mercoledì, 04 novembre 2009
Due persone che conoscevo, due ragazze giovani, sono morte nell'arco di una settimana. Di Ely ho scritto nel post precedente a questo. Di Eva hanno scritto altri, che le sono stati più vicini... Un mio amico è in ospedale, in coma farmacologico e prognosi riservata, per un ictus. Un dolore sordo, un senso di inutilità, pervadono ed ottundono ogni cosa.

Scrivere mi aiuta, tuttavia, ragion per cui proverò a rispondere ad una domanda che mi è stata posta diverse volte nel corso degli anni, in molte e varie forme riassumibili in: "come si relaziona con la morte un non credente?" Se, infatti, per il credente la morte non è una fine bensì il passaggio ad una diversa condizione di esistenza, come affronta l'idea della morte un non credente, che non ha questo conforto?

La prima considerazione che mi viene da fare è che la morte, come condizione, non esiste. La morte è l'assenza di vita: la vita esiste, la morte no. È come discutere del vuoto. Il vuoto è assenza, per definizione "non è". Così la morte. Dal momento che ha senso solo discutere di qualcosa che "è", inizierò ragionando della vita.

Definiamo vita, genericamente, una forma estremamente complessa di organizzazione della materia che si verifica in presenza di particolari condizioni ambientali. Sul nostro pianeta la presenza prolungata di temperature comprese tra il punto di congelamento e quello di evaporazione dell'acqua ha consentito, nell'arco di miliardi di anni, la nascita e lo sviluppo di innumerevoli forme di vita di sconcertante complessità.

Una caratteristica delle forme di vita più complesse è la costante trasformazione, sia come specie che come singoli individui siamo alla perenne ricerca della sopravvivenza fino alla riproduzione. Una forma di vita, o una specie, che non sopravviva si estingue, lo stesso dicasi di una che non si riproduca. Questo fa si che le diverse forme di vita siano in perenne competizione per l'alimentazione.

La competizione ha fatto sì che nel corso degli eoni si sviluppasse una varietà di adattamenti in grado di garantire un miglior successo a specie nuove, rispetto alle vecchie. L'adattamento vantaggioso della nostra specie è consistito nello sviluppo di un cervello di grandi dimensioni, in grado di operare sull'ambiente circostante e far fronte a problematiche più complesse di quelle gestibili, con un cervello meno complesso, in base al semplice istinto.

In ultima istanza un grosso cervello ha finito col produrre il pensiero complesso, col suo portato di consapevolezza di sé, delle conseguenze delle proprie azioni, della propria ineluttabile finitezza. La nostra specie ha dovuto elaborare concetti totalmente nuovi come etica, morale, responsabilità.

Vivere in piena consapevolezza un'esistenza felice è un'esperienza fantastica, oltreché la summa di tutte le esperienze che mai potremo sperimentare. Descartes condensò questa idea nel celebre motto "Cogito ergo sum", "Penso, dunque sono": l'assenza di pensiero è perciò assenza di essere, e come tale rifuggita razionalmente, oltreché istintivamente.

Il desiderio di sopravvivere, in sé positivo, ha tuttavia come portato negativo l'angoscia della morte, dell'assenza, il dolore empatico per la perdita di persone care. Questo ha portato la nostra specie, fin dall'antichità, ad elaborare complesse teologie per descrivere mondi ultraterreni in cui il nostro "pensiero" (l'anima, per chi crede, l'attività elettrica dei neuroni, per la scienza) possa trovare ospitalità dopo la morte del corpo fisico, e sperimentare l'immortalità.

E tuttavia l'avvento del pensiero razionale e scientifico ha posto un ulteriore limite a queste elucubrazioni, affermando che esiste solo ciò che è dimostrabile, o meglio fornendoci un apparato concettuale in grado di smontare e ridurre a semplici manifestazioni antropologico-culturali le grandi religioni, e restituendoci intatta la paura della morte. La scienza non si occupa dell'alleviare le sofferenze umane, non è suo compito.

Quindi, non potendo discutere di ciò che non è, ognuno di noi deve fare i conti con ciò che è, ma a questo punto forse varrebbe la pena di comprenderlo meglio. Ognuno/a di noi è un unicum, irripetibile, una creatura che non esisterà mai più. Siamo il prodotto di un miscuglio genetico con miliardi di variabili, e di un contesto familiare e socio culturale anch'esso unico tra miliardi.

Possiamo immaginare milioni di individui, risultanti da diverse combinazioni tra il patrimonio genetico dei nostri genitori, che non sono mai nati. Possiamo immaginare miliardi di miliardi di individui che sarebbero nati se i nostri genitori si fossero uniti con altri partner: sarebbero stati altri, non noi.

Possiamo immaginare il nostro stesso patrimonio genetico, un nostro clone, crescere e vivere una vita diversa, in una famiglia diversa, in una cultura diversa: non saremmo noi, sarebbe qualcun altro/a.

Tuttavia l'Universo non è in grado di ospitare questa infinita diversità, ma solo una unica linea probabilistico-temporale, un unico stato di esistenza a fronte di infiniti stati, potenziali, di non esistenza. Noi ci siamo, gli altri miliardi, che possiamo immaginare, non solo non esistono: non esisteranno mai. Bisogna essere pienamente consapevoli del miracoloso privilegio di vivere anche una sola vita.

E dov'è che inizia, questa vita, e dove finisce? In termini oggettivi la fisica è in grado di definire la direzione di scorrimento del tempo, ma non il "tempo presente". L'idea di "presente" dipende dall'osservatore, ed è puramente soggettiva. Il nostro cervello ha necessariamente la percezione dello scorrere, determinata dalla sua evoluzione nel tempo e scandita dal suo orologio interno, ma il tempo soggettivo personale non è misurabile. Ognuno/a di noi vive nel proprio momento presente, che si sposta nel corso della vita.

Ora io ho quarantacinque anni, posso dire di essere "più vivo" di quanto lo fosse mio padre, a quarantacinque anni, nel 1975? No, evidentemente. Il suo tempo soggettivo, allora, gli faceva percepire il presente in quel momento. Per la fisica l'intero Universo è una bolla di spaziotempo che esiste (forse) all'interno di qualche macrostruttura al momento totalmente incomprensibile, una sorta di orologio che si scarica lentamente, dall'inizio alla fine, e per il quale il tempo è solo un vettore, unidirezionale ma finito.

Da questo punto di vista tutti gli istanti che compongono il "fiume del tempo" sono equivalenti, ed il fatto di vivere un "momento presente" è una pura percezione prospettica, un punto di vista puramente soggettivo. All'interno della "bolla di spaziotempo", separati temporalmente ma del tutto equivalenti, ci siamo noi, i nostri antenati, i nostri pronipoti, e tutte le creature che in questo Universo hanno/hanno avuto/avranno la fortuna di esistere.

E questa è per me l'immortalità: far parte di una realtà che esiste, complessivamente, ed in cui il tempo è pura percezione, la perdita un fatto temporale e soggettivo. Certo, resta il dolore per un'esperienza interrotta, per sogni e desideri destinati a non avverarsi, ma se penso a mio padre, ai miei amici ormai scomparsi, mi basta immaginarli in qualche momento del passato, vivi, felici, pensierosi, in un tempo diverso dal mio ma non per questo meno importante, solo sfalsato.

Non so se qualcuno/a leggerà questo scritto dopo la mia morte. Se capita, per allora non ci sarò più, ma "ci sono" qui ed ora, negli anni della maturità e della responsabilità, lucido, forte e felice di avere una splendida moglie accanto, a condividere con me questa incredibile esperienza che è la vita. E la morte...non esiste davvero. In fondo, a pensarci bene, è solo una sciocca percezione soggettiva.
commenti (7)
Commenti
#1    06 Novembre 2009 - 23:41
 
Caro Marco! Sì, è un concetto dell'immortalità, vivere (metaforicamente) nei ricordi degli altri. Tutto che è mai stato, che è e che sarà rimane per eternità, sì ... ma in che modo? Può darsi che il passato e tutto che succede viene registrato in un'altra dimensione. Io non credo ciecamente; credo, per esempio, alle avventure di Robert Monroe che faceva viaggi fuori del corpo e salvava persone in periodi passati (che erano raggiungibili); per capire poi che ha sempre salvato se stesso in un'altro corpo ... sembra fantascienza. 

Il concetto di questa società scientifica hai spiegato tu: Un grosso cervello avesse prodotto il pensiero complesso. Ippocrate che ha detto che il cervello fosse "il traduttore della coscienza" ci porta ad un'altro concetto, di cui hanno parlato Wilder Penfield e Sir John Eccles. La coscienza potrebbe essere la sostanza sopra il cervello, guidando e monitorando il cervello. In 2004 un medico olandese (Pim van Lommel) ha chiesto 350 persone cui cervello aveva una linea piatta, e 18 per cento hanno raccontato di percezioni.

Come è possibile, si chiede il medico, che possiamo percepire e sognare senza cervello? Sono soltanto alcuni indizi ... e non voglio parlare dei messaggi dei morti attraverso persone medianiche o delle numerose comunicazioni dopo la morte. Insomma, ci sono indizi che tutto il quadro non abbiamo. Io credo che la morte non è la fine, in concreto. Forse non tutti sopravivvono, noi sappiamo poco, ma questo poco mi interessa. Ho avuto poche esperienze di contatto, debole. Adesso preparo un libro sulla parapsicologia con una parte sulla ricerca dell al-di-là. Tu sei un scienzato duro, ma se ti capita un giorno di leggere Ernesto Bozzano, chi sa ..? Tanti saluti Manfred.     
utente anonimo

#2    08 Novembre 2009 - 19:50
 
Ciao Manfred, tu sei il primo, e temo l'unico, che possa azzardarsi a commentare un post come questo, ma ti prego di rileggerlo.
La mia considerazione non verteva sull'eventualità che il nostro Universo possa essere "registrato", quanto che sia un "tutto unico", in cui l'istante presente nello scorrere del tempo esista unicamente in base agli osservatori, ovvero noi stessi.
In realtà tutto è già esistito, o esiste, contemporaneamente, ma noi possiamo osservarlo solo un istante alla volta. E la sua esistenza "è", le nostre singole vite sono fotogrammi di un film che, se potessimo osservarlo dal di fuori, ci apparirebbe come un tutto unico.

Come hai detto tu io resto uno "scienziato duro" , ma il succo del post è: "non possiamo semplicemente accontentarci di quello che già abbiamo", che è già moltissimo?

Anni fa morì in un incidente d'auto la figlia ventenne di un mio amico appassionato di astronomia. Ricordo che in una telefonata lui, straziato dal dolore, mi disse: "se doveva morire così, nel fiore degli anni, non sarebbe stato meglio se non fosse mai nata?"
Io gli risposi qualcosa del tipo: "Non dirlo neanche per scherzo. Lei ha vissuto, ha amato, ha conosciuto il mondo, è stata felice. La sua è stata una vita breve, ma non per questo da disprezzare o da buttar via. Non è detto che una vita breve e felice sia migliore o peggiore di una lunga e triste. Certo, avrebbe potuto avere ancora molto dalla vita, ma non è un motivo per disprezzare quello che ha avuto fin qui."
Lui mi ringraziò per questa considerazione, spero possa davvero averlo aiutato.
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#3    08 Novembre 2009 - 23:24
 
Pur non essendo una scienziata, ma solamente una persona che purtroppo ha dovuto fare i conti con ciò 'che non esiste' più di una volta, mi viene da pensare che se l'intero Universo è una bolla di spazio tempo che esiste forse all'interno di qualche macrostruttura come possiamo essere certi di averne compreso i limiti?
Anche il tempo inteso come vettore unidirezionale non è forse solamente una nostra necessità di scansione? Osservando le cose da un altro punto di vista tutto potrebbe infatti avvenire contemporaneamente, per usare il tuo esempio, come i fotogrammi di un film visti tutti insieme.
E' vero che ci siamo qui ed ora, come purtroppo a volte, qui ed ora perdiamo i nostri affetti più cari, ma pensare che non ci sia assolutamente nulla all'infuori di noi, anche questa potrebbe essere una percezione soggettiva, no?
Altre dimensioni, altre forme di energia, altri modi di 'scandire il tempo'... perchè accontentarci di quello che già abbiamo? Una mente scientifica non dovrebbe stancarsi mai di investigare.....
Tanti saluti ed un apprezzamento per la profondità dell'argomento trattato
Alessia
utente anonimo

#4    09 Novembre 2009 - 13:21
 
Nessuno, penso può essere "certo di averne compreso i limiti", al massimo potremo raggiungere i limiti della nostra capacità di comprensione.
Hai presente il detto "vuotare il mare con un cucchiaio"? Il "mare" sono le cose che esistono ed il "cucchiaio" è la nostra capacità di comprenderle.
Ed è questo il limite, più che stabilire di credere o meno che ci sia dell'altro.
Partiamo dalla definizione di Universo: Universo è tutto quello che è sperimentabile, nel tempo e nello spazio.
Esiste una teoria del "multiverso" che afferma possano esistere infiniti universi, come il nostro o diversi da esso. Ma è una teoria che al momento non offre appigli sperimentali, l'universo è per noi osservatori "il tutto", un altro universo è, per definizione, qualcosa che non potremo mai conoscere.

"perchè accontentarci di quello che già abbiamo?"

Perché, come recita un antico adagio: "felicità non è avere quello che desideri, ma desiderare quello che hai".
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#5    09 Novembre 2009 - 16:55
 
La tua "elaborazione atea del lutto" rende perfettamente quello che penso ormai da molto sullo spazio-tempo ma che non ero mai riuscito a rendere in modo così chiaro. Grazie. Ora vorrei scrivere un polpettone sulla mistica iranica, sul mundus imaginalis, e su come, durante il sonno e altri tipi di "avvicinamenti" (jungerianamente parlando), il nostro rapporto con lo spazio-tempo si fluidifichi. Magari, quando avrò tempo, lo rigurgiterò sul mio blog.
utente anonimo

#6    10 Novembre 2009 - 00:57
 
 Finche' siamo vivi, abbiamo un corpo. I materialisti dicono che siamo un corpo, non sono sicuro se sia vero. 
Quando non siamo piu' vivi, resta il nostro ricordo, resta cio' che in vita abbiamo costruito e realizzato, resta chi ci ha voluto bene e che pensandoci con affetto continua a fare quello che avremmo voluto fare noi. 
Organizziamoci bene, se vogliamo vivere anche dopo morti. 
utente anonimo

#7    10 Novembre 2009 - 14:02
 
@ Zimisce
Attento le tue riflessioni.

@ Anonimo #6
Al momento mi preme più vivere da vivo, che dopo morto...
...neppure questo è scontato.
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