mercoledì, 18 novembre 2009
At first I was afraid,
I was petrified
Kept thinkin' I could never live
without you by my side

Ci sono canzoni che restano legate alla nostra vita fin dal primo momento in cui le ascoltiamo, altre di cui scopriamo la profondità solo dopo anni di maturazione umana e personale. Questa in particolare ha subito una sorte ancora diversa, e per poter arrivare a "farla mia" il percorso è stato inusitatamente complesso e tortuoso.

Tutto inizia negli anni '70, col sottoscritto preadolescente in una società in balìa di tumultuose trasformazioni sociali e culturali. Gli anni del post '68, del terrorismo, dell'austerity, della televisione di stato. Un calderone caotico ed imprevedibile, soprattutto agli occhi di un ragazzo ancora imberbe e precocemente solitario.

Uno dei fenomeni culturali clamorosi ed inattesi di quel periodo fu il successo del film "La febbre del sabato sera", che lanciò la moda delle discoteche e, conseguentemente, segnò l'avvento della "Disco Music", anticipazione e preparazione al consumismo sfrenato e spensierato degli anni '80.

La "Disco Music" divenne ben presto la bandiera del divertimento coatto e modaiolo, una filosofia di vita, se tale si può definire, lontana anni luce dalle radici contadine della mia famiglia, dalla mia educazione improntata alla morigeratezza ed alla frugalità e soprattutto dalla mia possibilità di comprenderla. Penso di aver detestato il fenomeno "Disco" con tutte le mie forze finché, col passare degli anni, non assistetti finalmente al suo declino... cui tuttavia seguì l'avvento di forme musicali ancora più mediocri e sciatte.

But then I spent so many nights
Thinkin' how you did me wrong
And I grew strong, I learned how to get along

Fu molti anni dopo che mi capitò di vedere un bizzarro film australiano: "Priscilla la regina del deserto", incentrato sui problemi e le difficoltà di accettazione dell'omosessualità. A metà della pellicola c'è una appassionata performance basata proprio su questo brano.

And so you're back from outer space
I just walked in to find you here
with that sad look upon your face


Altro decennio, altro film, altra situazione, stessa canzone: "In and Out", commedia gay con Kevin Kline. All'interno un'irresistibile sequenza in cui una audiocassetta registrata cerca invano di convincere il protagonista a non ballare. Cos'ha questa canzone, mi sono chiesto allora, per diventare a distanza di tutto questo tempo un'icona gay? Di cosa parla? Cosa racconta?

Inevitabilmente, come molte altre curiosità estemporanee, anche questa era destinata a scontrarsi e soccombere, almeno temporaneamente, al perenne daffare quotidiano ed ai miei mille altri interessi ed occupazioni. Me ne dimenticai, e gli anni continuarono a passare.

I should have changed that stupid lock
I should have made you leave your key
If I'd know for just one second you'd be back to bother me


Poi venne il tempo dei laboratori teatrali, e nel secondo anno di corso la nostra insegnante si mise in testa di farci cantare (non in coro, ovviamente). Cominciò col darci da studiare "Vedrai, vedrai", di Luigi Tenco, ed in seguito ci chiese di portare delle altre canzoni, a nostra scelta.

Go on now, go
walk out the door
just turn around now
'cause you're not welcome anymore


Fu lì che mi trovai a dover decidere, a dover scegliere, nella mole sterminata di musica alla quale ero affezionato, quel singolo brano che avrebbe potuto/dovuto rappresentarmi al meglio. Vagliai e scartai decine di opzioni: rock, pop, folk, blues, dark, musica tradizionale... di tutto di più. In una lezione successiva cantai "L'internazionale" (sì, quella!), nella versione di Billy Bragg, in un'altra "American Pie", che avevo in testa rifatta dai King's Singers.

Weren't you the one who tried to hurt me with goodbye
Did you think I'd crumble?
Did you think I'd lay down and die?


Come ultimo esercizio ci fu chiesto di esibirci su una base musicale che ci saremmo dovuti procurarci da soli su internet. Questo restringeva di molto la scelta dei brani, ed in ogni caso quel palcoscenico vuoto con un singolo "occhio di bue" non faceva che rimandarmi l'immagine di "Priscilla"... ma già, di che cosa parlava quella canzone? "I will survive", io sopravviverò (???), il tempo di rintracciare il testo in rete e...

Oh no not I, I will survive
Oh as long as I know how to love I know I'll stay alive
I've got all my life to live
I've got all my love to give
And I'll survive, I will survive, Hey Hey


...la folgorazione! Resto senza parole. Straordinaria a qualsiasi livello di lettura ed analisi.

Sul piano narrativo la canzone interpretata da Gloria Gaynor è il monologo di una persona lasciata al suo partner, riapparso inaspettatamente. Da notare, in questo senso, la perfetta "non assegnazione" di gender consentita dalla lingua inglese: il sesso dei due personaggi non viene mai dichiarato esplicitamente. Già questo potrebbe spiegare le "simpatie" della comunità GLBT, ma c'è sicuramente dell'altro.

It took all the strength I had not to fall apart
Kept trying hard to mend the pieces of my broken heart


Sul piano musicale il brano è suddiviso in due "movimenti" identicamente strutturati: la partenza è lenta, struggente, poi la musica sale, entrano le percussioni, il brano acquista forza e determinazione ed alla fine viaggia come un treno in corsa.

And I spent oh so many nights
just feeling sorry for myself,
I used to cry
but now I hold my head up high


E questo avviene parallelamente al procedere della narrazione. Le prime frasi raccontano il dolore dell'abbandono, la sofferenza, la tristezza. Ma subito dopo c'è il riscatto, la consapevolezza di sé, la scoperta di una forza interiore inattesa, della capacità di reagire.

And you see me
somebody new
I'm not that chained up little person still in love with you


In un crescendo irresistibile il/la protagonista descrive questa trasformazione, e di come la sua visione del mondo sia cambiata. Tolta dagli occhi la nebbia offuscante dell'innamoramento l'altro/a appare drammaticamente ridimensionato/a: una persona insensibile, meschina, vuota.

And so you feel like droppin' in
And just expect me to be free
Now I'm savin' all my lovin'
for someone who's lovin' me


E quindi l'invito ad andarsene, ad uscire di scena e sparire per sempre, in uno dei ritornelli più potenti ed efficaci mai composti.

Go on now, go
walk out the door
just turn around now
'cause you're not welcome anymore


Ma non basta. La sfida sale ancora di tono, diventa sarcasmo, ironia tagliente.

Weren't you the one who tried to hurt me with goodbye
Did you think I'd crumble?
Did you think I'd lay down and die?


E si conclude con l'affermazione finale: "io sopravviverò perché sono capace di amare" (corollario: "e di te, che invece sai solo usare gli altri, non so che farmene"). Sicuramente è un approccio molto "femminile" all'esibizione dei propri sentimenti, un'altra chiave di lettura del perché sia diventato un inno gay.

Oh no not I,
I will survive
Oh as long as I know how to love I know I'll stay alive
I've got all my life to live
I've got all my love to give
And I'll survive, I will survive
Hey Hey


Non so voi, ma io la trovo di un'eleganza ed un'efficacia sorprendente. E non posso non invidiare alla lingua inglese l'essenzialità fonetica delle singole parole: in tutta la canzone i concetti viaggiano su monosillabi che copiano perfettamente l'andamento percussivo della base ritmica. I bisillabi si contano sulla punta delle dita, ed i trisillabi sono solo due. In italiano non ci si scriverebbe neppure la prima strofa.

Negli anni questa canzone ha rappresentato, per tutto il mondo anglofono, la possibilità di riscatto dei deboli e degli umili di fronte alle angherie della vita. C'è un terzo film in cui compare "Le riserve", cantata in coro da una squadra di football americano (sport maschile per eccellenza) composta interamente di giocatori di seconda scelta e finiti imprevedibilmente a giocarsi il tutto per tutto contro un team di professionisti. La cantano la sera prima della finale, quasi per gioco, per farsi coraggio a vicenda.

A questo punto non posso non concludere con una traduzione completa. Letta tutta insieme sembra davvero un monologo teatrale. Chissà che prima o poi non mi salti in mente di proporla in forma di prosa davanti ad un vero pubblico.

Io sopravviverò

All'inizio ero spaventa, pietrificata
Pensavo di non poter vivere senza averti accanto
Ma poi ho passato così tante notti
Pensando a quanto male mi avevi fatto
E sono diventata forte
Ho imparato ad andare avanti

E così sei tornato, piovuto giù dal cielo
Sono rientrata a casa e ti trovo qui
con quell'espressione triste in faccia
Avrei dovuto cambiare la serratura,
o farmi ridare la chiave
Se solo per un istante avessi immaginato
che saresti tornato ad infastidirmi

Va' via adesso
Esci da quella porta
Vattene subito
Perché non sei più il benvenuto qui

Non eri tu quello che cercava di ferirmi con gli addii
Pensavi che sarei crollata?
Che mi sarei lasciata andare fino a morire?

Oh, no. Non io.
Io sopravviverò
Quant'è vero che so amare
So che ce la farò
Ho tutta la mia vita da vivere
E ho tutto il mio amore da dare
E sopravviverò. Io sopravviverò. Oh, sì.

Ho dovuto far appello a tutta la forza che avevo
per non buttarmi giù
È stata dura tenere insieme i brandelli
del mio cuore a pezzi
Ed ho passato così tante notti a sentirmi triste
Ero solita piangere
Ma ora cammino a testa alta

E ora guardami
Sono un'altra
Non più quella piccola prigioniera
ancora innamorata di te
e così ti senti di passare a trovarmi
e ti aspetti che io sia libera
Ora sto mettendo da parte tutto il mio amore
Per qualcuno che mi ami davvero

Va' via adesso
Esci da quella porta
Vattene subito
Perché non sei più il benvenuto qui

Non eri tu quello che cercava di ferirmi con gli addii
Pensavi che sarei crollata?
Che mi sarei lasciata andare fino a morire?

Oh, no. Non io.
Io sopravviverò
Quant'è vero che so amare
So che ce la farò
Ho tutta la mia vita da vivere
E ho tutto il mio amore da dare
E sopravviverò. Io sopravviverò. Oh, sì.



Ah, alla fine l'ho cantata davvero, con tanto di base musicale, di fronte agli altri studenti del corso di teatro. E l'effetto di spiazzamento che volevo ottenere c'è stato tutto. Una delle ragazze è perfino salita sul palco a ballare. Un altro partecipante al corso, che all'epoca mi conosceva poco, mi ha confessato anni dopo di essersi preoccupato che fossi gay. E per la povera insegnante, partire da Luigi Tenco ed arrivare a Gloria Gaynor... la distanza non le sarà potuta sembrar maggiore!
venerdì, 13 novembre 2009

"Mentre i marinai si narravano a vicenda le loro blasfeme avventure, con parole allegre i loro racconti di terrore; mentre le loro risate selvagge salivano biforcute, come le fiamme dalla fornace; mentre, di fronte a loro, i ramponieri gesticolavano selvaggiamente avanti e indietro, con le enormi forche a rebbi e i mestoli; mentre il vento ululava e il mare sobbalzava, e la nave gemeva e si tuffava, fermamente spingendo il suo rosso inferno sempre più innanzi nell'oscurità del mare e della notte, sdegnosamente stritolando le bianche ossa fra i denti e sputacchiando malevolmente da tutte le parti, allora il "Pequod", lanciato in corsa, stivato di selvaggi, carico di fuoco, nell'atto di bruciare un cadavere e di precipitarsi in quelle tenebre di oscurità pareva la corrispondente sembianza materiale dell'anima monomaniaca del suo comandante."

Ho da poco completato la lettura di Moby Dick, immenso romanzo di Herman Melville. "Immenso" non tanto per la mole di quasi settecento pagine, quanto per la capacità dello scrittore di rendere ogni cosa sconfinata, superlativa, eccessiva.

Melville è talmente entusiasta, in ogni singolo dettaglio narrato, da trovare davvero "Universi nei granelli di sabbia". La teoria inarrestabile di capitoli su ogni minima parte dell'anatomia dei cetacei è magnificente e cavillosa fino allo sfinimento.

Moby Dick è una lettura a tal punto impegnativa da avermi obbligato a suddividerla in due distinti segmenti temporali, separati tra loro da diversi anni. Dopo avere inizialmente ingaggiato la lotta impari con una scrittura faticosa del suo, lontanissima nel tempo e nello spazio (almeno per i miei standard di appassionato di narrativa "bassa"), ne sono rimasto ad un tempo catturato e, per contro, provato a tal punto da lasciare il volume a metà, "spiaggiato" sul comodino, in attesa per un tempo indefinito.

Ma Ahab, la sua micidiale ossessione, lo sconvolgente equipaggio del Pequod e soprattutto l'incredibile passione di Melville per il mondo crudele ed eroico della baleneria ottocentesca erano lì ad aspettarmi. Alla fine, simmetricamente stremato da romanzi mediocri male ideati e peggio scritti, mi sono fatto forza a riprenderne e portarne a termine la lettura.

Giunto a questo punto, però, mi coglie persino l'imbarazzo a parlarne, tali e tanti sono i fiumi di parole (verrebbe da dire, in questo caso, gli Oceani di parole) già spesi nel secolo e mezzo e più intercorso dalla sua pubblicazione. Ma neppure tacere si può: "Moby Dick" è davvero un viaggio incredibile, in cui il lettore resta arpionato e, contro la sua volontà, fatto a pezzi e smembrato, insieme alle balene del racconto.

Ogni cosa, ogni dettaglio, ogni frase, in Melville, è magniloquente, eccessiva, sconfinata. Ogni situazione è titanica, in ogni personaggio giganteggia un archetipo di qualche tipo scolpito nel granito, ogni dettaglio è tridimensionale. Nell'impossibile confronto, questo libro riduce le nostre vite a delle totali nullità... come probabilmente sono davvero!

E non sembri un'esagerazione: l'inarrivabile, oceanica, scrittura di Melville compie continuamente il miracolo di farci tornare ragazzi, a qualsiasi età, con gli occhi sgranati di fronte ad un mondo di avventure incredibili ormai spazzato via dal progresso tecnologico.

Marinai scalzi, su navi di legno, che ammainano vele di stoffa a brandelli nel mezzo della tempesta, che danno la caccia su barche a remi, armati di arpioni, a creature gigantesche e non di rado mortali, in mari infestati dai pescecani... Mi guardo intorno  seduto su un comodo divano, in una casa calda e confortevole, e mi domando se questa vita ho l'ho in fondo desiderata davvero, o semplicemente è quello che mi è toccato in sorte, ed a cui ho preferito non oppormi.

Chi scrive è da sempre un appassionato di fantascienza, genere letterario fin dalla nascita votato all'eccesso, in cui la fantasia si pone l'unico limite di rimanere nei confini della verosimiglianza scientifica. Negli anni ho letto storie di astronavi grandi come mondi, di viaggi ai confini dello spazio e del tempo, ma niente in grado di trasportarmi completamente in un altro spazio, in un altro tempo, in un'altra realtà, come questo capolavoro della letteratura americana.

Giunto nel "mezzo del cammin di nostra vita" sono ormai convinto che l'unica, vera, "macchina del tempo" sulla quale potrò mai viaggiare sono proprio le pagine dei grandi narratori.
sabato, 07 novembre 2009
And the mercy seat is waiting
And I think my head is burning
And in a way I'm yearning
To be done with all this measuring of truth.
An eye for an eye
A tooth for a tooth
And anyway I told the truth
And I'm not afraid to die.


"E il trono della misericordia attende
E credo che la mia testa bruci
E in qualche modo io sto agognando
Di essere sottoposto a questa prova della verità
Occhio per occhio
Dente per dente
E comunque ho detto la verità
E non ho paura di morire"
Questa settimana è stata terribile. Prima la notizia della morte di Eva, poi l'eco rimbalzante attraverso tutti i social network, le parole di chi la conosceva, le foto di questa ragazza sorridente che ora non c'è più, la mia certezza di averla vista, più volte, in occasione dei picnic del mercoledì, la cappa di angoscia che è scesa su tutti noi.

Quindi il senso di infinita tristezza, e di impotenza, di fronte ad una ennesima "morte annunciata". La consapevolezza che è solo questione di tempo prima che tocchi a qualcun altro. La rabbia infinita di fronte ad istituzioni che fanno sempre meno del minimo indispensabile. L'indifferenza criminale di automobilisti che si preoccupano sempre e solo della propria sicurezza, mai di quella di chi hanno intorno, troppo intenti a nutrire il proprio egoismo.

"La strada è di chi se la prende" recita la
delirante pubblicità di un nuovo SUV, e probabilmente lo stesso si può dire della vita altrui, abbandonata in balia di mostri d'acciaio pesanti tonnellate lanciati a folle ed inutile velocità sulle strade urbane, senza nemmeno la protezione di una riga disegnata a terra. Senza diritti. Senza giustizia. Senza misericordia.

Giovedì sera ho partecipato ad una riunione spontanea, ed eravamo a decine. Tutte le "tribù" del ciclismo urbano, un attimo prima pronte a litigare ed a rinfacciarsi le rispettive ortodossie riunite intorno ad un tavolo dalla morte di una ragazza. Per la prima volta ci si è voluti incontrare di persona, decidere un'azione comune. È stato bellissimo, ma una voce insistente dentro di me si domandava: "Quanto durerà? Quanto tempo passerà prima che si torni a litigare come bambini?"

Venerdì mattina, andando in ufficio, il ritornello ipnotico della canzone di Nick Cave mi rimbombava in testa ossessivo, "an eye for an eye and a tooth for a tooth", "occhio per occhio, dente per dente", l'antichissimo codice di Hamurrabi urlava la sua martellante e seducente litania.

Quante volte si è talmente accecati dalla rabbia da voler fare propria questa legge, da volersi sostituire ad un giudizio, umano o divino, che non avverrà mai, che non sarà mai equo, e volersi fare giustizia da sé?

Venerdì sera abbiamo partecipato in silenzio ad
una fiaccolata spontanea sul luogo del delitto, via dei Fori Imperiali, una via che fa parte dei luoghi simbolo di questa città. Ci è stato impedito di lasciare una bici bianca legata al lampione di fronte al tratto di strada dove la vita di Eva è stata spezzata, ma abbiamo lasciato fiori, e candele, e messaggi.


Quel luogo, da ieri, è diventato per noi ciclisti romani un simbolo di quello che potrebbe succedere a chiunque di noi se non saremo in grado di cambiare le maledette regole del gioco che ci vedono, birilli umani, obbligati a condividere le strade con persone distratte, frettolose, indifferenti ed armate di autoveicoli mortali dalla potente mano delle "leggi di mercato".

Ed allora la rabbia diventa
lucida determinazione, da non sprecare in un atto inconsulto, in una vendetta sommaria. Una fiamma da mantenere accesa e bruciante dentro di sé, in modo che possa guidare le nostre azioni fino ad un obiettivo di civiltà, di sicurezza, di giustizia per tutti.

Per Eva. Per tutti quelli che quotidianamente si spostano in bici. Per i pedoni falciati sugli attraversamenti. Per i portatori di handicap. Per i bambini prigionieri di quest'assurda organizzazione urbana. Ed anche per loro, gli altri, gli adoratori del totem, del vitello d'oro, del "feticcio nerolucido", e che ad esso sacrificano le proprie vite, e quelle altrui, senza neppure rendersene conto.



mercoledì, 04 novembre 2009
Due persone che conoscevo, due ragazze giovani, sono morte nell'arco di una settimana. Di Ely ho scritto nel post precedente a questo. Di Eva hanno scritto altri, che le sono stati più vicini... Un mio amico è in ospedale, in coma farmacologico e prognosi riservata, per un ictus. Un dolore sordo, un senso di inutilità, pervadono ed ottundono ogni cosa.

Scrivere mi aiuta, tuttavia, ragion per cui proverò a rispondere ad una domanda che mi è stata posta diverse volte nel corso degli anni, in molte e varie forme riassumibili in: "come si relaziona con la morte un non credente?" Se, infatti, per il credente la morte non è una fine bensì il passaggio ad una diversa condizione di esistenza, come affronta l'idea della morte un non credente, che non ha questo conforto?

La prima considerazione che mi viene da fare è che la morte, come condizione, non esiste. La morte è l'assenza di vita: la vita esiste, la morte no. È come discutere del vuoto. Il vuoto è assenza, per definizione "non è". Così la morte. Dal momento che ha senso solo discutere di qualcosa che "è", inizierò ragionando della vita.

Definiamo vita, genericamente, una forma estremamente complessa di organizzazione della materia che si verifica in presenza di particolari condizioni ambientali. Sul nostro pianeta la presenza prolungata di temperature comprese tra il punto di congelamento e quello di evaporazione dell'acqua ha consentito, nell'arco di miliardi di anni, la nascita e lo sviluppo di innumerevoli forme di vita di sconcertante complessità.

Una caratteristica delle forme di vita più complesse è la costante trasformazione, sia come specie che come singoli individui siamo alla perenne ricerca della sopravvivenza fino alla riproduzione. Una forma di vita, o una specie, che non sopravviva si estingue, lo stesso dicasi di una che non si riproduca. Questo fa si che le diverse forme di vita siano in perenne competizione per l'alimentazione.

La competizione ha fatto sì che nel corso degli eoni si sviluppasse una varietà di adattamenti in grado di garantire un miglior successo a specie nuove, rispetto alle vecchie. L'adattamento vantaggioso della nostra specie è consistito nello sviluppo di un cervello di grandi dimensioni, in grado di operare sull'ambiente circostante e far fronte a problematiche più complesse di quelle gestibili, con un cervello meno complesso, in base al semplice istinto.

In ultima istanza un grosso cervello ha finito col produrre il pensiero complesso, col suo portato di consapevolezza di sé, delle conseguenze delle proprie azioni, della propria ineluttabile finitezza. La nostra specie ha dovuto elaborare concetti totalmente nuovi come etica, morale, responsabilità.

Vivere in piena consapevolezza un'esistenza felice è un'esperienza fantastica, oltreché la summa di tutte le esperienze che mai potremo sperimentare. Descartes condensò questa idea nel celebre motto "Cogito ergo sum", "Penso, dunque sono": l'assenza di pensiero è perciò assenza di essere, e come tale rifuggita razionalmente, oltreché istintivamente.

Il desiderio di sopravvivere, in sé positivo, ha tuttavia come portato negativo l'angoscia della morte, dell'assenza, il dolore empatico per la perdita di persone care. Questo ha portato la nostra specie, fin dall'antichità, ad elaborare complesse teologie per descrivere mondi ultraterreni in cui il nostro "pensiero" (l'anima, per chi crede, l'attività elettrica dei neuroni, per la scienza) possa trovare ospitalità dopo la morte del corpo fisico, e sperimentare l'immortalità.

E tuttavia l'avvento del pensiero razionale e scientifico ha posto un ulteriore limite a queste elucubrazioni, affermando che esiste solo ciò che è dimostrabile, o meglio fornendoci un apparato concettuale in grado di smontare e ridurre a semplici manifestazioni antropologico-culturali le grandi religioni, e restituendoci intatta la paura della morte. La scienza non si occupa dell'alleviare le sofferenze umane, non è suo compito.

Quindi, non potendo discutere di ciò che non è, ognuno di noi deve fare i conti con ciò che è, ma a questo punto forse varrebbe la pena di comprenderlo meglio. Ognuno/a di noi è un unicum, irripetibile, una creatura che non esisterà mai più. Siamo il prodotto di un miscuglio genetico con miliardi di variabili, e di un contesto familiare e socio culturale anch'esso unico tra miliardi.

Possiamo immaginare milioni di individui, risultanti da diverse combinazioni tra il patrimonio genetico dei nostri genitori, che non sono mai nati. Possiamo immaginare miliardi di miliardi di individui che sarebbero nati se i nostri genitori si fossero uniti con altri partner: sarebbero stati altri, non noi.

Possiamo immaginare il nostro stesso patrimonio genetico, un nostro clone, crescere e vivere una vita diversa, in una famiglia diversa, in una cultura diversa: non saremmo noi, sarebbe qualcun altro/a.

Tuttavia l'Universo non è in grado di ospitare questa infinita diversità, ma solo una unica linea probabilistico-temporale, un unico stato di esistenza a fronte di infiniti stati, potenziali, di non esistenza. Noi ci siamo, gli altri miliardi, che possiamo immaginare, non solo non esistono: non esisteranno mai. Bisogna essere pienamente consapevoli del miracoloso privilegio di vivere anche una sola vita.

E dov'è che inizia, questa vita, e dove finisce? In termini oggettivi la fisica è in grado di definire la direzione di scorrimento del tempo, ma non il "tempo presente". L'idea di "presente" dipende dall'osservatore, ed è puramente soggettiva. Il nostro cervello ha necessariamente la percezione dello scorrere, determinata dalla sua evoluzione nel tempo e scandita dal suo orologio interno, ma il tempo soggettivo personale non è misurabile. Ognuno/a di noi vive nel proprio momento presente, che si sposta nel corso della vita.

Ora io ho quarantacinque anni, posso dire di essere "più vivo" di quanto lo fosse mio padre, a quarantacinque anni, nel 1975? No, evidentemente. Il suo tempo soggettivo, allora, gli faceva percepire il presente in quel momento. Per la fisica l'intero Universo è una bolla di spaziotempo che esiste (forse) all'interno di qualche macrostruttura al momento totalmente incomprensibile, una sorta di orologio che si scarica lentamente, dall'inizio alla fine, e per il quale il tempo è solo un vettore, unidirezionale ma finito.

Da questo punto di vista tutti gli istanti che compongono il "fiume del tempo" sono equivalenti, ed il fatto di vivere un "momento presente" è una pura percezione prospettica, un punto di vista puramente soggettivo. All'interno della "bolla di spaziotempo", separati temporalmente ma del tutto equivalenti, ci siamo noi, i nostri antenati, i nostri pronipoti, e tutte le creature che in questo Universo hanno/hanno avuto/avranno la fortuna di esistere.

E questa è per me l'immortalità: far parte di una realtà che esiste, complessivamente, ed in cui il tempo è pura percezione, la perdita un fatto temporale e soggettivo. Certo, resta il dolore per un'esperienza interrotta, per sogni e desideri destinati a non avverarsi, ma se penso a mio padre, ai miei amici ormai scomparsi, mi basta immaginarli in qualche momento del passato, vivi, felici, pensierosi, in un tempo diverso dal mio ma non per questo meno importante, solo sfalsato.

Non so se qualcuno/a leggerà questo scritto dopo la mia morte. Se capita, per allora non ci sarò più, ma "ci sono" qui ed ora, negli anni della maturità e della responsabilità, lucido, forte e felice di avere una splendida moglie accanto, a condividere con me questa incredibile esperienza che è la vita. E la morte...non esiste davvero. In fondo, a pensarci bene, è solo una sciocca percezione soggettiva.
Ely
mercoledì, 28 ottobre 2009

Ely - "Angelo del Cuore"

Una settimana fa seppellivamo Ely.

Non posso definirla un'amica. Ci si incontrava ai Ciclopicnic, scambiandoci un sorriso, un saluto, poche parole. Aveva ventisei anni, ed era una ragazza fragile, giovane e sfuggente. Dieci giorni fa è sfuggita del tutto, volando giù da una finestra. E lasciando tutti noi che la conoscevamo un po' più soli, più tristi, e con un enorme senso di vuoto dentro.

La morte, di per sé, è una realtà difficile da accettare. La scelta di morire è ancora più inconcepibile. L'idea che, in assenza di sofferenza fisica, la vita stessa diventi ad un certo punto talmente insopportabile da scegliere di rinunciarvi volontariamente appare totalmente priva di senso. Eppure ci sono persone, giovani, perfettamente in salute, intelligenti, in grado di trovare inaccettabile la propria stessa esistenza, e scegliere di porvi fine.

Nel monologo più celebre di tutta la storia del teatro William Shakespeare di questo faceva ragionare il principe Amleto. A distanza di quasi cinque secoli quell'interrogativo è ancora lì, irrisolto. Esplorarlo probabilmente ci costa troppa fatica. E le persone continuano a soffrire, e a morire.

Dopo la cerimonia funebre, parlandone tra noi, Manu (mia moglie) si è detta convinta che il "disagio psichico" sia uno dei grandi problemi "rimossi" del nostro tempo. Non sappiamo riconoscerlo, non sappiamo affrontarlo, non sappiamo guarirlo.

Io mi sono spinto un po' più in là. Per poter davvero fare i conti con il "disagio" di altri dovremmo essere in grado di misurarci con l'idea che il mondo così come è, come siamo abituati ad accettarlo, la nostra stessa organizzazione sociale, sia in realtà completamente folle, assurda, priva di senso.

Un mondo che vive di competizione esasperata, di apparenze, di "status symbol", di sfruttamento, di emarginazione, che isola le persone in spazi urbani alienanti. E che, invece di rimettere in discussione questi controsensi, bolla come "diverso", "disagiato", "instabile", chi non si conforma al paradigma dell'homo homini lupus.

Penso di aver conosciuto Ely la notte che "inventammo il ciclopicnic". Mai, nelle rare volte che l'ho incontrata, mi ha dato motivo di sospettare di queste sue difficoltà. Mi è sempre parsa una ragazza come tante altre, graziosa, simpatica. Niente che potesse far sospettare...

Poi, quando ho saputo cosa le era successo, ho cominciato a cercare pezzi di lei sparsi in rete, per provare a comprendere chi era stata. Troppo tardi ormai anche per questo. Il suo blog cancellato, le sue foto irreperibili. Non saprei spiegare perché, ma questa cosa mi ha turbato.

Ci affanniamo tanto per lasciare qualcosa del nostro passaggio, perché cancellare tutto? Perché questa "terra bruciata"? Eppure dovrebbe essere ovvio che una persona che sceglie di cancellare sé stessa applichi lo stesso principio a tutto ciò che la rappresenta.

Alla fine sono riuscito a trovare le foto dei suoi quadri, che non avevo mai visto (e non vi dirò dove si trovano...).

Ho già scritto tanto eppure sento di non essere riuscito a dire niente. Niente di importante. Niente che renda minima giustizia all'enormità del suo gesto. All'enormità di quello che non sapevamo di lei, di quello che non sapremo mai.

A confronto, forse, del poco che avremmo dovuto, e non siamo stati in grado di fare. Di tutto quello che non si può fare più. Dei pensieri, dei ricordi, dei rimorsi di chi nonostante tutto continua a vivere. Con un sorriso in meno. Con un pezzetto di vita in meno. Con un dolore in più. Mentre il mondo appare, tragicamente, ancora più assurdo del solito.
mercoledì, 21 ottobre 2009

Recentemente, l'avvento di Facebook come strumento per rintracciare vecchie amicizie ha messo in moto processi in precedenza molto ardui da realizzare, primo fra tutti, e diventato già "un classico", le reunion di ex compagni di scuola persi di vista da decenni. Dal momento della mia registrazione al summenzionato social network l'idea di dover reincontrare i miei ex compagni di classe ha rappresentato un inquietante sottofondo a tutte le mie sessioni su FB, finendo col materializzarsi prepotentemente poche settimane fa.

In realtà il primo dei miei dei miei ex colleghi di studi mi aveva contattato già a maggio, e ci eravamo incontrati di persona alla
Ciemmona. Altri erano poi riapparsi, unicamente in forma "virtuale", pian piano nei mesi successivi, fino alla convocazione della "grande cena" in quel di Frascati, dove sorgeva, e sorge tutt'ora, l'I.T.I.S. E. Fermi.

Della mia adolescenza non conservo ricordi entusiasmanti. Ero un ragazzo "strano", perennemente "fuori posto", incapace di adeguarsi alle mode, perso in improbabili letture ed interessi. Abitavo anche molto lontano rispetto ai quartieri di residenza dei miei compagni e non avevo praticamente nemmeno il telefono. Se aggiungiamo a questo che la scuola che avevo scelto, un istituto tecnico con specializzazione in Energia Nucleare, era a frequentazione esclusivamente maschile, e che le mie amicizie al di fuori di esso assommavano nella pratica a zero, avrete un quadro minimo della situazione.

Una volta ottenuto il diploma la perdita dei contatti fu pressoché immediata. È difficile al giorno d'oggi immaginarlo, connessi come siamo da media asincroni e pervasivi come la posta elettronica ed i social network, ma venti e rotti anni fa passare dalle superiori all'università per me significò buttarmi alle spalle amicizie e frequentazioni, e ripartire da zero.

Insomma, trascorrevano i giorni e l'evento incombeva. Le mie due fonti principali di preoccupazione erano da un lato il film di Carlo Verdone "
Compagni di scuola", commedia amarissima di fine anni '80, dall'altro l'involontaria partecipazione alla reunion dei compagni di scuola di una mia ex, avvenuta a metà degli anni '90, se possibile ancora più terribile del film stesso.

"Che senso ha rivedersi dopo ventisei anni?", mi domandavo... "perché dobbiamo confrontare le persone che eravamo con quello che siamo diventati?" Mi aspettavo di leggere sui volti degli altri i segni del tempo, paragonare fallimenti e successi, fare i conti con le proprie e le altrui scelte... una sorta di Giudizio Universale su scala ridotta.

Invece niente di tutto questo. Ci siamo ritrovati in nove ex studenti assieme all'ormai anziano professore di italiano, a cenare in una trattoriola. E pian piano, dietro i corpi appesantiti, i capelli imbiancati o perduti, i vestiti eleganti o informali, sono riemersi uno ad uno i ragazzi con cui ho passato tre anni di scuola, tre anni di vita.

Il tempo, con noi, è stato sorprendentemente clemente. Abbiamo passato la serata rievocando gli anni della scuola, esumandone gli aneddoti più divertenti, inframmezzati da brandelli delle nostre vite, i matrimoni, i divorzi, le carriere lavorative. Abbiamo fatto l'elenco di quelli che mancavano all'appello e qua e là, a tratti, nelle luci basse della locale, poteva quasi sembrare che ventisei anni non fossero passati affatto.

E... no! Se questa è la domanda, non siamo cambiati. La vita ci ha smussati, rifiniti, ha limato le asperità eccessive, ci ha resi più maturi, ma quello che eravamo lo siamo ancora, nel bene e nel male. Ognuno col suo carattere ben definito, ognuno misteriosamente pronto a rientrare nelle dinamiche e nei meccanismi relazionali messi a punto in tre anni di convivenza... una vita fa.

E tra una battuta ed uno scoppio di risa mi sono reso conto che ogni cosa era già allora esattamente così, ed è stato come rivedere un vecchio film e ricordarsi le scene man mano che la vicenda prosegue. Solo per realizzare, tardivamente, quello che l'inesperienza ed il "disagio giovanile" mi avevano sempre impedito di vedere e comprendere: di aver passato quegli anni in compagnia di veramente ottime persone.

Nelle poche battute scambiate con l'anziano ma lucido professore, che si ricordava perfettamente di me, ho ritrovato una forza, una determinazione ed una intransigenza che sicuramente mi appartengono. Non so dire quanto di questo mio atteggiamento fosse già presente, e quanto sia dovuto al suo insegnamento, ma posso affermare con certezza di apprezzare e condividere nel merito e nel metodo quanto ha cercato di trasmetterci.

Alla fine l'ora tarda e gli impegni hanno vinto la nostra voglia di continuare a raccontare. Ci siamo salutati, quindi sono risalito in macchina domandandomi se quello che avevo appena vissuto fosse successo davvero.

E convinto che il passato vive insieme a noi. Che quelle persone le ho avute accanto nei ricordi, nella mia personalità, nelle esperienze vissute e nella fiducia reciproca che ci siamo scambiati allora, per tutta la mia vita fin qui. E a loro
posso rivolgere solo un saluto ed un augurio: "a presto!".