sabato, 07 novembre 2009
And the mercy seat is waiting
And I think my head is burning
And in a way I'm yearning
To be done with all this measuring of truth.
An eye for an eye
A tooth for a tooth
And anyway I told the truth
And I'm not afraid to die.


"E il trono della misericordia attende
E credo che la mia testa bruci
E in qualche modo io sto agognando
Di essere sottoposto a questa prova della verità
Occhio per occhio
Dente per dente
E comunque ho detto la verità
E non ho paura di morire"
Questa settimana è stata terribile. Prima la notizia della morte di Eva, poi l'eco rimbalzante attraverso tutti i social network, le parole di chi la conosceva, le foto di questa ragazza sorridente che ora non c'è più, la mia certezza di averla vista, più volte, in occasione dei picnic del mercoledì, la cappa di angoscia che è scesa su tutti noi.

Quindi il senso di infinita tristezza, e di impotenza, di fronte ad una ennesima "morte annunciata". La consapevolezza che è solo questione di tempo prima che tocchi a qualcun altro. La rabbia infinita di fronte ad istituzioni che fanno sempre meno del minimo indispensabile. L'indifferenza criminale di automobilisti che si preoccupano sempre e solo della propria sicurezza, mai di quella di chi hanno intorno, troppo intenti a nutrire il proprio egoismo.

"La strada è di chi se la prende" recita la
delirante pubblicità di un nuovo SUV, e probabilmente lo stesso si può dire della vita altrui, abbandonata in balia di mostri d'acciaio pesanti tonnellate lanciati a folle ed inutile velocità sulle strade urbane, senza nemmeno la protezione di una riga disegnata a terra. Senza diritti. Senza giustizia. Senza misericordia.

Giovedì sera ho partecipato ad una riunione spontanea, ed eravamo a decine. Tutte le "tribù" del ciclismo urbano, un attimo prima pronte a litigare ed a rinfacciarsi le rispettive ortodossie riunite intorno ad un tavolo dalla morte di una ragazza. Per la prima volta ci si è voluti incontrare di persona, decidere un'azione comune. È stato bellissimo, ma una voce insistente dentro di me si domandava: "Quanto durerà? Quanto tempo passerà prima che si torni a litigare come bambini?"

Venerdì mattina, andando in ufficio, il ritornello ipnotico della canzone di Nick Cave mi rimbombava in testa ossessivo, "an eye for an eye and a tooth for a tooth", "occhio per occhio, dente per dente", l'antichissimo codice di Hamurrabi urlava la sua martellante e seducente litania.

Quante volte si è talmente accecati dalla rabbia da voler fare propria questa legge, da volersi sostituire ad un giudizio, umano o divino, che non avverrà mai, che non sarà mai equo, e volersi fare giustizia da sé?

Venerdì sera abbiamo partecipato in silenzio ad
una fiaccolata spontanea sul luogo del delitto, via dei Fori Imperiali, una via che fa parte dei luoghi simbolo di questa città. Ci è stato impedito di lasciare una bici bianca legata al lampione di fronte al tratto di strada dove la vita di Eva è stata spezzata, ma abbiamo lasciato fiori, e candele, e messaggi.


Quel luogo, da ieri, è diventato per noi ciclisti romani un simbolo di quello che potrebbe succedere a chiunque di noi se non saremo in grado di cambiare le maledette regole del gioco che ci vedono, birilli umani, obbligati a condividere le strade con persone distratte, frettolose, indifferenti ed armate di autoveicoli mortali dalla potente mano delle "leggi di mercato".

Ed allora la rabbia diventa
lucida determinazione, da non sprecare in un atto inconsulto, in una vendetta sommaria. Una fiamma da mantenere accesa e bruciante dentro di sé, in modo che possa guidare le nostre azioni fino ad un obiettivo di civiltà, di sicurezza, di giustizia per tutti.

Per Eva. Per tutti quelli che quotidianamente si spostano in bici. Per i pedoni falciati sugli attraversamenti. Per i portatori di handicap. Per i bambini prigionieri di quest'assurda organizzazione urbana. Ed anche per loro, gli altri, gli adoratori del totem, del vitello d'oro, del "feticcio nerolucido", e che ad esso sacrificano le proprie vite, e quelle altrui, senza neppure rendersene conto.



lunedì, 03 agosto 2009


Come molti dei frequentatori di questo blog già ben sapranno, una delle mie attuali preoccupazioni riguarda il "quando" e il "come" gli effetti dell'esaurimento delle risorse fossili  diverranno evidenti, e come reagirà a questo inevitabile, catastrofico, evento la nostra "civiltà" (ammesso che il termine sia ancora applicabile al delirio odierno). Mi affascina in particolare l'idea di osservare la situazione nel suo compiersi, consapevole del disporre di un punto di vista giocoforza viziato dalla collocazione dell'osservatore, spazialmente e temporalmente all'interno del sistema osservato.


Su questo argomento, tra le ultime cose che ho letto vi è un'analisi del collasso dell'Impero Romano letto attraverso la lente del Rapporto sui limiti dello sviluppo, pubblicato nei primi anni '70. Un lungo documento in formato PDF che è la riduzione di una conferenza tenuta alcune settimane fa dal prof. Ugo Bardi di ASPO-Italia ad un convegno promosso dall'associazione stessa. Bardi sviluppa un ragionamento parallelo tra le vicende dell'impero Romano e gli eventi attuali attraverso un'analisi comparata.

La cosa migliore, per la comprensione delle mie considerazioni, sarebbe leggere prima il ponderoso "paper" di Bardi, ma siccome consta di ben diciassette pagine dovrò tener conto del fatto che molti di voi leggeranno questo post fino alla conclusione prima di, eventualmente, affrontare una tale "impresa". Mi piace pensare che la lettura vi invoglierà a farlo.

La prima parte dell'analisi conferma quanto estremamente difficile sia rendersi conto dei lenti mutamenti epocali vivendoli dall'interno in prima persona. Dalle "Meditazioni" di Marco Aurelio alle fantasiose macchine da guerra di un anonimo funzionario imperiale del IV secolo fino al viaggio verso la Gallia di Rutilio Namaziano, appare evidente come la portata degli eventi in corso, che noi posteri possiamo inquadrare storicamente, sfuggisse ai contemporanei. Non ho alcun dubbio sul fatto che, analogamente, la portata degli avvenimenti in atto in questo momento sfugga anche a noi. Anche a quelli di noi che più si sforzano di comprenderli.

Stabilita l'estrema difficoltà di comprendere dall'interno il fenomeno, Bardi passa ad affrontare l'analisi delle cause del crollo dell'Impero Romano, partendo dal lavoro di Joseph Tainter sul "collasso delle società complesse". Il succo del lavoro di Tainter è che l'aumento di complessità che si rende necessario per gestire una fase di crescita (della ricchezza, della popolazione, del territorio), nel lungo periodo finisce con l'essere uno degli elementi determinanti del collasso, frenando e di fatto impedendo il riallineamento ad uno stato di minor complessità, compatibile con il ridotto livello di disponibilità energetica in cui il crollo del sistema si arresta.

Nel nostro caso abbiamo avuto a disposizione per decenni energia in abbondanza a costi estremamente bassi (il petrolio), ed abbiamo inventato innumerevoli modi per trasformare questa energia in oggetti reali, dando vita ad una sorta di gigantesco "paese dei balocchi" cui tutto l'occidente ha preso parte. Ma una volta che questo surplus energetico verrà a mancare, come tutto lascia supporre ed in parte si sta già verificando, la civiltà che abbiamo strutturato intorno ad esso, al pari dell'Impero Romano, non potrà più autosostentarsi e sarà obbligata a rivedere al ribasso non solo le aspettative dei singoli individui, ma anche, inevitabilmente, il grado di complessità raggiunto.

Uno dei "dettagli" su cui non sono d'accordo con Bardi (e con Tainter, ma probabilmente è solo una questione di definizioni...) è sull'identificare il picco della "civiltà" con quello della "complessità". L'aumento di complessità è una delle risposte che la società mette in atto per far fronte ai problemi generati dalla crescita, ma questo processo non è lineare ed i due termini non sono sinonimi. Il motivo della rapida "escalation" di una civiltà sta nella sua efficienza. Da questo punto di vista dobbiamo ritenere che l'Impero Romano fosse, nella sua prima fase, straordinariamente efficiente nel convertire ricchezza in complessità.

Oltre un certo punto, però, questo meccanismo comincia a perder colpi, presumibilmente nel momento in cui la curva di resa energetica si appiattisce e ci si trova con minor risorse a disposizione. In questa fase la strategia consistente nell'aumentare in complessità inizia a produrre inefficienze, anziché ottimizzazioni. A sostegno di questa tesi potrei portare un altro recente post di Bardi (fonte quasi inesauribile di modelli speculativi) su Scarsità ed ipernormazione.

Il mio parere è che la "complessità" continui a crescere ancora, quando la "civiltà" già declina. Nel dettaglio, per quanto posso osservare, nella nostra cultura il "picco della civiltà" è già stato superato mentre la complessità continua ad aumentare, sempre meno gestibile, ed il declino morale e culturale appare evidente. Quello stesso declino che non solo rende da ultimo impraticabile un ulteriore aumento di complessità, ma ben presto impedisce al sistema di riassestarsi su un qualunque inferiore livello pre-crisi, producendone il collasso.

Collasso, quindi, come conseguenza di una "ricchezza" venuta a mancare e di una complessità divenuta insostenibile ed incapace di ristrutturarsi. Uno dei fattori in gioco è, a mio parere, proprio quella che viene citata all'inizio dell'articolo attribuendola allo storico Gibbon: "la perdita di fibra morale", non già da attribuirsi alla diffusione del cristianesimo quanto come inevitabile sottoprodotto (in negativo) della crescita stessa.

Il processo che ho in mente si muove attraverso una serie di passaggi. In principio la società è organizzata in maniera molto rudimentale, a bassa complessità, e qualcosa le dà un minimo vantaggio strategico sulle culture adiacenti. In questa prima fase la vita è molto dura, ed agisce un efficiente processo di selezione sociale in base alle capacità: tutti sono consapevoli che la sopravvivenza ed il successo della collettività di cui si fa parte dipendono strettamente dal fatto di avere i migliori capi ed i migliori cervelli nelle posizioni chiave della società, e si fanno carico di ricoprire ruoli adeguati alle proprie capacità.

Questa "fase positiva", nel caso di Roma, durò diversi secoli. Un villaggio di combattivi pastori ed agricoltori si trasformò via via in una potenza tecnologica e militare, in grado di conquistare ed asservire prima la penisola italica, poi l'intero bacino del mediterraneo, strutturandosi a livelli di complessità crescenti. Ma giunti a questo punto le condizioni risultano cambiate, ed il meccanismo di "selezione in base alle capacità" perde di efficacia.

Come in un organismo vivente, in cui piccoli errori di trascrizione del DNA causano l'invecchiamento e la morte, così in un sistema ad elevata complessità tante piccole scelte sbagliate producono una marcata perdita di efficienza complessiva ed il conseguente declino. Questo, in buona sostanza, è quello che si può osservare nell'Italia dei giorni nostri, con l'ipernormazione, la burocrazia asfissiante, l'elevato livello di tassazione, la fuga dei cervelli, meccanismi elettivi che collocano persone inadeguate in posizioni chiave, perdita complessiva di consapevolezza nella popolazione, mancato rispetto delle regole, declino etico e morale.

Esiste, perciò, un fattore di "inerzia dei sistemi" tale da produrre inevitabilmente una crisi catastrofica. O, quantomeno, un lento scivolare verso il basso che a posteriori ci farà definire "crisi" l'attimo della presa di coscienza dell'avvenuto cambiamento. E c'è veramente poco da fare per far accettare ad una popolazione l'evidenza di un inevitabile scadimento rispetto agli standard di vita alla quale era stata abituata.

Per questo la parte finale dell'analisi di Bardi, quella che verte sul "che fare", è particolarmente disarmante, e concordo con lui sul fatto che sia virtualmente impossibile evitare l'evoluzione catastrofica degli eventi. La capacità di dare ascolto alle "cassandre" si perde quando la "complessità" cresce al punto da rendere l'intera organizzazione sociale incomprensibile ai più, e solo un enorme surplus energetico, qual'è stato quello degli ultimi cento anni, può consentire la sopravvivenza di un sistema in condizioni tanto critiche.

Cosa questo significherà dovremo scoprirlo sulla nostra pelle, e dubito che ci piacerà prendere atto di non avere più "la terra sotto i piedi".

mercoledì, 15 luglio 2009
Si discute parecchio ultimamente, in special modo in internet, del futuro del mondo del lavoro. La cosiddetta "crisi", relegata dai nostri mass-media fra le notizie di costume, non mostra segni di inversione di tendenza: i consumi rallentano, le aziende licenziano e chiudono, gli scambi internazionali di merci e materie prime sono ai minimi storici, i mercati segnano il passo, il costo dell'energia da combustibili fossili, dopo un anno di calmierazione probabilmente artificiale, ha ripreso a salire.

Cosa sta succedendo? In sostanza siamo prossimi al "fondo del barile", abbiamo estratto e consumato risorse non rinnovabili ad un ritmo forsennato per decenni ed è giunto il momento, per così dire, di "pagare il conto". Il petrolio, per fare l'esempio più classico e forse più significativo, ha circa un secolo di vita. Si è iniziato ad estrarlo negli Stati Uniti, dove affiorava praticamente al livello del suolo, si è proseguito forando e trivellando qua e là per il pianeta, scoprendo giacimenti molto consistenti ma anch'essi non illimitati, ed ormai non se ne scopre più di nuovi da un bel po'. Tra gli ultimi importanti vi sono quelli "off shore" scoperti nel Mare del Nord, ormai praticamente esauriti.

E qui entra in gioco il lavoro di Hubbert sulla "teoria del picco" e successivamente quello del "Club di Roma" che nel '72 pubblicava il "Rapporto sui limiti dello sviluppo". In sostanza esiste una relazione matematica ben definita che lega il tasso di scoperta di nuovi giacimenti al picco di estrazione di una determinata risorsa. Ogni volta che una risorsa fossile trova un utilizzo acquista valore, e si inizia a cercarne nuove fonti di approvvigionamento, dopo un po' le principali vengono individuate, ma nel frattempo i metodi di ricerca migliorano ulteriormente, fino al punto in cui la gran parte dei "giacimenti ricchi" è scoperta, poi si ha il "declino", nel senso che ne vengono trovati di nuovi ma "minori", e via via se ne trovano sempre meno.

Questo non significa che nel momento in cui la scoperta di nuovi giacimenti declina si è già in crisi, perché si continua allegramente ad estrarre da quelli in attività, ma Hubbert individuò un nesso di causa-effetto tra il "picco della scoperta" e quello della "produzione", predicendo che gli Stati Uniti avrebbero raggiunto il "picco produttivo" per il petrolio a metà degli anni '70. Questa predizione si è avverata, da allora la produzione USA è in declino, ma nel frattempo erano stati individuati nuovi giacimenti, situati in gran parte nella penisola araba, che hanno spinto la crescita dell'economia occidentale fino ai giorni nostri.

Cosa avviene quando si applica la teoria di Hubbert non già ad un singolo stato ma all'intero pianeta Terra? Le previsioni effettuate negli scorsi decenni datavano il raggiungimento del picco mondiale dell'estrazione di petrolio a cavallo della fine del presente decennio. Di fatto la crisi globale innescata dall'impennata dei prezzi di un anno fa ha prodotto una riduzione dei consumi, che si è riflessa in un calo nell'estrazione di petrolio. È difficile affermare se questa coincida o meno con il picco previsto da Hubbert, ma è molto verosimile che sia così. Allora perché nessuno ne parla?

La risposta a quest'ultima domanda è in realtà ovvia, nessuno ne parla perché sono temi scomodi, perché ci ritroviamo in una società in cui alla deresponsabilizzazione individuale fa da necessario contralto la deresponsabilizzazione collettiva. Dobbiamo constatare come il meccanismo di "delega democratica", invece di innescare una crescita sociale e culturale, ha prodotto nel nostro paese un crescente allontanamento della popolazione dai processi decisionali, ed una perdita di consapevolezza e responsabilità rispetto alle conseguenze dirette ed indirette delle proprie azioni. In un'epoca di "vacche grasse" hanno avuto migliori opportunità di essere eletti i partiti e quegli esponenti politici che, come imbonitori da fiera, hanno raccontato agli elettori quello che questi ultimi volevano sentirsi raccontare: "va tutto a gonfie vele", "non ci sono problemi", "andrà sempre meglio"; pompando nella popolazione quei valori di superficialità e mercificazione funzionali ad un moderno sistema capitalistico.

Forte della sua ricchezza, l'occidente ha nel tempo maturato un'egemonia culturale sul resto del pianeta basata sull'ideologia del "libero mercato" e sul paradigma della "crescita" indefinita, un'idea di continuo cambiamento in meglio in cui tutti si ritrovano sempre più ricchi man mano che il tempo passa. Un'impalcatura ideologica che mostra crepe impressionanti già ad una prima analisi molto rudimentale, ma che essendo fondata sull'egoismo individuale ha trovato quasi sempre una generalizzata, entusiastica ed acritica, adesione.

Ad un primo approccio molto superficiale l'idea di "crescita indefinita" pare soddisfare le umane pulsioni più di qualunque altra filosofia "limitante", ma basta ragionare appena un po' più a fondo per evidenziarne il sostanziale inganno. Basta, ad esempio, rendersi conto che il territorio a disposizione è limitato. Consideriamo quanto è successo a livello abitativo dal dopoguerra ad oggi. Nel primo dopoguerra è iniziata la "ricostruzione" del paese, e tutti quelli che lo hanno desiderato e ne hanno avuto la possibilità si sono costruiti, o comprati, la casa. Negli anni successivi si sono costruiti, comprati o ristrutturati la seconda casa. Per raggiungere questa seconda casa si sono comprati tutti un'automobile, il risultato è stato che le città si sono riempite di automobili, diventando ben presto invivibili.

A questo punto si è cominciato ad abbandonare le città, preferendo vivere "fuori", nei sobborghi, in villini monofamiliari connessi al tessuto urbano con strade e superstrade, di conseguenza il traffico su queste strade di adduzione è lievitato a livelli incompatibili con una decente qualità della vita, e si è finito col pagare il sogno della "casa nel verde" a prezzo di ore ed ore in coda per recarsi al lavoro. Tecnicamente si può affermare che siamo tutti "più ricchi", dal momento che possediamo più case, più automobili, più strade, quello che non possediamo più è il nostro tempo, disperso tra un ingorgo e l'altro, dissipato lungo la via, dentro scatole a ruote. È evidente come sull'altare del soddisfacimento di miopi egoismi sia stato depauperato un patrimonio inestimabile di "ricchezza non quantificata" in termini di cementificazione delle campagne, perdita di ore di vita personale e relazionale, degrado paesaggistico ed urbano, abbattimento della qualità della vita. Aggiungete a questo una progressiva crescita della popolazione ed otterrete di dipingere un affresco folle in cui, in capo ad un secolo, l'intera penisola sarà ricoperta di abitazioni.

Quindi ci troviamo di fronte ad un modello economico strombazzato e propagandato per decenni che già del suo, se fosse realistico, ci condurrebbe progressivamente a situazioni di assoluta invivibilità, ma la cosa più interessante è proprio il fatto che "realistico" non è, poiché basato sull'idea, impraticabile, di una disponibilità futura di energia e materie prime a basso costo simile a quella che abbiamo vissuto da un secolo a questa parte. Hubbert, e più recentemente i fatti concreti, ci insegnano che le cose non stanno in questi termini.

Ho più volte definito la condizione attuale, quella in cui la maggior parte delle persone oggi viventi hanno passato l'intera esistenza, come un'ubriacatura da petrolio: ora il petrolio ha imboccato la china discendente. Questo non significa che finirà domani o dopodomani, ma che se ne estrarrà sempre meno, e costerà sempre di più. Altre fonti energetiche, fossili e rinnovabili, non sembrano in grado ad oggi di prendere il suo posto per il loro basso rendimento effettivo. A parità di energia investita le altre risorse energetiche, fossili e rinnovabili, hanno un rendimento più basso, il che lascia sì un margine utile, ma incompatibile con l'attuale livello di consumi. Ad aggravare il quadro c'è il progressivo esaurimento delle materie prime.

L'analisi di Hubbert si applica a qualunque risorsa "fossile", dai metalli per l'industria al fosforo per i fertilizzanti agricoli, con in più un fattore economico legato al mercato energetico. Anche a parità di facilità di estrazione e lavorazione produrre una tonnellata di ferro ha un costo energetico in termini di petrolio necessario per azionare i macchinari di estrazione e trattamento del minerale grezzo. Nel prossimo futuro ci troveremo di fronte all'azione combinata di minor ricchezza dei giacimenti e maggiori costi energetici di lavorazione, il che farà salire rapidamente il costo delle materie prime e dei semilavorati. Questa non è una previsione, sta già accadendo. Ad esempio il prezzo del rame, componente essenziale nell'industria elettronica, si è triplicato nel volgere di pochi anni.

Terminata questa necessaria premessa posso procedere a tratteggiare, a tinte purtroppo fosche, il futuro che ci aspetta nella prossima decade. Il primo inevitabile riflesso di questa situazione è che tutto finirà col costare più di prima, dai carburanti per autotrazione, ad ogni tipo di merce e manufatto, ai prodotti alimentari. E' difficile prevedere che contraccolpi questo avrà sull'ordinamento sociale, ma la percezione dell'uomo della strada sarà di un progressivo impoverimento collettivo, e questo innescherà tensioni sociali a vari livelli.

Molte merci, di conseguenza, non si venderanno più, e cominceranno a riprender piede quelle attività artigianali legate al recupero e alla riparazione di oggetti usati. La corsa all'usa e getta degli ultimi decenni vedrà un'inversione di tendenza. Un altro cambiamento epocale riguarderà i trasporti, col declino da un lato dell'automobile privata, e dall'altro dell'insensato spostamento di merci da un capo all'altro del paese.

Coll'aumentare dei costi del carburante e delle materie prime ridiventerà concorrenziale il trasporto collettivo, su ferro e su gomma, mentre sulle tratte brevi si tornerà ad utilizzare la bicicletta, veicolo giunto ormai a livelli di efficienza ed affidabilità ben lontani da quelli a cui erano abituati i nostri nonni. Per contro l'espansione incontrollata del tessuto urbano subirà un brusco arresto via via che ci si renderà conto dell'impraticabilità di vivere troppo lontani dal proprio posto di lavoro. Un "urban sprawling" reso possibile dalla diffusione di massa del trasporto privato declinerà con esso, e si porrà il problema di recuperare i terreni ex-agricoli scomparsi sotto cemento ed asfalto.

L'aumento del costo dei carburanti per autotrazione si rifletterà direttamente sul costo delle derrate alimentari, prodotte fin qui grazie all'agricoltura meccanizzata. Si renderanno evidenti i nefasti effetti prodotti negli ultimi decenni con l'impoverimento dei suoli agricoli e, se non si arriverà nell'immediato a vere e proprie situazioni di emergenza alimentare, vedremo trasformarsi la nostra alimentazione nei termini di una riduzione del consumo di carni ed un simmetrico aumento del consumo di cereali. In prospettiva si torneranno a sfruttare quelle "terre marginali" che la meccanizzazione del lavoro agricolo ha reso non concorrenziali, innescando un flusso "di ritorno" dalle città alle campagne, ed il recupero di tecniche di coltivazione meno legate ai combustibili fossili.

Ma il passaggio probabilmente più drammatico riguarderà tutte quelle occupazioni figlie dell'attuale "filosofia dello spreco". Non potendo più far fronte alle esigenze basilari, dal cibo ai vestiti al riscaldamento di casa, interi settori industriali legati al "superfluo" declineranno molto rapidamente, producendo un'ondata di licenziamenti e chiusure di attività. Tutta questa mano d'opera in esubero dovrà essere gestita con adeguate politiche sociali, sussidi di disoccupazione e quant'altro si renderà necessario nel lasso di tempo richiesto dall'assestamento nel nuovo paradigma del "consumo sostenibile".

Molta di questa manodopera potrà essere riversata nel mercato delle attività artigianali, in lavori di riparazione e manutenzione dell'esistente, ma inevitabilmente si andrà incontro ad un periodo di insoddisfazione diffusa e tumulti sociali. Persone a cui è stato insegnato ad omologarsi ad un modello di vita basato sul possesso e sul consumo faticheranno ad adeguarsi ad un nuovo paradigma basato sul recupero, sul riuso, sulla parsimonia, e questo disagio sociale potrà essere facilmente strumentalizzabile a fini politici.

Perché il vero problema non sarà tanto quello di riabituarsi ad un livello di consumi e qualità della vita comunque superiore a quello vissuto dai nostri avi, quanto il fatto che questo assestamento sarà accompagnato da una percezione di arretramento rispetto alle aspettative maturate. Milioni di persone marceranno al grido di "ridateci quello che ci avevate promesso", le istituzioni perderanno di credibilità e con molta probabilità si finirà col ricadere, da più parti, in forme di governo ed organizzazione sociale non democratiche, che avranno il loro corollario di guerre pretestuose e tragedie assortite, come purtroppo la storia del ventesimo secolo ci insegna.

Se questa escalation spazzerà via la civiltà come la conosciamo, o se invece si riuscirà a percorrere una transizione graduale verso la sostenibilità, non è dato saperlo, come pure non è dato sapere quando ed a quale livello di civiltà il processo finalmente si assesterà. Prevedere il futuro non è possibile. Anche questa rapida carrellata di eventi non è altro che un'estrapolazione basata su quanto ci è dato di sapere al momento. Esistono altri problemi, enormi, legati all'indebitamento dei paesi ed alla virtualità dei mercati finanziari che possono aggravare sul breve termine, e di parecchio, gli sconquassi poc'anzi previsti. L'alternativa di una crescita continua ed incontrollata è, probabilmente, ancora peggiore, perché non farebbe che posticipare nel tempo e rendere ancor più catastrofici gli eventi sopra descritti. Sarebbe per me paradossale, ma non implausibile, verificare a distanza di anni il sostanziale ottimismo di queste mie previsioni.
domenica, 05 luglio 2009


Nella lunga ed inesausta ricerca di spazi e luoghi poco frequentati dai miei simili mi accade di proporre e coinvolgere amici in esperienze improbabili. Dalle escursioni e viaggi in bici in località semi dimenticate dal turismo consumista e fracassone, alle nottate di osservazioni astronomiche in cima a montagne desolate, chi sceglie di seguirmi sa che l'assurdità apparente delle mie proposte ripaga con un senso di straniazione e di reale "divertimento", che come ho più volte spiegato, affonda le sue radici nell'idea di "divergere": allontanarsi da sé, da quello che si è o, più precisamente, da quello che nel tempo ci siamo abituati a pensare di essere.


L'ultimo di questi "esperimenti" è andato in scena lunedì scorso: girare in bici per le strade deserte di un centro città ancora immerso nel sonno, alle cinque di mattina. L'ho intitolata "L'alba nella città dormiente". Approfittando della festività di San Pietro e Paolo, Roma a quell'ora avrebbe dovuto essere perfino più deserta del solito, e la prossimità al solstizio estivo garantiva più di un'ora di luce prima del "risveglio". Sono riuscito a convincere alla "levataccia" solo otto persone, ma tutti/e hanno molto apprezzato l'esperienza.

Muoversi in bicicletta, un mezzo del suo silenzioso, attraverso una città deserta lascia esterrefatti. Ho realizzato che tutto sembra diverso per il semplice fatto che l'attenzione non è disturbata dal traffico, dal rumore, dalla necessità di prestare attenzione a non farsi investire. Attenzione che può concentrarsi nell'ammirare quello che abbiamo intorno. È altresì sconcertante rendersi conto di quanto il traffico ci porti via anche solo per il suo stesso esistere, e se non è il traffico è, pur molto meno grave, l'affollamento di vie e piazze centrali.

Detto questo lascerò la parola alle foto che, tra un colpo di pedale e l'altro, sono riuscito a scattare.

(n.b.: per non "appesantire" troppo la homepage ho "spezzato" il post, per vedere le altre foto dovete cliccare sul link in fondo "Continua a leggere")

sabato, 27 giugno 2009


Oggi pomeriggio sono riuscito a trovare un'ora e mezza di tempo per vedere un film. Si intitola "Home" ed ha una particolarità: viene distribuito gratuitamente via internet, su Youtube, in alta definizione. Già questo è bastato a farmi saltare sulla sedia quando ne sono venuto a conoscenza. Le cose stanno cambiando in fretta, negli ultimi tempi. Non servono più società di distribuzione, una catena di cinema che lo proietti, dei canali televisivi che lo trasmettano: basta un po' di "banda" internet ed il film può essere fruito direttamente dal pubblico, a casa, su uno schermo in alta qualità.

Ma la cosa più interessante di "Home" sono, secondo me, i contenuti. "Home" è un lungo documentario sullo sviluppo della vita sul pianeta terra, e sui cambiamenti disastrosi prodotti dall'uomo negli ultimi decenni. Le immagini sono di una bellezza sconvolgente (anche se la compressione software le rende a volte un po' "plasticose":  ogni tanto si ha la sensazione di star guardando un'animazione digitale...) e raccontano il drammatico cambiamento climatico che sta avvenendo sotto i nostri occhi, nell'indifferenza generale.



Mi ha rimandato con la memoria ad un altro film, per certi versi molto simile, uscito a metà degli anni '80, il cui titolo era "Koyaanisqatsi - Life out of balance", impronunciabile parola in lingua Hopi, (una popolazione originaria dei deserti dell'Arizona) il cui significato veniva tradotto in diverse maniere:


ko.yaa.nis.qatsi (dall'originale in lingua Hopi)
1. vita folle.
2. vita tumultuosa.
3. vita in disintegrazione.
4. vita squilibrata.
5. condizione che richiede un altro stile di vita.
Il regista Godfrey Reggio tentò un'operazione che oggi può apparire commercialmente suicida: un documentario di sole immagini e commento musicale, lungo un'ora e mezza. E la musica era uno sconvolgente tappeto di tastiere di Philip Glass, passata alla storia. In novanta minuti e cinque "movimenti" le immagini raccontavano la creazione, l'avvento dell'uomo, la civiltà, l'accelerazione assurda della modernità e quindi la catastrofe, facendo un uso sapiente di riprese a tempo rallentato ed accelerato. Ricordo che lo vidi con un amico in un'arena estiva all'aperto, ed a tre quarti circa lui se ne andò adducendo le testuali parole "non ce la faccio a guardarlo, mi sto sentendo male", a cui io risposi qualcosa del tipo "scherzi? È fantastico!"

Oggi "Home" è un prodotto più tradizionale, c'è un commento parlato (nell'originale di Glenn Close) ed il significato è più esplicito, grossomodo: stiamo seriamente danneggiando l'equilibrio della vita sul pianeta, fra un po' potremmo dover fronteggiare condizioni climatiche che non si sono mai verificate negli ultimi milioni di anni, ovvero da quando i predecessori della nostra specie hanno assunto la postura eretta. Possiamo, anzi, dobbiamo prendere coscienza di questo fatto e cambiare strada, prima che sa troppo tardi.

Nonostante tutto, però, non riesco ad essere ottimista. L'esperienza dell'isola di Pasqua (menzionata a metà del film), ridotta nel volgere di pochi secoli da un paradiso di foreste tropicali ad una distesa desolata e priva di risorse, l'incapacità umana nel comprendere e gestire il risultato finale delle proprie azioni, mi pare ormai troppo evidente. La frase che accompagna le immagini afferma: "il vero mistero dell'isola di Pasqua non è come le sue strane statue sono finite lì, noi ora lo sappiamo, è perché il popolo Rapa-Nui non reagì in tempo". Non è un mistero, in fondo. Noi stiamo facendo esattamente la stessa cosa.

Il documentario ha un finale a mio parere contraddittorio, immaginando un possibile futuro di inesauribile energia solare ed eolica. Ma anche se così sarà, sostituendo il petrolio con altre risorse più pulite e rinnovabili (e io ne dubito), questo non ci impedirà di proseguire con le deforestazioni ed il consumo dissennato di risorse. Perché non possediamo lungimiranza. Buona catastrofe a tutti
domenica, 14 giugno 2009
Molti anni fa mi capitò di vedere un documentario sul Colosseo. C'era lo storico e critico d'arte Federico Zeri che commentava un'iscrizione posta attualmente all'ingresso dell'anfiteatro. L'iscrizione è questa (rintracciata su Wikipedia).



Zeri raccontava di come questa lapide, risalente al V secolo, testimoniasse la decadenza dell'impero romano. Cito a memoria: "l'iscrizione descrive un fatto importante, sicuramente costò molti soldi dell'epoca, e fu realizzata ed inaugurata in pompa magna dalle autorità, eppure le scritte sono storte, i caratteri irregolari, al contrario di come avveniva secoli prima, quando l'impero era al vertice del suo splendore. Questa iscrizione ci racconta di come a Roma, capitale imperiale, nel V secolo non ci fosse più un artigiano in grado di scrivere dritto".

Si rendevano conto, all'epoca, di questo declino? Presumibilmente no, dato che non è poi tecnicamente complesso il fatto di incidere il marmo. Semplicemente non erano più in grado di rendersene conto, accettavano questo fatto come normale, sebbene tutt'intorno a loro gli archi di trionfo vecchi di secoli raccontassero una realtà ben diversa.

Da quel giorno lontano un dubbio mi attanaglia: saremo in grado, noi contemporanei, di leggere i segnali del declino della nostra civiltà? In realtà il rischio è di registrarne fin troppi, al punto da restare confusi. In primis c'è un declino etico-morale della nostra intera classe politica, un pressappochismo diffuso, un muoversi dove tira il vento, accompagnato da un crollo evidente nello standard culturale richiesto a chi dovrà prendersi cura della cosa pubblica. Un popolo che sceglie di affidarsi a gente incolta, che anzi ha della cultura un sommo e sovrano disprezzo, sceglie di mettere il proprio futuro in cattive mani.

Ma i segnali, come dicevo, sono innumerevoli, e disegnano un quadro disperante. La vivibilità nei centri urbani è in costante degrado proprio a causa delle scelte operate da chi ci vive, mentre i pubblici amministratori sono più preoccupati di conservare le proprie ben remunerate poltrone (e carriere) che di operare scelte coraggiose per produrre un corretto funzionamento delle città.

Proprio ieri sono andato a dare un'occhiata al parco di Centocelle, inaugurato in pompa magna meno di tre anni fa ed ora in stato di totale abbandono. Quest'area era nata con molti errori che ne impedivano di fatto la fruizione ai cittadini, come segnalavo all'epoca sul Blog Romapedala in un post che invito ad andare a rileggere.

Invece di correggere quegli errori il parco, a fronte di una scarsa fruizione, è stato chiuso alla cittadinanza... ma non ai nomadi del campo Casilino900, adiacente a viale Palmiro Togliatti, che trovandosi a dovercisi spostare attraverso a piedi o in bicicletta hanno provveduto ad aprire degli opportuni varchi nelle recinzioni, dai quali chiunque può entrare a far danni. Lo stato in cui versano le strutture fresche di inaugurazione è desolante: panchine divelte, alberi abbattuti, sporcizia, polvere e degrado.









Nemmeno mi sento di fare una colpa ai Rom se occupano spazi che la popolazione dei quartieri limitrofi ha abbandonato a sé stessi. Che farsene di un parco pubblico quando si può stare comodamente seduti nel salotto di casa a farsi prosciugare il cervello dalla televisione? Segni di declino, portati di un'opulenza marcescente e destinata presto o tardi a finire.

Cosa potremmo paragonare alla lapide del console romano Decius Marius Venantius Basilius che orna l'ingresso del Colosseo? Qualcosa che dev'essere costato una cifra importante e ciononostante simboleggiare il declino di una cultura? La scorsa settimana l'intera città di Roma è stata tappezzata da questi cartelloni pubblicitari.



Che dire? Il "qualcosa in più" sono forse gli errori ortografici? Davvero nessuno se ne è accorto di quella "i" in tutto l'iter di ideazione progettazione grafica e stampa? Oppure ipotizziamo che sia stata una scelta volontaria, una trovata che qualche pubblicitario ha magari ritenuto "geniale", il risultato è che per la maggior parte delle persone che ha letto il cartellone ora "effervesciente" si scrive così, sbagliato. Complimenti al creativo. Almeno questi manifesti non dureranno venti secoli... ed in ogni caso la nostra pretesa "civiltà" durerà molto meno, sono disposto a scommetterci.