Alla fine, il laboratorio settimanale che mi ha tenuto impegnato negli scorsi mesi presso il teatro "Piccolo Re di Roma" ha partorito l'atteso saggio: "Istantanee". Siamo andati in scena con tre "corti" scritti da noi, come prevedeva il lavoro sulla drammaturgia propostoci all'inizio dell'anno da Giampiero Rappa, tre lavori molto diversi l'uno dall'altro.
Nel primo, "Fuori fuoco", io e Laura abbiamo messo in scena una coppia di amici alle prese con la crisi del matrimonio di lei e con una "resistibile" attrazione reciproca, che non sfocerà in un lieto fine. Nel secondo, "Zuppa zen", Sara, Cinzia e Rinalda hanno raccontato un frammento della vita di tre donne, una famiglia tutta al femminile, con due figlie in crisi coi rispettivi uomini e la madre, vedova da lungo tempo, che improvvisamente ritrova l'amore.
L'opera finale, "Soray", immaginata da Ilaria ed Annalisa, ha affrontato il delicato tema della follia e del doppio, con un uso molto più libero dello spazio e delle forme narrative, abbinando dialoghi e monologhi ad una gestualità fortemente simbolica, condita con momenti di danza.
È stato, a suo modo, un corso atipico rispetto ai precedenti. Il fatto di dividerci per sviluppare temi diversi ha dapprima frammentato il gruppo, ma col passare delle settimane la consapevolezza di stare lavorando ad un unico spettacolo ed il continuo feedback reciproco operato durante le prove ha finito col ricompattarci. Il pubblico ha apprezzato il risultato finale, gratificandoci con applausi e ringraziamenti non di circostanza. Tutto perfetto, quasi "da copione", se non fosse per un retrogusto amarognolo molto più intenso che negli anni passati, dovuto a diversi fattori.
In primis la sensazione di un ennesimo "capitolo chiuso", un'altra esperienza dietro le spalle cui non farà seguito nulla se non, forse, un nuovo laboratorio l'anno successivo che si aprirà e richiuderà su se stesso esattamente come i precedenti. D'altronde, che prospettive di crescita può avere un attore dilettante quando non c'è lavoro, o meglio non c'è pubblico, nemmeno per i professionisti? Il teatro è un'esperienza di cui questa società è ormai convinta di poter fare a meno, avendolo sostituito con cinema e dosi ipermassicce di televisione, e i risultati (ahinoi) sono sotto gli occhi di tutti.
Altra constatazione amara è legata a quella che potrei definire "la solitudine dell'artista". In tre serate, ed escludendo Emanuela, gli amici venuti espressamente a vedere il mio spettacolo sono stati solo quattro: Elena, Gianni, Fabrizio e Viviana che qui ringrazio formalmente. Altri non hanno potuto causa influenza, altri ancora per problemi familiari, ma la maggior parte, che si potrebbe stimare in diverse decine di persone, parecchie decine per la verità, è completamente mancata all'appello, scomparsa.
C'è un fatto, che probabilmente non è tanto chiaro a chi ha col teatro una frequentazione occasionale: uno spettacolo non è fatto solo dagli attori, non vive indipendentemente dal pubblico. La comunicazione che si sviluppa non è unidirezionale come quella del cinema o della televisione ma viaggia avanti e indietro. Lo spettacolo cambia a seconda di come il pubblico reagisce, perfino di come respira. Ho recitato per un pubblico estraneo, a posteriori me ne rendo conto. Un po' come dev'essere per gli attori professionisti... sensazione strana e non particolarmente piacevole.
C'è, inutile dirlo, una volontà comunicativa frustrata. Mettere in scena una "pièce" è come raccontare una storia, un pezzo di sé, ma con un investimento enormemente maggiore in termini di impegno, energie, organizzazione scenica. Serve un teatro con un palcoscenico, dei costumi, degli oggetti di scena, un tecnico che cambi le luci ed inserisca la musica, un regista... insomma una costruzione che dura settimane per uno spettacolo normale, e addirittura mesi per dei dilettanti come noi. Alla fine di tutto questo percorso chi c'era ad ascoltare la mia "storia", a viverla? Estranei. Chi ci sarà a discuterne con me? Quasi nessuno/a.
Sia ben chiaro, non voglio "buttare la croce addosso" a chicchessia: penso che di questa situazione la responsabilità sia in gran parte del sottoscritto. Mia la scelta, nel corso degli anni, di diluire le frequentazioni estendendole a gruppi di discussione on line, alle mailing list, ai forum, a decine se non centinaia di "presenze virtuali"... che alla fine virtuali restano. Mia la pretesa che contatti quotidiani via Facebook, o i Blog, o Cicloappuntamenti, potessero efficacemente sostituire una presenza concreta, un contatto interpersonale vero. Sbagliavo.
Mi è tornato in mente un film visto diversi anni fa, "Hello Denise", nel quale veniva rappresentata la vita quotidiana di un gruppo di amici sparpagliati in una grande città, New York, il loro incessante dialogare via telefono ad ogni ora del giorno e della notte ed il continuo rincorrersi e ripetersi reciproco: "dobbiamo vederci, dobbiamo vederci". Quando poi, alla fine del film, uno di loro organizza finalmente la cena per incontrarsi, gli altri non ci vanno: uno dopo l'altro arrivano fin sulla soglia della sua abitazione e non trovano il coraggio, o la motivazione, per suonare il campanello ed entrare.
A torto o a ragione mi sento esattamente così. La tentazione, in questa fase, è di azzerare tutto, ma non è così semplice... come pure non può esserlo continuare sulla stessa strada di sempre. Sarà l'ennesimo "momento di riflessione". Non preoccupatevi troppo se per un po' la mia "presenza virtuale" diventerà più evanescente, o se lo diventerà in via definitiva. Non è una minaccia, al più è una speranza.