere un dipinto non già narrando quello che vi è raffigurato, ma raccontando ogni singola pennellata.
Il risultato è stupefacente, perché nell'appassionato dipanarsi di vite assolutamente comuni al lettore viene svelato l'appassionante romanzo della propria vita, quasi in un tentativo di insegnarci a vedere e leggere avvenimenti ai quali non siamo capaci di prestare attenzione, e che appena passati finiscono ben presto dimenticati, sostituiti da altri, in un continuo fluire.
Perché l'attenzione (come, in un vecchio proverbio, "la bellezza") sta nell'occhio di chi guarda. L'intensità delle emozioni sta nella nostra sensibilità, nella nostra capacità di comprensione, nella nostra empatia. E ci vuole un libro come questo, minimo e perfetto come una "Gioconda" della letteratura, per disvelare la grana grossa (spesso grossolana) di tanta narrativa "mainstream" di cui quotidianamente ci cibiamo.
Nella mia esperienza di lettore la cosa più simile a questo libro incontrata fin qui sono probabilmente i primi, sfortunati, tentativi di Philip K. Dick di scrivere romanzi non "di genere". Cose come: "Confessioni di un artista di merda", "L'uomo dai denti tutti uguali", "In terra ostile". Narrazioni troppo perfette della quotidianità per essere comprese ed apprezzate nel periodo storico in cui vennero scritte.
P.s.: ovviamente, un grazie a TIC per la segnalazione.



