giovedì, 07 maggio 2009
Saranno anche piccole cose, ma non manco di rimanere colpito quando trovo in giro "tracce del mio passaggio". È una cosa che mi emoziona, ed anche un po' mi imbarazza, come quando si viene presentati a degli sconosciuti per essere "quello che ha fatto la tal cosa" (che in genere pare una roba talmente minima da non sembrare degna di menzione). Stavolta mi sono "ritrovato" citato da Cecilia Gentile, giornalista e scrittrice ("Buongiorno Senegal", Ediciclo editore), che in un suo racconto intitolato "Pag e le pannocchie di Marco P." (sic!) rievoca un episodio risalente ad un lontano viaggio in bici. Parte di questo racconto è stata pubblicata nel Blog dell'editore Ediciclo.

Scrive Cecilia:
"Ricordo il mio primo viaggio a pedali tanti anni fa in Bretagna, Francia. Eravamo in quattro. Avevamo programmato la prima settimana a nord per poi spostarci con il treno a sud, zona più turistica, raccomandata dalla guida. Ad un certo punto Marco P. propose di non prendere il treno, per rimanere ad esplorare la zona in cui già ci trovavamo, e affidarci solo alla bici. Ci fu una votazione. Ricordo che rimasi molto male, io volevo cambiare zona, e persi. “Ma qui ci sono solo pannocchie”, dicevo a Marco P. mentre pedalavo. “Magari potessi pedalare tutti i giorni in mezzo alle pannocchie”, mi rispose Marco P. Ecco, con il tempo, nei miei viaggi in bici, ho imparato a cercare e a trovare le mie pannocchie."

Devo essere onesto, questa frase sulle pannocchie proprio non me la ricordavo. Probabilmente perché mi sembrava, allora, una considerazione talmente ovvia da non meritare chissà quale attenzione. Direi, a posteriori, che in effetti lo era... ma altrettanto sintetizzava con estrema linearità ed efficacia un pensiero, un'idea. Ed è forse proprio questa capacità di sintesi che, sulla distanza, l'ha resa degna di menzione, capace di tratteggiare, nella sua essenzialità, un rudimentale abbozzo di "filosofia di vita".

Un'altra amica, in quegli stessi anni, mi tributava una cosiddetta "eleganza di pensiero", ovvero una capacità di semplificazione che, a suo dire, consentiva di arrivare alle soluzioni dei problemi ragionando "per linee rette" (la retta è, per definizione, la via più breve tra due punti). Non so se sia davvero così, ma mi capita spesso di dover faticare di più a spiegare concetti sostanzialmente semplici che non architetture logiche più complesse ed arzigogolate. Non saprei dire se questo mio "ragionare per linee rette" sia una forma di intelligenza o non, piuttosto, di stupidità. Comprendo facilmente il comportamento degli oggetti, non altrettanto bene le persone. So cosa è giusto per me ma ho grossi problemi a relazionarmi con un mondo di bisogni indotti, di conformismo, di opportunismo acritico come quello che mi circonda. L'uomo giusto al momento sbagliato, o forse solo l'uomo sbagliato, in un momento qualsiasi.

L'alternativa mi suggerisce che il mondo in cui viviamo, la cultura che assorbiamo, la maniera in cui la maggior parte delle persone organizza i propri pensieri è ancora molto lontana da una reale efficienza. La scuola si preoccupa molto più di riempirci la testa di concetti diversi, non di rado fra loro antitetici, che non di insegnarci la maniera di organizzarli. Un tempo lo si definiva col termine dispregiativo di "nozionismo", oggi è una parola che non si sente più. Il dubbio, o meglio, la preoccupazione, è che l'antico "nozionismo" abbia ceduto il passo non già ad una più adeguata forma di insegnamento, ma ad un nozionismo ancora più misero e scadente.

Sere fa mi hanno posto una domanda quantomeno bizzarra. Eravamo nel bel mezzo di una sessione di osservazioni astronomiche e stavo illustrando un po' di "rudimenti" ad una ragazza che si stava avvicinando all'astronomia. Questioni in prevalenza tecniche, finché non mi ha chiesto: "ma c'è una filosofia dietro tutto questo?" Penso di averle dapprima risposto che "filosofia", dal greco "philos sophos" significa "amore per la conoscenza", quindi l'astronomia è necessariamente "filosofia"... ma mi pareva di sfuggire la domanda.

Allora ho reinterpretato la frase in altri termini, immaginando che la questione fosse: "cosa mi dà l'osservazione del cielo". Ho parlato dell'esperienza diretta, non mediata, con l'infinito. Del divenire consapevole, lì ed in quel momento, del mio posto nell'Universo. Del comprendere, lì ed in quel momento, di far parte di una specie che si è elevata dai bisogni materiali per costruire macchine in grado di scrutare nell'immensità del Cosmo. Dell'osservare coi miei occhi e poco altro (lenti, specchi) oggetti antichi di miliardi di anni, posti a distanze incolmabili, inconcepibili.

Ed è, in fondo, la stessa filosofia che mi porta a pedalare in mezzo alle pannocchie, come se fossero una cosa nuova e mai vista. Perché la bellezza non è del mondo, ma del modo in cui lo guardi. La meraviglia non sta in quello che vedi, ma in quello che ti è dato di comprenderne. Non basta avere occhi se non si sa osservare. Non basta essere liberi, se della libertà non si sa che farsene. Non basta avere in dono il pensiero, se non si sa pensare.

Io ho questo modo di ragionare per linee rette. Nella vita di tutti i giorni non aiuta moltissimo, a volte è d'impiccio. Alle volte indica soluzioni che altri faticano a vedere. Ogni tanto, per fortuna, si rende utile.
sabato, 28 marzo 2009
Stamattina, sulla strada per un ennesimo convegno/incontro sulla ciclabilità romana, riflettevo sulle mie contraddizioni, sul mio dover necessariamente essere molte cose diverse. Ho smesso di camminare e mi sono messo a scrivere: quattro definizioni.

Poco più in là mi sono dovuto fermare di nuovo, per un "verso singolo", fulminante. Poi ho ripreso ad andare, ero già in ritardo. Ora non saprei più cosa aggiungere, questi due "pezzi sconnessi" mi sembrano già sufficienti e necessari.

Pochi giorni fa b.georg scriveva sul suo blog [falso idillio] proprio in merito all'imprevedibilità con cui la poesia si manifesta. Non so se sia questo uno dei casi, ma tenderei a dargli ragione...

L'ossimoro che cammina

Io sono il guerriero pacifista
Io sono il cristiano ateo
Io sono l'ossimoro che cammina
Io sono le mie contraddizioni

Muovo passi inattesi nella danza del mondo

sabato, 31 gennaio 2009
Chi mi conosce sa che non ci si può mai aspettare esattamente come reagirò ad una determinata situazione. Perfino sul lavoro, dove comunque fra colleghi non ci si prende eccessivamente sul serio, al di là delle battute a volte mi capita di mimare gesti e modi di attori famosi. Ad esempio, giorni fa, la camminata di Alberto Sordi in un film degli anni '70.

Queste piccole forme di "clownerie" non sono esattamente tipiche del comportamento adulto, dove invece domina l'autocontrollo e si cerca di dare di sé un'immagine seriosa ed artefatta. Al punto che mi è sorta la domanda: "ma perché lo faccio?" Domanda non banale, che ha richiesto una risposta non banale, arrivata d'istinto: "perché sono un attore".

Ed in effetti è una risposta che ha stupito un po' anche me. Già sentivo una vocina in fondo alla testa obiettare: "ma a chi vuoi darla a bere, tu sei un disegnatore meccanico, un ciclo-escursionista, un fotografo dilettante, un appassionato di astronomia, forse, ma un attore! Dai, solo per aver fatto due o tre laboratori teatrali... ci vuol ben altro. Gli attori veri sono quelli che lo fanno per professione".

Proprio a quel punto mi è tornato in mente Tizzano Val di Parma, il concorso "L'Ermo Colle", il "Giardino dei ciliegi" di Checov, e quella pazza estate di due anni fa. Erano mesi che non ci pensavo più, come capita in genere per tutte le cose troppo incredibili che ci sono accadute, cancellate giorno dopo giorno dai comportamenti ripetitivi ed abituali, dai riti della quotidianità.

"Io sono un attore", ho realizzato a due anni di distanza "perché sono salito su quel palco, di fronte ad un pubblico sconosciuto, ho recitato e mi hanno applaudito". Sono un attore perché lo sono stato, e non si torna indietro. Probabilmente ero troppo esausto per capirlo allora, ma adesso mi è assolutamente evidente, lampante come una consapevolezza tardiva.

Gianluca Bondi, che aveva curato il nostro percorso artistico e ci aveva trascinato nell'impresa, aveva provato a farcelo capire. "Ora non ve ne rendete conto", ci disse, "ma questo per voi è un momento davvero importante". Era vero.


E appunto in questi giorni vanno in scena, al teatro Piccolo Re di Roma, le ultime repliche dello spettacolo "Pinocchio", di Ursula Bachler. È un lavoro bello, straniante e commovente, basato sull'opera di Collodi e sulla rilettura della stessa fatta da Carmelo Bene diversi anni or sono. Lo avevo visto rappresentare un paio d'anni fa, come saggio di fine corso, e mi era talmente piaciuto che, questa volta, oltre ad andarmelo a rivedere ho allargato l'invito ad un bel po' di amici e conoscenti.

Locandina Pinocchio

Il nuovo allestimento è, ovviamente, migliore. A differenza di un saggio di fine corso, in cui il livello tecnico degli attori è abbastanza variabile, la compagnia messa in piedi dal "Piccolo Re", pur composta da non professionisti, si muove compatta su livelli espressivi molto alti. Uno spettacolo sicuramente faticoso, sia sul piano fisico che su quello emotivo, una lunga sarabanda onirica che trasferisce i terrori infantili al mondo degli adulti, restituendoci una visione grottesca e deformata della fiaba, capace di dialogare direttamente col nostro inconscio.

È stata una curiosa rimpatriata, l'altra sera. Tra il pubblico i compagni "di bicicletta" da me coinvolti accanto ai corsisti del laboratorio del giovedì, ed in scena amici ed amiche con i quali ho calcato le scene negli anni passati. Una bella fetta delle cose migliori che ho vissuto negli ultimi tempi. Un'occasione per tirare un po' di bilanci.

In primo luogo, perché fare teatro? I motivi possono essere molti e diversi, ma al fondo di tutto c'è la spinta a cercare e scoprire qualcosa di nuovo, che non conosciamo ancora. Qualcosa di diverso, in noi e negli altri. E questa è la prima evidenza che mi ha colto: non c'è niente di più noioso del fare le cose che già sappiamo fare.

Poi ci metterei una componente di sana follia, il desiderio di ritrovare qualcosa che avevamo, e ci rendiamo conto di aver perso per strada. Si entra in questo gioco proprio per riscoprire l'importanza del gioco. E questo è un altro punto essenziale che ho capito. È una cosa che da bambini sappiamo benissimo, ma impieghiamo anni a disimparare: il gioco, nella vita, è l'unica cosa vera ed importante.
martedì, 25 novembre 2008
"Trova il cambiamento, prima che il cambiamento trovi te."

Questa frase mi è uscita fuori mentre stavo commentando una discussione on-line su crisi, mercato e finanza. Il senso è che la nostra società, la nostra cultura, le nostre abitudini dovranno cambiare, altrimenti vi saranno comunque costrette, in maniera ben più traumatica, dall'esaurimento delle risorse. Tuttavia rimane un valido suggerimento anche se applicata alle vicende umane e personali.

La cosa interessante, a mio parere, è che nasce come considerazione seria dalla parafrasi un analogo "motto" umoristico, quel "Trova il Signore, prima che il Signore trovi te!", inventato anni fa da Corrado Guzzanti nella parodia dei predicatori televisivi. In genere avviene più spesso il contrario: dal serio all'umoristico.
mercoledì, 19 novembre 2008
"Quando una minoranza opprime una maggioranza, si può chiamare in molti modi: Dittatura, Oligarchia, Tirannide...
Quando invece è una maggioranza ad opprimere una minoranza, si può anche chiamare Democrazia"
(M.P.)

Questo aforisma l'ho concepito diversi anni fa, ma fin qui non l'ho mai trovato citato a nome di altri, per cui... è mio.
martedì, 14 ottobre 2008
"La bicicletta è una macchina che trasforma il lavoro muscolare in... paesaggi"
(M.P.)

Questa battuta ha diversi anni, ormai. E' stata per parecchio tempo parte della "firma" che apponevo in automatico in calce alle mie e-mail e so che un'associazione Fiab la utilizzò in uno o più dei propri calendari annuali degli appuntamenti in bici. Recentemente l'ho vista utilizzata, sempre come "firma" in un forum di mountain-bike.