Chi mi conosce sa che non ci si può mai aspettare esattamente come reagirò ad una determinata situazione. Perfino sul lavoro, dove comunque fra colleghi non ci si prende eccessivamente sul serio, al di là delle battute a volte mi capita di mimare gesti e modi di attori famosi. Ad esempio, giorni fa, la camminata di Alberto Sordi in un film degli anni '70.
Queste piccole forme di "clownerie" non sono esattamente tipiche del comportamento adulto, dove invece domina l'autocontrollo e si cerca di dare di sé un'immagine seriosa ed artefatta. Al punto che mi è sorta la domanda: "ma perché lo faccio?" Domanda non banale, che ha richiesto una risposta non banale, arrivata d'istinto: "perché sono un attore".
Ed in effetti è una risposta che ha stupito un po' anche me. Già sentivo una vocina in fondo alla testa obiettare: "ma a chi vuoi darla a bere, tu sei un disegnatore meccanico, un ciclo-escursionista, un fotografo dilettante, un appassionato di astronomia, forse, ma un attore! Dai, solo per aver fatto due o tre laboratori teatrali... ci vuol ben altro. Gli attori veri sono quelli che lo fanno per professione".
Proprio a quel punto mi è tornato in mente Tizzano Val di Parma, il concorso "L'Ermo Colle", il "Giardino dei ciliegi" di Checov, e quella pazza estate di due anni fa. Erano mesi che non ci pensavo più, come capita in genere per tutte le cose troppo incredibili che ci sono accadute, cancellate giorno dopo giorno dai comportamenti ripetitivi ed abituali, dai riti della quotidianità.
"Io sono un attore", ho realizzato a due anni di distanza "perché sono salito su quel palco, di fronte ad un pubblico sconosciuto, ho recitato e mi hanno applaudito". Sono un attore perché lo sono stato, e non si torna indietro. Probabilmente ero troppo esausto per capirlo allora, ma adesso mi è assolutamente evidente, lampante come una consapevolezza tardiva.
Gianluca Bondi, che aveva curato il nostro percorso artistico e ci aveva trascinato nell'impresa, aveva provato a farcelo capire. "Ora non ve ne rendete conto", ci disse, "ma questo per voi è un momento davvero importante". Era vero.
E appunto in questi giorni vanno in scena, al teatro Piccolo Re di Roma, le ultime repliche dello spettacolo "Pinocchio", di Ursula Bachler. È un lavoro bello, straniante e commovente, basato sull'opera di Collodi e sulla rilettura della stessa fatta da Carmelo Bene diversi anni or sono. Lo avevo visto rappresentare un paio d'anni fa, come saggio di fine corso, e mi era talmente piaciuto che, questa volta, oltre ad andarmelo a rivedere ho allargato l'invito ad un bel po' di amici e conoscenti.
Il nuovo allestimento è, ovviamente, migliore. A differenza di un saggio di fine corso, in cui il livello tecnico degli attori è abbastanza variabile, la compagnia messa in piedi dal "Piccolo Re", pur composta da non professionisti, si muove compatta su livelli espressivi molto alti. Uno spettacolo sicuramente faticoso, sia sul piano fisico che su quello emotivo, una lunga sarabanda onirica che trasferisce i terrori infantili al mondo degli adulti, restituendoci una visione grottesca e deformata della fiaba, capace di dialogare direttamente col nostro inconscio.
È stata una curiosa rimpatriata, l'altra sera. Tra il pubblico i compagni "di bicicletta" da me coinvolti accanto ai corsisti del laboratorio del giovedì, ed in scena amici ed amiche con i quali ho calcato le scene negli anni passati. Una bella fetta delle cose migliori che ho vissuto negli ultimi tempi. Un'occasione per tirare un po' di bilanci.
In primo luogo, perché fare teatro? I motivi possono essere molti e diversi, ma al fondo di tutto c'è la spinta a cercare e scoprire qualcosa di nuovo, che non conosciamo ancora. Qualcosa di diverso, in noi e negli altri. E questa è la prima evidenza che mi ha colto: non c'è niente di più noioso del fare le cose che già sappiamo fare.
Poi ci metterei una componente di sana follia, il desiderio di ritrovare qualcosa che avevamo, e ci rendiamo conto di aver perso per strada. Si entra in questo gioco proprio per riscoprire l'importanza del gioco. E questo è un altro punto essenziale che ho capito. È una cosa che da bambini sappiamo benissimo, ma impieghiamo anni a disimparare: il gioco, nella vita, è l'unica cosa vera ed importante.
Queste piccole forme di "clownerie" non sono esattamente tipiche del comportamento adulto, dove invece domina l'autocontrollo e si cerca di dare di sé un'immagine seriosa ed artefatta. Al punto che mi è sorta la domanda: "ma perché lo faccio?" Domanda non banale, che ha richiesto una risposta non banale, arrivata d'istinto: "perché sono un attore".
Ed in effetti è una risposta che ha stupito un po' anche me. Già sentivo una vocina in fondo alla testa obiettare: "ma a chi vuoi darla a bere, tu sei un disegnatore meccanico, un ciclo-escursionista, un fotografo dilettante, un appassionato di astronomia, forse, ma un attore! Dai, solo per aver fatto due o tre laboratori teatrali... ci vuol ben altro. Gli attori veri sono quelli che lo fanno per professione".
Proprio a quel punto mi è tornato in mente Tizzano Val di Parma, il concorso "L'Ermo Colle", il "Giardino dei ciliegi" di Checov, e quella pazza estate di due anni fa. Erano mesi che non ci pensavo più, come capita in genere per tutte le cose troppo incredibili che ci sono accadute, cancellate giorno dopo giorno dai comportamenti ripetitivi ed abituali, dai riti della quotidianità.
"Io sono un attore", ho realizzato a due anni di distanza "perché sono salito su quel palco, di fronte ad un pubblico sconosciuto, ho recitato e mi hanno applaudito". Sono un attore perché lo sono stato, e non si torna indietro. Probabilmente ero troppo esausto per capirlo allora, ma adesso mi è assolutamente evidente, lampante come una consapevolezza tardiva.
Gianluca Bondi, che aveva curato il nostro percorso artistico e ci aveva trascinato nell'impresa, aveva provato a farcelo capire. "Ora non ve ne rendete conto", ci disse, "ma questo per voi è un momento davvero importante". Era vero.
E appunto in questi giorni vanno in scena, al teatro Piccolo Re di Roma, le ultime repliche dello spettacolo "Pinocchio", di Ursula Bachler. È un lavoro bello, straniante e commovente, basato sull'opera di Collodi e sulla rilettura della stessa fatta da Carmelo Bene diversi anni or sono. Lo avevo visto rappresentare un paio d'anni fa, come saggio di fine corso, e mi era talmente piaciuto che, questa volta, oltre ad andarmelo a rivedere ho allargato l'invito ad un bel po' di amici e conoscenti.
Il nuovo allestimento è, ovviamente, migliore. A differenza di un saggio di fine corso, in cui il livello tecnico degli attori è abbastanza variabile, la compagnia messa in piedi dal "Piccolo Re", pur composta da non professionisti, si muove compatta su livelli espressivi molto alti. Uno spettacolo sicuramente faticoso, sia sul piano fisico che su quello emotivo, una lunga sarabanda onirica che trasferisce i terrori infantili al mondo degli adulti, restituendoci una visione grottesca e deformata della fiaba, capace di dialogare direttamente col nostro inconscio.
È stata una curiosa rimpatriata, l'altra sera. Tra il pubblico i compagni "di bicicletta" da me coinvolti accanto ai corsisti del laboratorio del giovedì, ed in scena amici ed amiche con i quali ho calcato le scene negli anni passati. Una bella fetta delle cose migliori che ho vissuto negli ultimi tempi. Un'occasione per tirare un po' di bilanci.
In primo luogo, perché fare teatro? I motivi possono essere molti e diversi, ma al fondo di tutto c'è la spinta a cercare e scoprire qualcosa di nuovo, che non conosciamo ancora. Qualcosa di diverso, in noi e negli altri. E questa è la prima evidenza che mi ha colto: non c'è niente di più noioso del fare le cose che già sappiamo fare.
Poi ci metterei una componente di sana follia, il desiderio di ritrovare qualcosa che avevamo, e ci rendiamo conto di aver perso per strada. Si entra in questo gioco proprio per riscoprire l'importanza del gioco. E questo è un altro punto essenziale che ho capito. È una cosa che da bambini sappiamo benissimo, ma impieghiamo anni a disimparare: il gioco, nella vita, è l'unica cosa vera ed importante.
Dopo un periodo non felice per le mie frequentazioni di narrativa fantascientifica (recente la delusione di un maestro come Silverberg, col mediocre "L'arca delle stelle"), questo "La fortezza dei cosmonauti" di Ken MacLeod mi ha piacevolmente riconciliato col genere.